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Il climatologo. Franco Prodi: un richiamo a lavorare liberi

Contro il degrado ambientale serve grande impegno…

prodi_53575078«Mi definisco una persona non con la testa fra le nuvole, ma una persone con la testa nelle nubi » dice Franco Prodi, «perché se parliamo di scienza parliamo di nubi, non nuvole, e a quelle posso dire di aver dedicato una vita da ricercatore: la formazione delle precipitazioni, il ruolo delle particelle d’aerosol, perché le nubi fanno da spazzini dell’atmosfera con dei meccanismi bellissimi che andrebbero spiegati…». Classe 1941, membro di una nidiata d’eccellenza, quella dei nove fratelli Prodi, di cui Romano ha avuto la fama maggiore ma gli altri hanno ottenuto riconoscimenti non meno prestigiosi nei loro ambiti, Franco è uno dei massimi studiosi italiani, al Cnr, di climatologia e in particolare una delle voci autorevoli a livello mondiale sulla grandine. «Tutto è nato molto presto – racconta – mi ero laureato in fisica e mi ero appassionato alla struttura della materia. Durante il servizio militare ho conosciuto la meteorologia: sono stato sottotenente del genio aeronautico al Monte Cimone, sull’Appennino modenese. Da lì ho iniziato a studiare la grandine come se fosse un materiale. E ho scoperto che il chicco poteva essere una sorta di sensore, portava “registrata” la sua storia dentro il temporale». Prodi si è sentito ovviamente interpellato dal discorso del Papa. Giusto sabato scorso ha coordinato il convegno «Cambiamenti climatici. Cause naturali e antropiche. I protagonisti della ricerca» che si è tenuto a Faenza, promosso dalla Società Torricelliana di Scienze e Lettere. «È stato importante il richiamo del Pontefice al tema della biodiversità – commenta –, il numero di specie viventi che si sono estinte e che continuano a estinguersi è pesante. Il problema ecologico riguarda anche come le diverse specie interagiscono fra loro per un particolare “transito” che investe tutta la biosfera: il flusso di fotoni solari, attraverso la fotosintesi, genera tutte le molecole di natura più complessa, che passando dagli erbivori ai carnivori finiscono poi nel mondo minerale.

Questa transizione assicura anche un certo bilanciamento climatico: la biosfera non è irrilevante nel sistema climatico, anzi». Prodi coglie con entusiasmo l’appello del Papa agli scienziati «liberi da interessi politici, economici o ideologici » perché assumano una «leadership» nell’elaborazione di soluzioni in ambito ecologico, rispetto a una politica condizionata da interessi finanziari o di potere spicciolo. «Sono parole di grande lucidità – dice lo scienziato emiliano – che riconoscono e danno lustro al nostro ruolo. C’è bisogno appunto di un grande impegno della scienza sul degrado ambientale: penso a questioni come i metalli pesanti negli oceani, i fiumi non più balneabili, l’inquinamento scriteriato dei terreni… La questione invece della connessione fra l’innalzamento del Co2 nell’atmosfera, che è un fatto, e il riscaldamento climatico è per lo meno controversa. Qui la scienza, appunto, deve lavorare veramente libera da interessi e pressioni politiche. Non bisogna pensare che “la scienza” sia l’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change ndr), un organismo rispettabilissimo, ma che nasce da una domanda dei governi sul futuro del pianeta. L’Ipcc elabora scenari, modelli a partire dai dati che sono oggi a nostra disposizione. Ma restano scenari del tutto ipotetici, come dimostra per esempio la forbice dell’aumento previsto delle temperature del pianeta a fine secolo, da più 1 a più 7 gradi. Una forbice troppo ampia.

Il punto, in realtà, è che sui mutamenti climatici non siamo ancora in grado di distinguere il peso dell’elemento antropico, dell’uomo, dai fattori prettamente naturali. Per questo la scienza deve procedere con serietà nelle sedi deputate, che sono i laboratori, le riviste scientifiche accreditate. Ed è sempre un cammino travagliato. Ci vorranno diverse decadi, penso, prima di arrivare a condizioni che ci permettano di avere delle previsioni accurate». E su quanto sappiamo delle dinamiche del clima vale, conclude Prodi, lo spazio temporale su cui oggi possiamo fare previsioni meteo attendibili: «Dieci, dodici giorni, dopo di che è come se non sapessimo nulla. Si passa a congetture statistiche e stagionali».

