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Archivio per la categoria ‘Scopriamo il Sole’

Il Sole come non l’avete mai visto prima

18 febbraio 2013 20 commenti

Il Sole come non l'avete mai visto prima

Il collage mostra la ricchezza di informazioni che possono generare adeguati strumenti – ogni immagine fornisce informazioni su una regione o su uno specifico comportamento del Sole [Immagine: NASA / SDO / Goddard Space Flight Center]

Un Sole, molte personalità

Non si può mai vedere il sole direttamente, perché questo danneggerebbe irreparabilmente le cellule della nostra retina.

Anche una normale macchina fotografica con un filtro adeguato, non gli ci darebbe più di una immagine del disco giallo della nostra stella giallo , che può apparire un po ‘più rosso se è basso all’orizzonte –  il viaggio piú lungo  delle luce nell’atmosfera causa la perdita delle sue componenti blu e per questo il sole all´orizzonte ci sembra rosso.

Ma i sensori del telescopio SDO ( Solar Dynamics Observatory , il Solar Dynamics Observatory) può vedere la luce del sole in innumerevoli modi diversi.

Il sole emette luce in una vasta gamma di lunghezze d’onda o frequenza, che comprendono, in aggiunta alla luce visibile, infrarossa, ultravioletta e raggi X, solo per citare le frequenze più popolari.

Ognuna di queste lunghezze d’onda ci fornisce diverse informazioni sul funzionamento e il comportamento del Sole, permettendo con maggiore precisione valutare il loro impatto sulla Terra e tutto il sistema solare.

Il team di SDO, appartenente alla NASA, ha fatto un collage di più immagini del Sole da diversi sensori, mostrando la ricchezza di informazioni che possono generare strumenti adeguati.

Per esempio, la caratteristica luce gialla dal Sole è generata da atomi con temperatura nell’intervallo di 5700 ° C, che è la temperatura media  sulla superficie della stella.

Già la luce ultravioletta é emessa dal atomi 6.300.000 º C, una lunghezza d’onda buona per studiare le eruzioni solari – la temperatura della corona solare  é di gran lunga superiore alla sua superficie, un fenomeno per il quale gli scienziati non hanno ancora buone spiegazioni.

Il collage include immagini create da altri strumenti, che mostrano informazioni sul magnetismo e Doppler.

Prospettive sul Sole

Il Sole come non l'avete mai visto prima

Alcune delle immagini utilizzate per comporre il mosaico, tutti gli strumenti realizzati dal telescopio SDO solare. [Immagine: NASA / SDO / Goddard Space Flight Center]

Vedi tutte le lunghezze d’onda osservate da SDO, misurate in termini di Angstrom – un Angstrom equivale a 0,1 nanometri – poste in ordine di altitudine della fonte, dalla superficie del Sole alle regioni superiori dell’atmosfera.

4.500: Mostra la superficie del sole, o fotosfera.

1.700: Mostra la superficie del sole, insieme come uno strato dell’atmosfera solare, chiamata cromosfera, che è appena al di sopra della fotosfera ed è dove la temperatura comincia a salire.

1.600: Mostra un mix tra la fotosfera superiore e zona di transizione, una regione tra la cromosfera e lo strato più alto dell’atmosfera solare, chiamata corona. È nella regione di transizione in cui la temperatura aumenta più rapidamente.

304: Questa luce viene emessa dalla regione di transizione e la cromosfera.

171: Questa lunghezza d’onda mostra l’atmosfera del Sole, o corona, quando è tranquilla. Essa mostra anche i giganteschi archi magnetici, noti come anelli coronali o loops

193: Mostra una regione leggermente più calda della corona, e anche il materiale più caldo di un flare solare.

211: Questa lunghezza d’onda mostra le regioni magneticamente attive e più calde nella corona solare.

335: Questa lunghezza d’onda mostra anche le regioni magneticamente attive e calde nel settore della corona.

94: Questa evidenzia spesso regioni della corona durante una tempesta solare.

131: E ‘questa frequenza che ci fa vedere il materiale più caldo durante un brillamento solare.

Il Solar Dynamics Observatory (SDO) è stato lanciato nel 2010 , avendo come obiettivo principale quello di analizzare il funzionamento della dinamo solare, una rete profonda di corrente di plasma che genera il campo magnetico solare.

Ma i benefici del telescopio stanno andando molto oltre: i loro strumenti fotografano il sole ogni 0,75 secondi e inviano a terra 1,5 terabyte di dati al giorno.

Anche per questo paragonare i vecchi conteggi “galileani”  delle sunspot con i moderni conteggi utilizzando questi strumenti é molto rischioso, molto meglio fare i paragoni con il Solar Flux o ancora meglio vedere le aree coperte da macchie sul sole e cosí si evitano di contare macchioline su macchioline alla stassa maniera di una grande macchia solare.

SAND-RIO

 

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UN NUOVO MODELLO CLIMATICO ALLA BASE DELLA PEG: PARTE III

20 settembre 2012 22 commenti

Un saluto a voi, popolo di NIA.
Insieme agli amministratori del blog abbiamo deciso di ripubblicare le parti più salienti di questo mio lungo articolo, in attesa dell’uscita delle ultime inedite. Infatti, visto il tempo che è passato dall’ultima pubblicazione e vista la complessità dell’articolo, è stato deciso di comune accordo che sarebbe stato meglio riproporre almeno le parti più significative. Questo per consentirvi di ricordare i concetti appresi e di riprendere il filo logico. Le varie parti verranno pubblicate con una cadenza media di una a settimana.
Inoltre vi comunico già da ora che, ultimata la pubblicazione di tutte le parti di questo pezzo, ne uscirà a ruota uno nuovo in cui verranno ulteriormente approfonditi i meccanismi con cui la bassa attività solare influenza l’andamento delle stagioni invernali (e non solo). In quest’occasione verranno anche trattate alcune tematiche molto sentite (es: differenza tra Nino est-Nino ovest) e si prenderà spunto per fare delle riflessioni in merito al prossimo inverno.
Non mi resta che augurarvi una buona lettura.

Al fine della precedente parte ci eravamo lasciati con un interrogativo. Nello specifico ci eravamo chiesti quali situazioni e quali fenomeni possono favorire particolari configurazioni bariche, associate allo sviluppo di singolari onde di Rossby (stazionarie e retrograde) ed in grado di apportare ondate di freddo e di gelo sul continente europeo. A tale quesito cercheremo di rispondere in questa Parte dell’articolo. In generale cercheremo di capire quali sono i fenomeni che portano ad un consistente aumento della frequenza di eventi meteo “estremi” sul nostro vecchio continente.
Ritorniamo momentaneamente sul discorso delle onde di Rossby. Avevamo visto come le ondate di freddo e di gelo sull’Europa occidentale risultano strettamente legate allo sviluppo di particolari onde planetarie: onde stazionarie ed onde retrograde. Entrambi le onde sono onde straordinariamente lunghe nonché ampie, dove per ampiezza si intende lo sviluppo dell’onda in senso meridiano. Al riguardo è bene inoltre ricordare che quelle planetarie sono onde inerziali trasversali, ossia riferite al volume e non alla sola superficie della massa d’aria. Pertanto, nella fase di sviluppo le onde di Rossby non si propagano solo nel piano (ovvero longitudinalmente ed in senso meridiano), bensì anche in altezza. Pertanto le onde ampie e lunghe risulteranno molto sviluppate anche in altezza.
Tuttavia, alle medio-alte latitudini l’altezza della troposfera è abbastanza limititata (intorno ai 9 km). Pertanto, un onda di Rossby che tende a svilupparsi ampiamente in senso meridiano, alle alte latitudini troverà in altezza un “tappo” che tende a limitare il suo sviluppo verso l’alto e dunque il suo sviluppo in generale. Questo tappo è rappresentato proprio dalla tropopausa, che come detto alle alte latitudini è situata molto in basso. Oltre la tropopausa è situato il Vortice Polare Stratosferico (VPS), che caratterizzato nella stagione invernale da intensi venti occidentali. Maggiore è l’intensità (velocità) di tali venti e più grande risulterà la resistenza offerta dal “tappo” della tropopausa.
Quindi affinchè vada in porto la propagazione dell’onda, è necessario che tali venti stratosferici non risultino essere eccessivamente forti. Infatti, le onde non si propagano in presenza di elevate velocità zonali che procedendo con la quota divengano superiori ad un valore definito Velocità critica di Rossby. Oltre tale valore si ha il wave Breaking, ovvero l’ondulazione diviene evanescente. Infatti se le velocità zonali stratosferiche sulle zone polari sono troppo elevate, l’onda non riesce più a propagarsi verso l’alto ed al tempo stesso non riesce ad assumere elevate ampiezze e lunghezze divenendo in breve tempo evanescente. In altri termini, solo in presenza di venti zonali stratosferici abbastanza deboli si verificano, in genere, le condizioni ideali per la formazione di onde lunghe ed ampie e dunque di onde stazionarie e retrograde.

Le figure sopra riportate rappresentano i vettori dell’Ep-flux (Elliassen and Palm flux), che misurano il trasporto di “energia” che avviene dalla troposfera alla stratosfera, sia in termini dinamici (momento) che termodinamici (calore). L’EP-flux può essere visto come una misura della capacità dell’onda planetaria di propagarsi verso l’alto (e dunque di propagarsi in generale). Se i vettori (freccie) sono divergenti al limite della tropopausa, vorrà dire che siamo in condizioni di flusso zonale stratosferico tirato e che l’onda planetaria non riesce a propagarsi (ultimi 2 pannelli). Al contrario, vettori verticali convergenti oltre le quote stratosferiche, indicano che la propagazione dell’onda è “andata in porto” (primi pannelli).
La dinamica sin qui descritta è anche quella alla base dello sviluppo dei fenomeni di stratwarming.
Non ritengo questa la sede appropriata per approfondire nel dettaglio le dinamiche legate alla formazione e all’espansione degli stratwarming. Diciamo solo che detti fenomeni si originano a partire dall’espansione verso l’alto delle onde platenarie più energetiche. Quando l’onda raggiunge la stratosfera si “infrange” rallentando il VPS e “depositando” in esso una circolazione easterly. Dove l’ondulazione viene assorbita, infatti, si ha trasferimento di moto e l’onda può essere dissipata. Da ciò scaturisce la produzione di calore (attraverso l’attrito) ed il trasporto di quantità di moto. Quest’ultimo fattore fa sì che nel VPS, le normali correnti zonali, vengano sostituite dagli esterlies (circolazione da est verso ovest). L’effetto degli stratwarming è dunque di rallentare prima e di distruggere poi il Vortice Polare Stratosferico (inversione di circolazione da westerly ad esterly). Ci sono ovviamente diversi tipi di stratwarming. Diciamo solo che i più potenti ed efficaci sono in grado di distruggere completamente il VPS, con inversione dei venti da occidentali ad orientali fino a latitudini prossime ai 60° N, oltre che provocare intensi e repentini riscaldamenti stratosferici (anche 60° C in pochi giorni). Tali tipi di warming portano alla rottura ed allo split del vortice ciclonico stratosferico, che viene momentaneamente rimpiazzato da un anticiclone. Nella maggior parte dei casi inoltri, tali potenti warming stratosferici, sono in grado di istaurare una circolazione inversa a quella del Vortice Polare, non solo nella stratosfera, ma anche in tutta la troposfera sottostante, in quanto le particolari dinamiche innescatesi in stratosfera vengono trasferite alla sottostante troposfera. Infatti, alcuni giorni dopo, la cella anticiclonica stratosferica originata dall’intenso warming, si può ritrovare con simili caratteristiche a livelli troposferici polari, portando anche il vortice polare troposferico (VPT) ad essere letteralmente distrutto. In tali situazioni estreme dunque, l’anticiclone propaga la propria circolazione oraria (esterly) dalla stratosfera alla bassa troposfera nell’arco di 5-10 giorni, fino a sostituire, sulla verticale del polo, il VP a tutte le quote e quindi invertendo il verso della circolazione atmosferica polare (da ciclonica con venti dai quadranti occidentali, ad anticiclonica con venti dai quadranti orientali). Siccome il VP in condizioni normali ha in genere una forma ellittica (perché compresso tra l’anticiclone freddo canadese e l’anticiclone freddo siberiano), nella nuova situazione viene invece a trovarsi schiacciato tra il nuovo anticiclone polare e l’anticiclone freddo periferico siberiano, cosicchè viene spezzato in due lobi e costretto a riposizionarsi ai bordi del circolo (split del Vortice Polare). Anche l’anticiclone polare tende a sua volta a dividersi in due distinti centri, sempre interni al circolo polare: uno in genere su Alaska/Siberia orientale ed un altro su Nord Scandinavia/Russia. In definitiva la configurazione finale indotta da un violento SW è in genere quella formata da due possenti anticicloni caldi a tutte le quote sul polo e due altrettanto profondi centri depressionari colmi di aria gelida a tutte le quote, posti in genere uno sul nord-est del Canada e un altro sulla Siberia.


La figura evidenzia la configurazione di un potente Stratwarming: due anticicloni a tutte le quote sul polo e due centri ciclonici freddi, posti in genere+ uno sul nord-est del Canada e un altro sulla Siberia.

Detti split del VPT causano a loro volta il blocco delle correnti occidentali. Infatti con l’innesco della rotazione oraria anticiclonica anche nei piani più bassi, tutta la circolazione polare vedrà invertito il suo senso di rotazione (da Est verso Ovest), provocando un moto retrogrado dei lobi del VPT precedentemente formati. Nell’ambito europeo, una simile situazione può attivare un moto retrogrado del lobo freddo asiatico, che progressivamente comincia a muoversi verso la Russia europea ed il Baltico, lambendo e talvolta investendo con gelide correnti l’Europa occidentale. Tali situazioni danno luogo a periodi di freddo intenso ed estremo sull’Europa occidentale (Italia inclusa) della durata di molti giorni.
Tali eventi estremi, denominati dalla comunità scientifica ESEs (Extreme Stratospheric Events), si verificano in media una volta ogni 5-10 anni. Come vedremo tuttavia, la bassa attività solare è in grado di aumentare non di poco la loro frequenza.
È ovvio che non tutte le invasioni fredde in Europa sono collegate ai fenomeni di Stratwarming. Tuttavia la loro presenza aumenta di molto le probabilità che le gelide correnti artiche e siberiane si spingano sin sulle zone più occidentali d’Europa. A tal proposito è bene ricordare che gli eventi di gelo più eclatanti che hanno coinvolto l’Europa nell’epoca moderna sono stati quasi tutti dovuti a fenomeni di Stratwarming. Ad esempio alla fine del dicembre 1984 fu registrato sul polo nord, a 42 km di altezza, un riscaldamento di circa 70 °C in appena 5 giorni. Tra gli ultimi giorni del dicembre 1962 ed i primi giorni del gennaio 1963, sempre a 42km sopra il Polo Nord, la temperatura era salita di oltre 60°C in pochi giorni. Oltre che gli eventi leggendari del 63 e dell’85, fenomeni di stratwarming causarono altri eventi storici sul vecchio continente, come ad esempio marzo 1987, febbraio 1991 ecc..


La figura mostra la situazione meteo sull’intero emisfero nord svariar iati giorni dopo il violento stratwarming del dicembre 1984.

Alla luce di quanto sin qui analizzato mi preme sottolineare un fattore che ritengo cruciale per le dinamiche meteorologiche degli inverni europei: anche se non tutti gli eventi di gelo in Europa sono correlate ad eventi di Stratwarming, il Vortice Polare Stratosferico (VPS) gioca sempre un ruolo fondamentale. In altri termini, le vicende della stratosfera polare, anche in assenza di fenomeni eclatanti, hanno sempre una valenza cruciale nelle dinamiche meteo invernali. Infatti come si è detto prima, in presenza di elevate velocità zonali stratosferiche, le onde di Rossby non si propagano eccessivamente e non riescono ad acquisire quelle grandi ampiezze tipiche delle onde stazionarie e retrograde.
Detto in termini poco tecnici, il VPS riflette le sue caratteristiche nell’ambito dell’intero Vortice Polare (dunque a quote inferiori a quelle stratosferiche). Se il VPS è estremamente compatto e caratterizzato dunque da venti ciclonici occidentali molto forti, l’intera struttura del VP risulterà molto compatta e poco propensa alle oscillazioni meridiane (e viceversa).
Una situazione di questo tipo è quella che ci ha penalizzato nel cuore dell’inverno appena trascorso (da metà gennaio in avanti). Infatti, a fronte di un VPS eccezionalmente “veloce” e compatto, anche il VP alle quote troposferiche si è mostrato molto solido (AO sempre nettamente positivo). Chi, come me, ha seguito le vicende meteorologiche da vicino, ricorderà che da quel periodo in avanti il VP è risultato inattaccabile da ogni azione meridiana anticiclonica. Questo semplicemente perché le velocità zonali stratosferiche erano elevatissime ed ogni tentativo di approfondimento delle onde planetarie si dissolveva come neve al sole. In altre parole, in virtù di un VPS estremamente solido e “veloce”, ogni ondulazione meridiana diveniva evanescente in quanto non c’erano le condizioni necessarie per la formazione di onde lunghe ed ampie a carattere stazionario, le uniche in grado di bloccare la circolazione occidentale per più giorni e consentire le discese gelide. Ricorderete sicuramente come i modelli più volte erano propensi nel prevedere colate molto fredde che poi venivano regolarmente ridimensionate se non annullate completamente, a fronte di un hp oceanico eccessivamente invadente. Infatti, in quelle condizioni, riuscivano a formarsi solo onde corte e scarsamente ampie, che sono anche le più veloci. Ecco che in brevissimo tempo veniva ripristinata la consueta circolazione zonale e le correnti fredde riuscivano a mala pena a sfiorare il nostro paese.
Ora, quello che sta emergendo da innumerevoli studi scientifici condotti negli ultimi anni, è che la bassa attività solare sia in grado di apportare sostanziali modifiche al VPS, che ricordiamo essere il vortice atmosferico per eccellenza. Il passo che faremo ora sarà quello di capire come il sole (o meglio il numero di macchie solari) possa influenzare l’andamento del Vortice Polare Stratosferico.
Tra gli studi più significativi condotti in questo campo voglio ricordare quelli realizzati da Baldwin and Dunkerton della “Northwest Research Associates”, dalla Professoressa Karin Labitzke della “FU Berlin University” e dai Professori Salby e Callaghan dell’ “University of Colorado, USA”. Nelle loro ricerche i sopracitati ricercatori (non solo loro) hanno messo in evidenza coma l’attività solare sia in grado di alterare la composizione dell’aria e le modalità di circolazione atmosferica nell’ambito del VPS (con riferimento soprattutto a quello boreale). Nello specifico l’attività solare ha importanti ripercussioni su una particolare circolazione stratosferica chiamata Brewer Dobson Circulation (BDC).
La BDC, così chiamata per i suoi scopritori Brewer e Dobson, è una lenta circolazione emisferica agente a quote stratosferiche e disposta lungo i meridiani. Tale circolazione è responsabile del movimento di particelle d’aria dalle regioni equatoriali sino alle regioni polari ed maggiormente attiva nell’emisfero nord. In particolare detta circolazione è caratterizzata da moti ascendenti nelle regioni equatoriali e da moti discendenti nelle zone extratropicali (soprattutto polari). La BDC è molto importante perché influenza enormemente la chimica dell’atmosfera grazie al trasporto verticale e meridionale delle specie chimiche, tra cui l’ozono. Infatti la parte sommitale della stratosfera tropicale è la principale sorgente dell’ozono stratosferico, a causa dell’abbondanza di fotoni ad alta energia (per il maggior irradiamento solare) necessari per la fotolisi dell’ossigeno (reazione che porta alla formazione dell’ozono stratosferico). Al contrario, durante l’inverno per mancanza totale di radiazione solare, la stratosfera polare dovrebbe essere completamente priva di questo gas. In realtà, grazie alla BDC, aria ricca di ozono viene portata dalle regioni tropicali a quelle polari durante la stagione autunno-invernale (come detto polo nord in primis). La BDC fornisce così un motore fotochimico aumentando la concentrazione complessiva di ozono nella stratosfera polare durante l’inverno.
La seguente figura ritrae lo schema di funzionamento della Brewer Dobson Circulation (freccia tratteggiata). Si noti la differenza di altitudine tra troposfera tropicale e troposfera polare. Come si vedrà più avanti (prossima Parte), tale differenza di quota dipende molto dall’attività solare e gioca un ruolo fondamentale per le sorti del VPS .