Fonte : https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/un-richiamo-a-lavorare-liberi

I dati, i dubbi e gli eccessi sul cambiamento climatico

È ragionevole che, sia pure a titolo precauzionale, vengano prese misure
anche drastiche contro il global warming. È invece irrazionale dar retta a chi lo ritiene un campo delle certezze assolute

Un nuovo uragano di irragionevolezza rischia di abbattersi sul mondo in coincidenza con l’apertura — oggi a Marrakech — della Conferenza sui cambiamenti climatici. Intendiamoci: è del tutto ragionevole che, sia pure a titolo precauzionale, vengano prese misure anche drastiche per combattere il global warming. È invece irrazionale dar retta ai sostenitori della tesi che questo sia un campo delle certezze assolute (tra loro molti attori cinematografici, spiccano per spirito militante Leonardo DiCaprio e Arnold Schwarzenegger) . Ed è ignobile accodarsi al linciaggio di chi muove legittime obiezioni all’assunto che riconduce interamente all’uomo il surriscaldamento del pianeta.

In ogni caso, in riferimento a quelli che non hanno dubbi sull’origine antropica del riscaldamento, sono degni di considerazione i dati su cui invita a riflettere Thomas Piketty. Il basso livello di emissioni dell’Europa si spiega in parte con il fatto che noi subappaltiamo massicciamente all’estero, in particolare in Cina, la produzione dei beni industriali ed elettronici inquinanti destinati al nostro consumo. Sarebbe molto più sensato, sostiene lo studioso, ripartire le emissioni in funzione del Paese di consumo finale piuttosto che di quello di produzione. Constateremmo in questo modo che le emissioni europee schizzano in su del 40% (quelle nordamericane del 13%) mentre quelle cinesi scendono del 25 per cento.

Tenuto conto che i cinesi sono 1,4 miliardi poco meno del triplo dell’Europa (500 milioni quando ancora era inclusa la Gran Bretagna) e oltre quattro volte più del Nord America (350 milioni) dovremmo riflettere sul fatto che i cinesi emettono attualmente, per persona, l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica l’anno (più o meno in linea con la media mondiale) contro le 13 tonnellate europee e le oltre 22 nordamericane.

I Paesi ricchi continuano a rappresentare la stragrande maggioranza del fronte degli inquinatori e non possono chiedere alla Cina (accantonato ogni discorso sull’inquinamento che qui cadrebbe a sproposito) di farsi carico di una responsabilità superiore a quella che le spetta. La metà del pianeta che inquina meno — 3,5 miliardi di esseri umani dislocati principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico — emette meno di 2 tonnellate per persona ed è responsabili di appena il 15 per cento delle emissioni complessive. All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, settanta milioni di individui (il 73 per cento dei quali risiede tra gli Stati Uniti, il Canada e il nostro continente) è responsabile di circa il 15 per cento delle emissioni complessive. Settanta milioni di individui inquinano quanto 3,5 miliardi di persone. Osservazioni interessanti, che meritano di essere discusse.

Non si capisce però perché tale discussione debba essere imbarbarita da una certa dose di fanatismo. Perché il leader dei laburisti inglesi, Jeremy Corbyn, deve quasi scusarsi di avere un fratello maggiore, Piers, fisico e meteorologo, il quale, sulla base di evidenze scientifiche (anch’esse meritevoli d’essere prese in esame), sostiene che il riscaldamento globale non sia dovuto ai guasti provocati dal genere umano o dalla industrializzazione sregolata e trovi piuttosto spiegazione nel sole? Perché è passato quasi sotto silenzio il licenziamento su due piedi di Philippe Verdier, per un ventennio «Monsieur Météo» di France 2 , reo d’aver dato alle stampe «Climat Investigation»un libro in cui si relativizzavano le conseguenze del global warming? È normale che lo abbiano buttato fuori dall’emittente televisiva solo per aver messo in evidenza «alcune connessioni opache tra scienziati, politici, lobbisti e ong ambientaliste»? «Siamo ostaggi di uno scandalo planetario … una macchina da guerra che fa soldi mantenendoci in uno stato di ansia», sosteneva Verdier. Può darsi che esagerasse, che avesse torto. Ma è il licenziamento il modo giusto di cimentarsi con le sue tesi?

Perché poi (quasi) nessuno ha fiatato quando la presidente della Società italiana di fisica, Luisa Cifarelli, fu aggredita per aver tolto il logo della società da lei presieduta dal documento di dodici associazioni italiane che, in vista della Conferenza sul clima di Parigi, affermavano essere «inequivocabile» l’influenza umana sul sistema climatico? Avrebbe voluto, la Cifarelli, che il termine «inequivocabile» fosse sostituito con «verosimile» o «probabile» . La nostra, diceva, è un’associazione di fisici abituati a considerare leggi della scienza «regolate da equazioni». Le verità scientifiche, sosteneva, «non possono basarsi sul consenso generalizzato mescolando scienza e politica, come sta avvenendo in questo caso … Avrei solo voluto qualche cautela in più». Sensato. E invece la Cifarelli fu lapidata.