Come detto la BDC non altera solo la composizione chimica della stratosfera polare, ma agisce anche da un punto di vista dinamico, alterando la temperatura e l’andamento circolatorio del VPS stesso. Per farvi capire questo fenomeno permettetemi di spiegarvi in grandi linee il funzionamento di questo affascinante tipo di circolazione.
La tropopausa è la più fredda regione della stratosfera e della troposfera equatoriale. Questo perché l’aria in ascesa all’equatore raffredda adiabaticamente a causa dell’espansione e ciò spinge le temperature della parte bassa della stratosfera equatoriale b\en al di sotto della temperatura di equilibrio locale. Non a caso, proprio l’osservato andamento medio zonale della temperatura, portò Brewer alla conclusione che l’aria stratosferica extratropicale doveva essere passata attraverso lo strato della tropopausa equatoriale. Solo questo fattore poteva spiegare infatti il basso tenore di vapore osservato nella miscela d’aria nella stratosfera equatoriale (solo nello strato della tropopausa equatoriale può avvenire il fenomeno della deidratazione attraverso il processo di “freeze dryng”). Ora, l’aria proveniente dalla stratosfera equatoriale e discendente sulle regioni polari è sottoposta al processo inverso di compressione adiabatica che la porta a riscaldarsi. Tale processo fa salire le temperature all’interno del VPS di alcune decine di gradi sopra la temperatura di equilibrio radiativo locale.
Inoltre, la maggiore quantità di ozono contribuisce non poco al riscaldamento della stratosfera polare nella seconda parte dell’inverno. Infatti, all’arrivo della prima radiazione solare sul polo, l’ozono presente assorbe la maggior parte della radiazione solare ultravioletta e la restituisce sotto forma di calore. Pertanto un elevata concentrazione di ozono può essere ritenuta un ulteriore causa di riscaldamento stratosferico e dunque di rottura dell’equilibrio radiativo locale.
In ultimo, la BDC è in grado di rimuovere le sostanze immesse in stratosfera dall’attività umana in grado di distruggere l’ozono (in base a quanto vedremo in seguito è questo di un fattore di notevole importanza).

Tornando al nostro discorso, l’attività di ricerca condotta negli ultimi anni da innumerevoli centri scientifici universitari, ha messo in evidenza come la bassa attività solare sia in grado di accelerare e rafforzare la Brewer Dobson Circulation. Per quanto si è visto, un rafforzamento della BDC implica un riscaldamento ed un indebolimento del VPS, rendendolo molto più vulnerabile all’azione forzante troposferica associata allo sviluppo delle onde di Rossby. Ciò rende l’intera struttura del VP più debole ed aumenta in maniera eclatante la probabilità che si sviluppino a latitudini medio-alte onde estremamente lunghe ed ampie (stazionarie e retrograde). Una situazione di questo tipo situazione porta inoltre il VPS ad essere molto più soggetto a fenomeni di stratwarming.
Purtroppo la correlazione sopra descritta non è così semplice e lineare. Infatti la bassa attività solare diviene estremamente efficace nel modulare la BDC e quindi le caratteristiche del vortice atmosferico qual’ è il Vortice Polare, solo in presenza di alcune condizioni esterne. Detta in altri termini, la capacità del sole di modulare l’intensità del VP e dunque le caratteristiche del clima alle medio-basse latitudini boreali, dipende fortemente da due fenomeni: la Quasi Biennal Oscillation ed il ciclo ENSO.
Nella successiva Parte IV tenteremo di approfondire questo discorso.

Riccardo

Due Calcoli verso il Solar Max!

8 settembre 2012 72 commenti

Attualmente nel Sole sono presenti 4 AR attive, una delle quali, la 1562, sta per scomparire dalla parte visibile. Tutte queste regioni sono non tanto grandi, anzi direi medie-piccole ed assolutamente poco coalescenti.

L’emisfero sud sta continuando a produrre più macchie di quello nord, ma la situazione geomagnetica depone ancora per un suo ritardo nell’invertire il proprio polo:

2012:06:01_21h:07m:13s    -5N   42S  -23Avg   20nhz filt:-1Nf   43Sf  -22Avgf
2012:06:11_21h:07m:13s    -2N   36S  -19Avg   20nhz filt:-1Nf   43Sf  -22Avgf
2012:06:21_21h:07m:13s    -2N   33S  -17Avg   20nhz filt:-0Nf   43Sf  -22Avgf
2012:07:01_21h:07m:13s    -4N   26S  -15Avg   20nhz filt:0Nf   43Sf  -21Avgf
2012:07:11_21h:07m:13s    -5N   23S  -14Avg   20nhz filt:1Nf   43Sf  -21Avgf
2012:07:21_21h:07m:13s    -9N   17S  -13Avg   20nhz filt:2Nf   42Sf  -20Avgf
2012:07:31_21h:07m:13s    -9N   16S  -13Avg   20nhz filt:2Nf   42Sf  -20Avgf
2012:08:10_21h:07m:13s   -15N   10S  -12Avg   20nhz filt:3Nf   42Sf  -20Avgf
Finchè la media rimarrà a 20, nessuna inversione,
notare come l'emisfero nord ha già invertito a giugno di quest'anno,
 ed invece come quello sud presenti ancora un valore di 42,
ben lontano dall'arrivare allo 0!
Ma ora guardiamo alla media SSN degli ultimi mesi:

Settembre 2011: 59.5

Ottobre 2011: 59.9 

Novembre 2011: 61.1 

Dicembre 2011: 63.4 

Gennaio 2012: 65.5 

Febbraio 2012: 66.9 

Rimenbriamo velocemente la formula per ricavare il SSN:

detto in parole povere, si prendono gli ultimi 13 mesi del SN del sidc (o del NIA’s), il primo e l’ultimo mese li dividiamo per 2 e poi li sommiamo agli altri 11. Infine, dividiamo la somma ottenuta per 12!

Per convenzione, avremo il solar Max quando il valore SSN smetterà di crescere, così come avremo il Solar Minimum quando la media mobile smetterà di diminuire!

Allora, se diamo un’occhiata al valore del SN Sidc degli ultimi 13 mesi, noteremo come presto usciranno dalla lista per il calcolo del SSN, i mesi del solar massimo relativo del ciclo 24, (massimo relativo dell’emisfero nord) ovvero i mesi dello scorso autunno:

Settembre 2011 : 78.0

Ottobre 2011: 88.0

Novembre 2011: 96.7

Dicembre 2011: 73.0

Questi mesi, essendosi appunto toccato il massimo solare relativo per l’emisfero nord, presentano finora il SN più alto del ciclo solare 24!

Una volta usciti di scena questi, ed ammettendo che il SN dei mesi avvenire rimanga intorno a 60-70, entro pochi mesi avremo il Solar Max!

Secondo i miei calcoli, questo si toccherà non oltre gennaio-febbraio 2013, che sempre per la formula del SSN, vorrebbe dire 6 mesi prima, ovvero verso luglio-agosto 2012, ben un anno prima del solar max previsto dai vari studiosi e ricercatori solari della Terra!

Ma mi sta venendo più che un dubbio: infatti non so se avete notato ultimamente come sta contando il Sidc?

Al giorno 6 settembre , il SN si attesta già a 19.1, di questo passo il mese chiuderà ben oltre i 60-70 preventivati, ed allora anche il calcolo del Solar Max con la formula del SSN ne risentirà, andando a finire più tardi!

Ovviamente è superfluo dirvi che se lo sappiamo noi come si fa il calcolo del SSN, lo sa anche il Sidc, così come si sono accorti che se il SN presto non inizia a salire in maniera sostanziale, addio previsioni di un solar max nella primavera-estate 2013…

dico io, potranno avere ragione quegli scazzoni di NIA che da anni ormai mettevano in dubbio la veridicità della previsione Noaa&Nasa?!!!???

Come al solito, ai posteri l’ardua sentenza!

Simon

 

 

Cosa fare se si verifica un nuovo evento Carrington?

28 marzo 2012 76 commenti

Questo non vuole essere un articolo allarmista tipo quelli dei nostri amici “riscaldamento a qualsiasi costo”, ma dato che la NASA ha lanciato alcuni mesi fa un allarme per una possibile forte tempesta solare nei primi mesi del 2013 (periodo in cui alla NASA pensano ci sará il massimo del ciclo 24), ho cercato di informarmi di cosa successe nel 1859, anno in cui si verificó l´evento Carrington, e cosa potrebbe succedere adesso se un nuovo evento di tale genere si verificasse.
Ho detto se, se , se … ma tutti i fisici solari sono d´accordo nel dire che il problema non é SE ma QUANDO si verificherá un nuovo evento Carrington.
Un rapporto speciale finanziato dalla NASA e pubblicato meno di un anno fa dalla National Academy of Sciences degli Stati Uniti (NAS), mette in guardia contro le gravi conseguenze che potrebbe avere sulla nostra civiltà l’arrivo di una tempesta solare sulla Terra. E questo, secondo il rapporto, sono proprio quelle società occidentali che negli ultimi decenni hanno involontariamente seminato i semi della propria distruzione. “Ci stiamo muovendo sempre più vicino al bordo di un possibile disastro”, dice Daniel Baker, esperto di meteorologia spaziale presso l’Università del Colorado a Boulder e capo della  commissione della NASA che ha redatto il rapporto. Quali segni ci sarebbero per  avvertirci ? Il cielo appare improvvisamente con un mantello ornato con una vasta gamma di luci. Non importa che non siamo vicino al Polo Nord, dove le aurore sono comuni. Potrebbe benissimo essere New York, Roma e Pechino. Uno degli effetti collaterali di una tempesta oltre alle  aurore potrebbe essere più vicino ai tropici. Dopo pochi secondi, le lampadine iniziano a lampeggiare, come se stessero per fulminarsi, poi, per un breve momento, brillano con un’intensità insolita … e poi  PUFFF.
Questa é la macchia solare che Carrington disegnó il 1° settembre 1859 e che scatenó la piú potente tempesta solare dei tempi moderni.
La tempesta Carrington fu 3 volte piú forte di quella che distrusse i trasformatori elettrici in Canadá il 13 marzo 1989. (foto sotto)
Le foto dei trasformatori elettrici distrutti da una tempesta solare nel 1989.
Questa la foto della tempesta solare del 14 luglio 2000 (giorno della Bastiglia) e fu una tempesta di classe X5.
Questa la foto della tempesta solare del 28 ottobre 2003 calcolata come una X28 ma alla Nasa dissero che nel momento piú forte fu calcolato addirittura una X 45. La tempesta successe dopo altre 9 flares potenti durante 2 settimane
Questa é l´immagine del flare classe X9 del 5 dicembre 2006 che danneggió il satellite Goes 13 e per 10 minuti interruppe i satelliti del sistema GPS
Quali strumenti esistono oggi per prevedere e osservare il Sole? 
La NASA ha lanciato nel febbraio 2010 dalla Florida il Solar Dynamics Observatory (Solar Dynamics Observatory, SDO), una sonda che é impegneta in “una missione senza precedenti” per fornire agli scienziati i dati più straordinari e sconosciuti sul comportamento del Sole per cinque anni, la sonda, dotata di straordinari telescopi segue instancabilmente le macchie e brillamenti solari. Il loro obiettivo finale è quello di svelare, tra gli altri misteri, come il campo magnetico della nostra stella influenza il resto del nostro sistema solare.
I satelliti americani Stereo  fanno le riprese del sole in tre dimensioni, e forniscono informazioni complete sulle eruzioni solari nei prossimi  anni.

La tempesta solare del 1859 è stata preceduta dalla comparsa  di un grande gruppo di macchie solari vicino l´equatore solare.

Non abbiamo un sistema di allarme per avvertirci in tempo?

Gli esperti della NASA stanno dicendo no. Attualmente, le migliori indicazioni di una tempesta solare  provengono dal satellite ACE (Advanced Composition Explorer). La sonda, lanciata nel 1997, è un’orbita solare e si mantiene sempre tra il Sole e la Terra. Ciò significa che è possibile inviare  dati in modo continuo sulla direzione e la velocità dei venti solari e di altre emissioni di particelle cariche che colpiscono il nostro pianeta. ACE, quindi, potrebbe avvertirci dell’imminente arrivo di un getto di plasma come quello che colpí la Terra nel 1859  con un anticipo di 15 a 45 minuti. E in teoria,  15 minuti è il tempo necessario per preparare un programma di utilità per una situazione di emergenza. Tuttavia, lo studio dei dati ottenuti durante l’evento Carrington mostra che l’espulsione di massa coronale del 1859 ha più di 15 minuti per percorrere la distanza dalla ACE alla Terra. Quando questo potrebbe accadere?  Secondo il rapporto, potrebbe accadere molto prima di quanto si immagina chiunque. La “perfetta tempesta solare” potrebbe infatti avvenire in primavera o in autunno di un anno con elevata attività solare. E ‘proprio in tali periodi, nei pressi degli equinozi, quando sarebbe più dannoso per noi così come lo è quando l’orientamento del campo magnetico terrestre (lo scudo che ci protegge dai venti solari), è più vulnerabile ai bombardamenti dal plasma solare.

Il cielo appare improvvisamente come mantello ornato con una vasta gamma di luci.

L’energia liberata dal sole causerà la comparsa di aurore come quello che si sono verificate nel 1859 quando le aurore boreali furono viste nei  Caraibi.

Quali sarebbero le conseguenze?

Un rapporto della NASA, “gravi effetti meteo Spazio Eventi-sociali ed economici”, indica che i i sistemi elettrici, i GPS di navigazione, il sistema di trasporto aereo, i sistemi finanziari e le comunicazioni radio di emergenza sarebbero  interrotti. Il rapporto mette in evidenza l’esistenza di due problemi fondamentali: la prima è che le reti elettriche moderne, progettati per funzionare a tensioni molto elevate su vaste aree geografiche, sono particolarmente vulnerabili a questo tipo di tempeste del sole. Il secondo problema è l´ interdipendenza di questo sistema  con i sistemi di base che garantiscono la nostra vita come l’approvvigionamento idrico, trattamento delle acque reflue, cibo e trasporto merci, i mercati finanziari, rete di telecomunicazioni … Molti aspetti cruciali della nostra vita dipendeno da esso e non funzionano senza la fornitura di energia elettrica. Niente acqua e niente trasporti: ironia della sorte, proprio l’opposto di ciò che accade con la maggior parte dei disastri naturali, questo interesserebbe molto di più le società più ricche e  tecnologiche, molto meno avrebbero conseguenze quelle che si trovano nel processo di sviluppo. La prima cosa sarebbe la scarsezza di acqua potabile. Le persone che vivono in un appartamento alto sarebbero  i primi ad essere senza  acqua perché le pompe incaricate di portare l´acqua dalla strada ai piani alti non  funzionerebbero. Tutti gli altri avrebbero un giorno in piú prima di restare senza acqua, perché senza elettricità , una volta consumata l´ acqua nei tubi, sarebbe impossibile pomparla dalle fonti fino ai serbatoi. Anche  il trasporto elettrico terminerebbe. Non ci sarebbero treni, nessuna metropolitana, lasciando milioni di persone immobilizzate, e strangolarebbero una delle principali rotte di approvvigionamento di cibo e merci verso le principali città. I grandi ospedali con i loro generatori,  potrebbero continuare a servire per quasi 72 ore . Dopo di che, addio alla medicina moderna. E la situazione non migliorerà ulteriormente per mesi, forse per anni, dato che i trasformatori bruciati non possono essere riparati, ma solo sostituiti da nuovi. E il numero di trasformatori di riserva è molto limitata cosí come  le squadre speciali che sono responsabili della loro installazione, un compito che richiede circa una settimana di lavoro intenso.Una volta esauriti quelli in magazzino, si dovrá attendere che vengano fabbricati quelli nuovi e la  fabbricazione di un trasformatore elettrico dura quasi un anno intero.