Il clima poi ha una sua storia molto particolare. Tra il 21 e il 50 d.C. si ebbero temperature superiori a quelle di oggi, tanto che fu possibile importare in Inghilterra la coltivazione della vite. Intorno all’anno mille il riscaldamento continentale consentì ai vichinghi di colonizzare la Groenlandia (che fu così chiamata proprio perché era diventata «gruene», verde) e l’America del Nord. Dopo l’anno mille, come ha ben raccontato Emmanuel Le Roy Ladurie, si sono alternate epoche di riscaldamento e di glaciazione senza che l’uomo avesse alcun potere di influenzare questi cambiamenti. Nel ventesimo secolo la temperatura è salita tra il 1910 e il 1940, è scesa poi fino alla metà degli anni Settanta (a causa della Seconda guerra mondiale?), ha ripreso a crescere a partire dal 1975 ma si è fermata una seconda volta alle soglie del nuovo millennio (per effetto delle politiche ecologiste?). Tutti temi da studiare, da approfondire. Se ne può discutere?

Se la risposta è sì non si può cedere in presenza di chi si sente detentore di una qualche verità. Come l’ ex vicepresidente Usa nonché premio Nobel, Al Gore. Un suo documentario, «An Inconvenient Truth», (premiato con l’ Oscar) si è imposto come la Bibbia della lotta al surriscaldamento . Il governo inglese ne ha addirittura imposto la proiezione in tremilacinquecento istituti secondari. Ma una Corte di giustizia britannica ha stabilito che si tratta di un film «politico» e «allarmista», talché la proiezione dovrebbe avvenire in presenza di esperti in grado di evidenziare le affermazioni prive di riscontri scientifici. Di queste affermazioni senza riscontro ne sono state individuate nove tra cui quella degli «orsi polari annegati in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci». La Corte l’ha smontata, sulla base di una documentazione (questa sì inconfutabile) da cui si evinceva che gli orsi affogati erano non più di quattro, tutti a seguito di una tempesta. I sostenitori dell’origine antropica del global warming a quel punto hanno obiettato che anche la tempesta poteva essere stata originata dal riscaldamento . Il giudice Michael Burton ( pur essendo tutt’altro che un negazionista in materia di effetto serra) ha reagito con un sorriso. Prendiamo esempio da lui.

Fonte : http://www.corriere.it/cultura/16_novembre_07/i-dati-dubbi-eccessi-d4eb9f16-a457-11e6-9261-ffaafc24ed7d.shtml

Terrorismo climatico, ci risiamo

Ghiacciai che si sciolgono e sommergeranno anche l’Italia, concentrazione senza precedenti di anidride carbonica nell’atmosfera e chissà cosa accadrà, anche se certamente qualcosa di terribile. Le notizie sparate da giornali e tg negli ultimi giorni non hanno certo portato più serenità nell’opinione pubblica. Ma niente paura: quando il terrorismo psicologico da cambiamenti climatici si intensifica, significa che c’è una qualche conferenza internazionale sul clima alle porte. Sono un po’ come le campane che annunciano la messa. E infatti dal 7 al 18 novembre a Marrakech (Marocco) si svolgerà la Cop 22, ovvero la annuale Conferenza fra le parti che dovrà fare il punto sull’accordo firmato l’anno scorso a Parigi (Cop 21) ed entrato in vigore lo scorso 4 ottobre con la ratifica del Parlamento Europeo.

Mettiamoci perciò tranquilli e aspettiamoci un crescendo di allarmi e di scenari catastrofici, che saranno certi se i governi non agiscono subito, anzi prima. Del resto, siccome gli scenari si spingono avanti 50-100 anni si è abbastanza certi che non ci sarà nessuno di noi a verificare le sciocchezze che oggi vengono spacciate per verità scientifiche. Certo, oggi basterebbe rilevare quanto fossero sbagliate le previsioni date per certe 30-40 anni fa per nutrire seri dubbi sull’attendibilità degli scenari previsti oggi, ma in un clima ideologico come quello attuale è decisamente pretendere troppo da scienziati-opinionisti e giornalisti.

Guardiamo ad esempio i due allarmi di questi giorni. Il primo si riferisce all’Antartide. Dice in pratica la notizia: c’è un ghiacciaio che si sta sciogliendo rapidamente, che potrà aumentare il livello del mare di ben tre metri, tanto che un team scientifico anglo-americano è in partenza per controllare quanto sta avvenendo. E tutti già sono portati ad immaginarsi il mare alle porte di Milano nel giro di pochi anni (la nuova Milano Marittima). Ma gli abitanti di Rogoredo e Linate, che già pregustano di poter scendere in spiaggia direttamente dai loro condomini, sono destinati a rimanere delusi. In effetti la partenza della missione scientifica è prevista per il 2018 salvo complicazioni, e non sarà del tipo “Arrivano i nostri”, ma si tratterà semplicemente di una missione di studio.