 Le prime vittime di un nuovo evento Carrington saranno i satelliti artificiali e quindi fine delle trasmissioni radio e televisive, GPS,  cellulari etc etc
Senza riscaldamento o raffreddamento, la gente comincia a morire entro pochi giorni.

Il rapporto stima che lo stesso  accadrebbe con i gasdotti di gas naturale e combustibile che hanno bisogno di elettricità per funzionare. E per quanto riguarda il carbone si bruciano le  riserve di combustibile entro trenta giorni. Riserve che, essendo paralizzati dalla mancanza di carburante per i trasporti, non può essere sostituito. E nessuna centrale nucleare sarebbe una soluzione perché sono programmate per spegnersi automaticamente quando un grave fallimento si verifica nelle reti elettriche e non tornerebbero al lavoro fino al ripristino dell’alimentazione elettrica. Senza riscaldamento o raffreddamento, la gente comincia a morire in questione di giorni. Tra le prime vittime, tutti coloro la cui vita dipende da cure mediche o la fornitura regolare di sostanze come l’insulina.

Ci sono precedenti?

Le nostre reti elettriche non sono progettate per resistere a questo tipo di  assalti improvvisi. E che nessuno può dubitare che questi attacchi si verificano con una certa regolarità. Dal momento che siamo in grado di eseguire misurazioni, la peggiore tempesta solare di tutti i tempi si è verificata il 2 settembre 1859. Conosciuta come “L’evento Carrington” dall’astronomo britannico che l´ha misurato. Tale evento ha causato il crollo delle più grandi reti globali di telegrafi. Ci furono 9 giorni di seguito di tempeste solari,  le aurore sono state osservate anche a latitudini equatoriali, l’evento è stato descritto come “la prima volta che l’uomo si accorse che non era solo nell’universo” e “la nascita dell’astronomia moderna” . A quel tempo, l’elettricità aveva appena cominciato ad essere utilizzata, in modo che gli effetti della tempesta a malapena hanno influenzato la vita dei cittadini. Ma sono i danni inimmaginabili che si potrebbero verificare nel nostro modo di vita, se un tale evento accadesse oggi. Infatti, secondo l’analisi della NASA,  milioni di persone in tutto il mondo non sopravviverebbero. Allora nel 1859 fu solo un unico spettacolo celeste, o una esperienza mistica, ma  per gli osservatori di oggi con la nostra impalcatura elettrica  sarebbe una tragedia.

 

15 minuti è il tempo necessario per preparare un programma di utilità per una situazione di emergenza, il tempo esatto che impiega per avere il primo impatto dal Sole

 

Il grafico mostra la vunerabilitá dei trasformatori elettrici (cerchi rossi) negli Stati Uniti secondo le simulazioni condotte da esperti.

Che cosa possiamo fare noi comuni mortali se una cosa del genere accade?

E ‘importante prendere in considerazione diversi scenari, tenendo conto che non si potrebbe avere energia elettrica. Quindi niente  luce, niente calore, niente gas, niente comunicazioni, senza elettricità per gli elettrodomestici vari e non ci sarà né cibo né acqua. Da qui, dobbiamo considerare la necessità di acquistare cibo e acqua per sopravvivere, almeno per tutto il tempo che occorre fino a che l´ ordine viene ripristinato.
 Raccomandazioni: 
. 1 – Essere consapevoli di ciò che accade con l’attività solare (Space Weather & Space Weather Prediction Center)
2 -. Conservare cibo in scatola e conserve di prodotti alimentari che scadono dopo 2 a 3 anni, e quindi avere una riserva per diversi mesi. 
3 -. Individuare l’acqua o no, trovare sistemi per purificarla. Un altro modo è quello di conservare l’acqua piovana in fusti, soprattutto se si vive fuori città. 
4 -. ricerca per i sistemi di energia alternativa (solare, eolica, magnetico, butano, ecc) .
5 -. Tenete a mente che nelle città ci sarà il caos, e quindi identificate i luoghi in campagna dove c´é l’agricoltura e l’acqua per andare lí e starci fino alla normalizzazione . 
6 -. Avere mezzi di trasporto come la bicicletta per il movimento, se le macchine non funzionano. 
7 -. Conoscere come  proteggere le scatole elettriche importanti e utili creando casse Faraday sottoterra fino a  quando la tempesta non sia passata.
 8 – Equipaggiarsi con attrezzi di sopravvivenza di base.
La prima cosa che comincerebbe a mancare sará l´acqua potabile. 
La tempesta solare del 1859 è stata la più potente tempesta solare registrata nella storia moderna; Probabilmente altre forte tempeste solari ci furono in passato. A partire dal 28 agosto 1859 le aurore borealisono state viste al sud fino ai Caraibi, aumentando la loro intensità 1 e 2 settembre. Essa è stata preceduta dalla comparsa sotto il sole di un grande gruppo di macchie solari vicino l´equatore  solare, su una scala così grande che si poteva vedere a occhio nudo con una protezione adeguata. Il bagliore intenso del 1859 ha liberato due espulsioni di massa coronale: il primo ha preso tra 40 e 60 ore per raggiungere la Terra (tempo normale) mentre il secondo, uscito dal sole prima di riempire il vuoto lasciato dal primo, ha impiegato solo  circa 17 ore per raggiungere la Terra. Fu rilasciata un sacco di energia, che ha cominciato a disturbare le comunicazioni telegrafiche via  filo per  un giorno o due. Le temperature registrate mostrano circa 50 milioni di gradi Kelvin. Al momento dell’impatto la magnetosfera della Terra, che di solito è a circa 60.000 chilometri dalla Terra, è stata compressa fino a circa 7000, raggiungendo la stratosfera. Ciò ha causato la scomparsa temporanea della radiazione della cintura di Van Allen permettendo che un gran numero di protoni ed elettroni con energie di 30 milioni di elettronvolt entrassero nella stratosfera causando  la riduzione dell’ozono stratosferico del 5%, e ci sono voluti circa 4 anni per recuperare ciò che era perduto. Un grande “pioggia” di neutroni avrebbe ricoperto la superficie della Terra, ma dato che a quei tempi non c´erano  i rivelatori, questa pioggia non è stata registrata, e sembra inoltre che non ci fu nessuna conseguenza per la salute umana.
SAND-RIO

L’evidenze solari bocciano l’ennesimo protocollo fuorviante dell’IPCC -2°parte-

8 dicembre 2011 6 commenti

Continuiamo la trattazione riportando ulteriori ricerche scientifiche che dimostrano a chiare lettere il legame continuo fra le dinamiche solari-planetarie e il clima terrestre.

La prima parte è reperibile al seguente indirizzo web: http://daltonsminima.altervista.org/?p=17408

Partiamo con uno studio condotto da SK Solanki e M. Fligge dell’ Istituto di Astronomia, ETH-Zentrum, CH-8092 Z ° Urich, Svizzera – “Una ricostruzione del totale irraggiamento solare dal 1700” (Geophysical Research Letters, Vol. 26, NO.. 16 PAGINE 2465-2468, 15 Agosto, 1999).  Il grafico di correlazione è mostrato nella figura seguente.

La curva solida, la lunghezza del ciclo solare; La sottile curva tratteggiata evidenzia il numero delle macchie solari; La curva in grassetto: le anomalia della temperatura nell’emisfero nord.

Adesso passiamo ad uno studio condotto da Claus Frohlich e Judith magra (World Radiation Center, Svizzera e EO Hulburt Centro per la ricerca spaziale, Naval Research Laboratory, Washington, DC), ” Uscita radiativa solare e la sua variabilità :  Evidenze e Meccanismi “ (Astronomia e Astrofisica Review) [ http : / / rivernet.ncsu.edu/courselocker/PaleoClimate/FrohlichLeanSolIrdOverview1.pdf ]

La figura è stata riportata qui sotto (a sinistra).  Nella figura di destra è stato sovrapposto il trend delle temperature dell’IPCC. La rappresentazione evidenzia una forte correlazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 a) Irraggiamento solare totale                             b) Temperature sovrapposte

 

Raggi Cosmici

Uno studio realizzato dal direttore del Centro per le ricerche delle relazioni Sole-Clima  presso il Danish Space Research Institute (DSRI) [ http://www.canada.com/nationalpost/news/story.html?id=d2113c58-030a-4390- a12c-30f45d75dfa5 & p = 1 ] esamina l’influenza del campo magnetico del sole, sui raggi cosmici e la formazione delle nuvole.  In questo studio si è  trovato che il sole e le stelle potrebbe spiegare la maggior parte,  se non tutto,  il riscaldamento di questo secolo.

Ed i risultati di laboratorio lo dimostrerebbero.  Lo studio del Dr. Svensmark è partito nel oramai lontano 1996,  quando lui e un suo collega hanno presentato i risultati ad una conferenza scientifica,  indicando che i cambiamenti nel campo magnetico del sole,  a prescindere dai gas serra,  potrebbero essere correlati al recente aumento delle temperature globali …. Svensmark e il suo collega erano arrivati alla loro teoria previo esame dei dati che hanno mostrato una correlazione sorprendentemente forte,  tra i raggi cosmici e le nubi a bassa quota.

La copertura nuvolosa  della Terra è aumentata quando l’intensità dei raggi cosmici è cresciuta e diminuita quando l’intensità è diminuita.  Il Dott. Svensmark non ha mai contestato l’esistenza di gas serra e l’effetto serra.  Al contrario,  egli ritiene che la comprensione del ruolo del Sole è necessaria per imparare la storia completa  e quindi determinare il ruolo dell’uomo.  Non solo nessun modello climatico oggi ha considerato gli effetti delle particelle cosmiche,  ma anche le nuvole,  afferma il Dott.Svensmark  sono troppo poco conosciute per essere incorporate in ogni modello climatico serio “.

La figura seguente viene da uno studio pubblicato nel 2010 (Lockwood et al, ” Sono gli inverni freddi in Europa, associati ad una bassa attività solare ? “) [ http://iopscience.iop.org/1748-9326/5/2/024001/ fulltext ]e mostra che il Solar flux [ aperture del  flusso magnetico solare ] è altamente “anticorrelato” con flussi dei raggi cosmici, viceversa,  si correla molto bene (con un ritardo di 1 anno) con l’irraggiamento solare totale (TSI). Queste correlazioni sono al centro di un rapporto tra la TSI e la modulazione degli isotopi cosmogenici solari, che vengono convenzionalmente assunti negli studi paleoclimatici.  Oltre ad avere avuto bassi valori di Sf  & TSI, il minimo solare in corso ha visto un massimo senza precedenti nei raggi cosmici rilevati alle alte latitudini.”

Mentre alcuni scienziati del clima negano il collegamento fra i raggi cosmici e le nuvole, uno studio condotto presso l’Università Statale di New York dice : ” Il vento solare … devia i raggi cosmici quando il sole diventa più attivo e la teoria riferisce che un minor numero di raggi cosmici, raggiunge la terra,  costituendo un minor numero di nubi.

I dati degli ultimi 20 anni danno credito a questa cosa : Infatti come il sole è diventato più attivo, la copertura nuvolosa alla bassa quota è diminuita “.

Le figure seguenti confrontano i raggi cosmici (curva rossa) e la scarsa copertura nuvolosa dell’atmosfera globale (curva blu)

 

 

 

 

 

 

 

La figura seguente aggiunge la trama ribaltata dell’irradiazione solare (curva rossa) per i dati sopra  riportati, questa nuova analisi mostra una correlazione con l’irraggiamento solare. [http://folk.uio.no/jegill/papers/kkk_asr_2004.pdf ]

 

L’ONU fornisce periodicamente una valutazione della riduzione dell’ozono a livello mondiale. L’ultimo rapporto:  WMO / UNEP: ” Valutazione scientifica della riduzione dell’ozono 2006 “,  rilasciato da parte del comitato di valutazione scientifica del Protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono lo strato di ozono, [ http://www.wmo.ch/pages/prog/arep / gaw/reports/ozone_2006/pdf/exec_sum_18aug.pdf ] afferma :  ” in alcune stazioni alle medie latitudini nell’emisfero settentrionale,  l’irraggiamento UV superficiale ha continuato ad aumentare,  a tassi di pochi punti percentuali per ogni decennio.  Gli incrementi osservati e il loro significato valore dipende, dal luogo, la lunghezze d’onda  e il periodo delle misurazioni. Questi aumenti non possono essere giustificati solo dalla flessione dell’ozono e potrebbe essere attribuiti a una tendenza decrescente degli aerosol e dell’inquinamento atmosferico a partire dall’inizio degli anni novanta e in parte dalla diminuzione della nuvolosità,  come rilevato dai satelliti “.

La figura che segue elaborata da  Usoskin & Kovaltsov: ” Raggi cosmici e clima della Terra : possibile connessione “, CR Geoscience 340 (2008) [ ~ http://cc.oulu.fi/ usoskin/personal/usoskin_CR_2008.pdf ]  confronta la bassa copertura nuvolosa e l’intensità dei raggi cosmici (CRI) : ” Un legame tra le nuvole basse e i raggi cosmici appare statisticamente significativo sulla scala temporale annuale dal 1984 in limitate aree geografiche,  la più grande è nel Nord Atlantico, Europa e Sud Atlantico “.

La figura seguente mostra la correlazione tra il ciclo delle macchie solari, i raggi cosmici galattici, e la nuvolosità globale [ http://www.tcsdaily.com/article.aspx?id=010405M ].  L’aumento dell’attività solare devia i raggi cosmici dalla terra. ” Quando i raggi cosmici vengono deviati fuori dalla Terra,  ci sono poche nuvole,  questo permette alle radiazioni secondarie, un po ‘più di penetrare verso la superficie.  Così non abbiamo più il problema causato dalla variabilità solare, che varia solo del 0,1%,  attraverso un ciclo delle macchie solari,  la variazione della copertura nuvolosità globale ha un ruolo molto più significativo nel cambiamento che il solo contributo dovuto alla sola energia solare.  C’è ora una spiegazione valida per chiarire la grande correlazione che è stata osservata tra le registrazioni solari e le registrazioni della temperatura.  La correlazione diventa ancora migliore attraverso i cicli solari su una scala più lunga.  Per esempio,  l’intensità dei raggi cosmici varia circa il 15 per cento, attraverso il ciclo delle macchie solari.  Viceversa, su una lunghezza d’onda più lunga,  su scala decennale,  scala Gleissberg, o centenaria,  scala di Seuss, oppure su scala millenaria, e su scala dei cicli Bond l’intensità dei raggi cosmici varia fino ad un massimo di quattro volte tanto,  provocando significativi cambiamenti del clima. ”

Correlazione tra l’irraggiamento solare e i raggi cosmici con copertura nuvolosa bassa.

La figura seguente mostra la variazione globale del flusso dei raggi cosmici (GCR) su quattro deleghe indipendenti (a sinistra) e mostra la diminuzione del GCR per tutto il 1900. [ http://meteo.lcd.lu/globalwarming/Gray/Influence_of_Solar_Changes_HCTN_62.pdf]

La figura di destra mette a confronto gli stessi dati con il flusso magnetico solare mostrato in precedenza, figura che mostra una correlazione tra il flusso magnetico solare e il flusso dei raggi cosmici.  Le cifre sopra e sotto indicano una forte correlazione tra il flusso magnetico solare,  il flusso dei raggi cosmici  e le temperature globali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Michele

 

 

Il movimenti dei pianeti e le loro potenziali influenze sul ciclo dell’attività solare. Ricerca sviluppata da Gray Stevens – 2°parte -

15 novembre 2011 9 commenti

La prima parte di questa ricerca è reperibile al seguente indirizzo web :

http://daltonsminima.altervista.org/?p=16882

Continuiamo quindi nell’esposizione di questa interessantissima ricerca sui movimenti planetari. Ricerca sviluppata da Gray Stevens.

http://www.jupitersdance.com/

Di seguito sono riportati due grafici addizionali in linea con le registrazioni delle macchie solari. La prima mostra una rappresentazione del cambiamento di Nettuno dal Sole in ogni punto della congiunzione con Giove. L’ultima è una rappresentazione della distanza dal Sole di Urano mentre si susseguono le congiunzioni con Giove.

http://www.jupitersdance.com/thefinalwaltz/MJNU-GraphsLarge.jpg

 Distanza di Nettuno

 


 Distanza di Urano

Mentre i grafici sono molto aperti all’interpretazione va rilevato che la parte più stabile dell’attività solare si verifica quando Nettuno è al suo massimo avvicinamento al Sole con i picchi dell’attività solare coincidere con le congiunzioni fra Marte e Giove. I tempi nei quali l’attività solare è più variabile si verificano in due periodi in cui Nettuno è più lontano dal sole. Va inoltre rilevato che in tre occasioni in cui il massimo si verifica completamente alla latitudine negativa, 1770, 1829 e 1947, si verificano quando Nettuno è lontano. Il grafico di Urano mostra che i picchi delle macchie solari si verificano in coincidenza con la distanza massima e minima nelle congiunzioni di Urano con Giove.

 Saturno – Giove congiunzioni

 

Il grafico sopra mostra una rappresentazione della distanza solare di Saturno, mentre è alla congiunzione con Giove. L’unica caratteristica notevole mostra che Saturno alla massima distanza solare coincide con i minimi tra i picchi nei quattro punti dati riportati (le barre verticali sono di aiuto). Il periodo tra le tre serie di dati è di 178,659 anni questo solleva la possibilità che Saturno e Giove scandiscono il ciclo solare. Ci sono alcune somiglianze notevoli nelle cime dei cicli solari che circondano la distanza massima Saturno. In due casi (sezioni riportate di seguito) il picco latitudine inverso si verifica prima che il picco di Saturno si trova alla distanza massima, il picco successivo è alto e con un decadimento lento e il prossimo picco è diminuito ed ha anch’esso un decadimento lento. Il ciclo solare 24 ci si aspetterebbe che finisca intorno al 2021 come nella serie dei dati successivi viene mostrato…

La posizione di partenza per Saturno per il ciclo iniziale sinodico con Giove è vicino al suo perielio, con Giove che si allontana (dal margine sinistro). La posizione finale di questo ciclo sinodico è dopo due picchi del ciclo solare con Saturno vicino al suo afelio e Giove che sta arrivando alla congiunzione (barra rossa). Questo è vicino al più lungo ciclo sinodico fra Giove e Saturno e in grado di produrre ogni motivo.

 

Da segnalare inoltre che il secondo picco si verifica circa da quattro a sei anni prima della attuale congiunzione fra Saturno e Giove. C’è una possibilità che la più potente congiunzione fra Giove Saturno si sussegue in un processo simile con gli altri pianeti. Considerando in particolare i pianeti interni. Come Marte che si approccia a Giove, Terra, Venere e Mercurio componendo congiunzioni multiple con crescente rapidità con Marte, Giove e Saturno in sequenza. Marte impiega poco più di 2 anni per completare il suo ciclo di congiunzione con Giove e sembra che la posizione ottimale si verifichi quando Marte è di circa 60-70 gradi da Giove e Giove a 60-70 gradi da Saturno. Questo avviene circa due cicli sinodici Marte-Giove prima del punto di congiunzione reale con Giove e Saturno. Una volta che l’angolo tra Giove e Saturno comincia a chiudere e la configurazione ottimale è passata e il picco è in decomposizione.

Il picco successivo è più debole, perché Saturno non è più nella sua posizione ottimale. Ci vogliono circa 60 anni prima di riavvicinarsi ad una ripetizione di posizione (vedi il 1829) e questo potrebbe essere ottenuto circa 180 anni prima di una ripetizione più precisa (1947). I pianeti esterni ci si aspetterebbe che contribuiscano a formare un picco massimo dell’attività solare, quando dovrebbero essere posizionati avanti alla congiunzione Giove Saturno.

 

Il grafico sopra mostra la distanza fra Giove e Saturno insieme alle registrazini delle macchie solari, come è noto, da 1610 con allineate le congiunzioni Giove – Saturno. È interessante notare che il numero di picchi delle macchie solari si trova tra le più lontane congiunzioni fra Giove e Saturno e sono cinque o sei. Si prevede che la serie attuale è di cinque e terminerà nel 2020. Guardando indietro agli inizi delle registrazioni della serie 1723 – 1782 si osserva che conteneva sei picchi. I due periodi che attraverso il minimo di Maunder non possono essere determinati a causa della scarsità di macchie solari e delle registrazioni, ma si prospetta la possibilità che la la sequenza 5-5-6-5-5-6-5-5, sequenza presente nel periodo del minimo di Maunder con due crolli di 5 periodi. Ciò indicherebbe che ci troviamo fra dieci picchi compresi tra il 1961 e 2081. Dato che in questo spazio poi ci sono i cicli solari di 12 anni possiamo aspettarci picchi dell’attività solare di ampiezza ridotta durante il periodo e, eventualmente, un crollo dei cicli.Tuttavia, la distanza tra i punti di congiunzione è in continua evoluzione e quindi il modello può vacillare, con le congiunzioni successive che si possono avvicinare o allontanare dal sole.

Il ricercatore Timo Niroma http://personal.inet.fi/tiede/tilmari/sunspots.html#tdist

ha dimostrato la natura bi-modale del picco delle macchie solari con un grafico di distribuzione di probabilità che mostra due picchi uno a 10,38 anni e un secondo a 12 anni. Figure simili sono stati prodotti da Ray Tomes http://cyclesresearchinstitute.wordpress.com/ un altro ricercatore dei cicli solari.

Questo può essere spiegato dai cicli sinodici dei pianeti interni con Giove, come segue:

Terra, Giove ciclo sinodico = 1,0921 anni

1.0921 x 11 = 12,031 anni (11 è un numero primo)

Venere, Giove ciclo sinodico = 0,6488 anni

0.6488 x 16 = 10,3808 anni (16 è un quadrato)

Mercurio Giove ciclo sinodico = 0,2458

0.2458 x 49 = 12,0442 anni (49 è un quadrato)

0.2458 x 42 = 10,3236 anni

Marte Giove ciclo sinodico 2,23544

2,23544 x 5 = 11,1772 anni (5 è un numero primo)

Il grafico sopra mostra come i tempi di congiunzioni dei vari pianeti interni con Giove e la distribuzione della durata del ciclo solare. Ciò fornisce una chiara indicazione degli effetti delle posizioni planetarie sul ciclo solare. Si mostra inoltre una chiara relazione dei pianeti con Giove, uno più che con l’altro.

Per concludere: Ci sono prove che Marte è influente nelle registrazioni di 16 anni del picco delle macchie solari nei 178 anni e il suo contributo si sovrappone ad intervalli alle posizioni dei pianeti esterni secondo uno schema che lentamente si sposta. I pianeti interni mostrano un posizionamento ravvicinante in relazione alla natura bi-modale del ciclo delle macchie solari, che può essere migliorato ulteriormente in tempi ottimali di Marte, Giove e Saturno. L’evidenza indica una chiara relazione dei pianeti con Giove nella loro influenza sul ciclo di attività solare. E’ sempre…. la solita danza di Giove. Ciò definisce le vette più alte del ciclo solare e si pensa che il posizionamento imperfetto delle congiunzioni planetarie con Giove comporta i più deboli picchi solari. Si tratta di una progressione lenta che alla fine si rovescia . Tuttavia, questa considerazione deve rimanere una congettura ed è stata portata in questo articolo per essere approfondita. Un’indagine completa può rivelare una natura quasi periodica per la progressione e vi è qualche sospetto che la posizione relativa rispetto al centro galattico può essere un elemento fondamentale sulla multi-milleniarità dei cicli.

Gli esempi del 1778 e del 1957, che sono stati descritti in questo trattato, non raggiungono una perfetta posizione graduale e ottimale con Marte ma un po ‘prima. Nel 1778 forma una seconda congiunzione con Giove e poi avvengono diverse congiunzioni fra Giove e Terra poco prima della congiunzione Giove Saturno del 1782. Viceversa, nel 1957 il picco avviene poco dopo l’ultima congiunzione con Marte, ma solo a mala pena, seguita da una congiunzione supplementare terrestre. Sembrerebbe che Nettuno e Urano sono troppo indietro in quel momento.

Questo dimostra il perché dei picchi dell’attività solare bi-modale. Picchi all’interno dei sedici cicli (178 anni) che ruotano intorno al periodo di congiunzione Marte. La messa a punto delle vette più alte del ciclo solare si presenta in relazione a come le congiunzioni Terra, Venere e Mercurio sono progressivamente suddivise.

Marte è la vera e propria dogana fra i pianeti interni ed esterni.

Mentre il precedente lavoro implicava un moto collettivo dei pianeti nel ciclo solare, ed inoltre non avevo fatto alcun riferimento a ciò che poteva essere il processo di interazione. I principali contendenti in esame sono gli effetti di marea, il movimento cambinato intorno al baricentro del sistema solare e una connessione elettromagnetica attraverso il campo magnetico interplanetario. O, addirittura, una combinazione di questi elementi.

Il lavoro di I. Charvátova, Theodor Landscheidt, PD Jose, Geoff Sharp e molti altri, hanno mostrato che il movimento disordinato del Sole intorno al baricentro è accompagno da una ridotta attività solare e una tempistica disordinata del ciclo solare. Esso implica che questi processi sono provocati da tale movimento o da un processo che si verifica quando i pianeti sono in una posizione da provocare quel movimento.

Ian Wilson ha mostrano una correlazione tra l’accoppiamento rotazione-orbita e il ciclo solare, dimostrando un potenziale esistenza del collegamento con la marea soleare, sia a livello di superficie che al suo interno.

Un recente lavoro di Roy Martin ha comportato la rielaborazione e l’estensione della carta di Cheh Ching Hung su Venere la Terra e gli allineamenti di Giove.

http://tallbloke.files.wordpress.com/2010/08/solartidalinfluencesofvej_w01.pdf

Utilizzando un indice di marea costruita su quei movimenti della Terra,Venere e Giove ha mostrato una correlazione molto stretta con l’attività solare. Rimangono comunque alcune deviazioni rispetto agli allineamenti con il ciclo solare. I tempi di questi movimenti coincidono, non a caso, con i dati derivati ​​per i cicli sinodici tra Giove e la Terra e Venere, che sono stati delineati in precedenza in riferimento al bi-modale aspetto del ciclo solare. L’articolo originale di Hung ha mostrato un effetto di posizione sulla produzione dei brillamenti solari.

 

Fonti :

 http://www.jupitersdance.com/thefinalwaltz/

http://tallbloke.wordpress.com/2010/07/28/gray-stevens-planetary-effects-on-solar-activity/

gray@jupitersdance.com

Copyright Jupiter’s Dance January 31st 2010. Updated July 25th 2010. Author G. Stevens

 

Michele

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il movimenti dei pianeti e le loro potenziali influenze sul ciclo dell’attività solare. Ricerca sviluppata da Gray Stevens – 1°parte -

14 novembre 2011 11 commenti


Cicli sinodico di Giove con gli altri pianeti del Sistema Solare

Introduzione

L’opere primarie di PD Jose http://adsabs.harvard.edu/full/1965AJ…..70..193J su un ciclo di 178,7 anni dell’attività solare e di Charvátova Can origin of the 2400 year cycle of Solar activity be caused by Solar Inertial Motion? Geophysical Institute Prague, Czechoslovakia, per quanto riguarda il ciclo dei 2402 anni dell’attività solare, ci mostrato la periodicità del movimento del Sole attorno al baricentro del sistema solare e relativi climi freddi e caldi nei periodi di lungo termine. Un ulteriore periodo di 4627 anni composto da 2402 anni e 2225 anni è stato inoltre considerato http://www.jupitersdance.com/TheLastTango/.

Questo documento si concentrerà sulle influenze che possono avere i 11,171 anni e 22,235 anni ciclo di Hale sull’attività solare nei periodi più lunghi.

Studio

Ognuno dei pianeti forma un ciclo sinodico con Giove che contiene la più grande massa e il campo magnetico di tutti i pianeti del Sistema Solare. Ognuno dei pianeti forma quasi un numero intero di cicli sinodici intorno alle loro orbite con una quantità relativamente piccola di movimenti progradi o retrogradi. In ogni caso stiamo osservando il numero di cicli sinodici necessari per completare un’orbita intera. I cicli sinodici sono tuttavia solo un tempo medio di variazione tra un ciclo e l’altro quindi l’esatto periodo di ogni ciclo non è stato considerato in questa analisi. Una figura è stata introdotta per ogni ciclo, come strumento di comunicazione.

Nettuno

 

Nettuno-Giove

13 cicli sinodici Nettuno-Giove sono pari a 12,782 x 13 = 166,16 anni a completare 13 congiunzioni lungo la sua orbita. Ci vogliono 188 cicli sinodici N-G per completare i 2403 anni. 13 orbite sinodiche 166,168 anni.

Orbita di Nettuno 164,785 anni

 

 

 

Urano

 

Urano-Giove

 

6 cicli sinodici Urano-Giove sono pari a 13,81 x 6 = 82,87 anni a completare sei congiunzioni lungo la sua orbita . Ci vogliono 174 cicli sinodici U-G per completare i 2403 anni. 6 orbite sinodiche i 82,8717 anni.

Orbita di Urano 84,0106 anni

 

 

 

Saturno

 

Saturno-Giove

3 cicli sinodici di Giove-Saturno sono pari a 19,8593 x 3 = 59,57 anni a completare tre congiunzioni lungo la sua orbita. 9 orbite sinodiche equivalgono ogni 178,72 anni.

Ci vogliono 121 cicli sinodici S-G per completare i 2402 anni .

Ci vogliono 112 cicli sinodici S-G per completare i 2225 anni.

Ci vogliono 233 cicli sinodici S-G per completare i 4627 anni. Le congiunzioni avvengono in ordine inverso. 3 orbite sinodiche di Giove-Saturno sono pari a 59,5742 anni. 2 orbite di Saturno sono pari a 2 x 29,45 = 58,9133 anni.

Orbita di Saturno 29,45 anni

Marte

 

 Marte-Giove

5 cicli sinodici di Giove – Marte sono pari a 5 x 2,23 = 11,1772 anni a completare cinque congiunzioni lungo la sua orbita. 80 orbite di Marte sono uguali anche a 16 cicli sinodici G-M 80 x 2,23 = 16 x 11,1772 = 178,8352 anni. Ci vogliono 215 cicli dei 11,1772 anni di M-G per completare i 2403,01 anni.

5 orbite sinodiche di Marte-Giove sono pari a 11,1772

1 ordita di Giove è pari a 11,8617 anni.

Orbita di Marte 1,88 anni

Terra

 

Terra-Giove

11 congiunzioni fra Giove – Terra sono pari a 11 x 1,0921 = 12,0127 anni.

Ci vogliono 2200 cicli sinodici T-G per completare i 2403,808 anni.

11 orbite sinodiche Terra-Giove sono pari a 12,0127

1 orbita di Giove è pari a 11,8617 anni.

 

 

Venere

 

 

Venere-Giove

18 cicli sinodici Venere-Giove sono pari a 0,6488 x 18 = 11,679 anni.

18 orbite sinodiche Venere-Giove sono pari a 11,679

1 Orbita di Giove è pari a 11,8617 anni.

 

 

 

Ed inoltre, 48 cicli sinodici Mercurio-Giove sono pari a 0,2458 x 48 = 11,800 anni

1 Orbita di Giove è pari a 11,8617 anni. Con il periodo sinodico a 0,2458 anni.

 

Conclusione e peculiarità di Marte

Marte e Giove sono sincronizzati quindi in maniera tale che cinque cicli di congiunzione di 11,177 anno si verificano ogni 16 volte in 178,83 anni. Questo può in qualche modo definire il sedicesimo ciclo di picco dell’attività solare che noi riconosciamo. Il ciclo di 11,177 anni si avvicina molto alla frequenza riconosciuta delle macchie solari di 11,171 anni. Il complesso ciclo di 178,832 anni è vicino al riconosciuti 178,730 periodico ciclo delle macchie solari di PD Jose. Ed infatti, cinque transiti di Marte e Giove (35,765 anni) ossia (16 cicli sinodici di M-G) http://it.wikipedia.org/wiki/Transito_di_Marte_da_Giove

35,725 x 5 = 176,625

11,177 x 16 = 178,8325

Altri due punti importanti sono che il “periapsis” di Marte è il primo in direzione orbitale rispetto alla restanti pianeti e che l’orbita di Marte è sensibilmente ellittica quindi la sua forza mareale sul Sole è praticamente il doppio, passando da apoapsis a periapsis.

http://en.wikipedia.org/wiki/Argument_of_periapsis

Per quanto riguarda le caratteristiche di Giove e di Saturno, cicli sinodici oltre i 4627 anni e periodi relativi di 2402 e 2225 anni le osservazioni apportate sono le seguenti:

233 è il numero di cicli sinodico di Giove e Saturno nel periodo di 4627 anni e suggerisce un fondamento matematico per i cicli in quanto è un numero molto insolito e possiede le seguenti proprietà tra gli altri, è un numero primo, il Numero 13 di Fibonacci e membro dei 3,4,5 triple di Pitagora 105, 208, 233. I due periodi associati di 2402 anni e 2225 anni producono due cicli sinodici Giove e Saturno di 121 e 112 che possiedono insolite proprietà.

121 è una somma di tre numeri primi consecutivi (37 + 41 + 43).

112 è la somma di sei numeri primi consecutivi (11 + 13 + 17 + 19 + 23 + 29).

A seguito delle conclusioni pubblicate in precedenza: Ogni congiunzione ed opposizione di Giove e Marte è stata numerata in una sequenza di dieci (11,171 anni media) Durante tutto la registrazioni di macchie solari dal 1749-2009. Ogni posizione è stata quindi mediata per l’intero periodo.

Mentre il campione mostra un picco uniforme incentrato sul periodo di 11,171 anni, questa caratteristica potrebbe essere liquidata come una semplice coincidenza sulla attuale frequenza dei picchi delle macchie solari. Tuttavia, misurando la distanza di Marte dal Sole in UA solo alla congiunzione, essa mostra uno squilibrio notevole ( con un numero inferiore delle macchie solari) per l’approccio più vicino e un conteggio più alto per un approccio lontano.

 Gamma 1,3814-1,6659 = 52,43

Centro Gamma = 1,52365 UA

Meno di 1,52365 UA = 43,91

Più di 1,52365 UA = 61,71

Percentuale variazione distanza = 17,08

 Guardando la distanza di Giove per il campione:

 Gamma 4,9456-5,4540 AU = 52,43

Centro Gamma = 5,1998 UA

Meno di 5,1998 UA = 45,35

Più di 5,1998 UA = 58,44

Percentuale variazione distanza = 9,33

http://www.jupitersdance.com/thefinalwaltz/Mars-Jupiter-Latitude-Graph.jpg

 

Il grafico rappresenta la latitudine di Marte in congiunzione con Giove insieme con il record delle macchie solari. Come previsto non si vede un preciso allineamento fra il record dell’aumento delle macchie solari e la loro relativa caduta con le congiunzioni di Marte con Giove. Gli allineamenti sono visti andare alla deriva, sia lontano che verso le cime delle latitudini e non a caso, ma a passi graduali. Questo avanzamento e ritardo dei valori massimi relativi agli allineamenti di Marte e Giove è indicativo e coerente di una relazione tra il picco nel sedicesimo ciclo delle macchie solari e le congiunzioni fra Marte e Giove.

Anche se al momento la peculiarità di Marte potrà sembrare nebbiosa e non perfettamente comprensibile, nella seconda parte , che pubblicheremo nella giornata di domani, verranno aggiunti ulteriori dati e dettagli che scioglieranno e chiariranno definitivamente tutti i dubbi e le incomprensioni .

 Fine 1° parte

Michele

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

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