Oggetto dell’osservazione è il ghiacciaio Thwaites, un blocco importante sulla costa occidentale dell’Antartide, che da qualche anno registra una lenta erosione che potrebbe nei prossimi decenni renderlo instabile. Ma non è una questione di riscaldamento globale, tanto è vero – nessuno si preoccupa di dirlo – che l’Antartide nel complesso vede una crescita dei ghiacciai. Tanto è vero che uno studio della NASA pubblicato giusto un anno fa mostra che c’è un accumulo di neve in Antartide iniziato 10mila anni fa e che compensa abbondantemente le perdite registrate in alcuni ghiacciai.

In pratica la superficie ghiacciata dell’Antartide ha conosciuto un incremento di 112 miliardi di tonnellate l’anno dal 1992 al 2001, incremento sceso a 82 miliardi di tonnellate l’anno dal 2003 al 2008. In pratica se il Thwaites e altri ghiacciai della parte occidentale registrano una perdita, la parte orientale e l’interno di quella occidentale crescono molto di più. Quindi, riponete maschera e pinne e rassegnatevi per i decenni a venire a mettervi in coda in auto per raggiungere le attuali coste adriatiche, liguri, tirreniche e ioniche.

E veniamo al secondo allarme: dice l’Organizzazione Meteorologica Mondiale che l’anidride carbonica ha ormai superato stabilmente la concentrazione di 400 parti per milione (ppm) nell’atmosfera, cosa che renderà mission impossible mantenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi per il 2100, come previsto dall’Accordo di Parigi. Ovviamente l’opinione pubblica è portata a pensare che 400 ppm sia una cifra abnorme che porterà conseguenze catastrofiche, anche perché l’anidride carbonica viene spacciata comunemente per un inquinante (è invece il mattone della vita, senza CO2 la vita non ci sarebbe). C’è chi, più impressionabile, sente già mancare il respiro per troppa CO2 nell’aria.

Ma anche qui si deve anzitutto tenere presente che sebbene si sia concordi nello stabilire una relazione tra CO2 e temperatura terrestre, nessuno è in grado però di definire un eventuale rapporto causa-effetto e relativo funzionamento. Non solo, mentre nessuno è in grado di dire con certezza che cosa potrà avvenire in futuro, sappiamo però per sicuro che negli ultimi 30 anni, grazie all’aumento della CO2 in atmosfera la superficie forestale sul pianeta è aumentata del 14%, un incremento che interessa tutti i paesi del mondo, dalla foresta equatoriale alla tundra. Del resto molto prima che comparisse l’uomo sulla faccia della terra, la crescita della vegetazione fu favorita da una concentrazione pari a 6mila ppm. E un esperimento fatto negli Stati Uniti (professor Sherwood Idso), ha dimostrato che aumentando da 350 a 650 le ppm di anidride carbonica, il tasso medio di crescita delle 475 varietà di piante studiate aumenta mediamente del 50%. Si potrebbe continuare per molto su questa falsariga.

Ma la questione è già abbastanza chiara: quelli che a ogni attentato terroristico islamico gridano fieri che non cambieremo i nostri stili di vita, sono gli stessi che praticano il terrorismo psico-climatico per imporci di cambiare proprio i nostri stili di vita. Non c’è dubbio che la schizofrenia sia un tratto caratteristico della nostra epoca.

Riccardo Cascioli

Fonte : http://www.lanuovabq.it/it/articoli-terrorismo-climatico-ci-risiamo-17842.htm

James Lovelock: “Dieci anni fa ero certo che le emissioni di CO2 e il global warming non ci avrebbero dato scampo”

I mutamenti climatici? “Non insostenibili”. Le nuove tecnologie? “Cambieranno più noi che il pianeta”. I robot? “Basta che non votino”. L’animale del futuro? “Quello elettronico, una fusione di uomo e chip. A lui un giorno sembrerà lungo duemila anni”. La parola allo scienziato 97enne che ha sviluppato la teoria di Gaia e previsto la fine dell’umanità. Ma ora ha cambiato idea

L’ULTIMO REGALO DI JAMES LOVELOCK è un elisir di lunga vita, da sorseggiare con cautela. Lo scienziato britannico è passato alla storia da quando, nel 1979, ha reso pubblica la teoria di Gaia: “Una intuizione” , ci racconta dalla sua casa nel Dorset. Il lampo di genio gli suggerì che “la parte vivente e quella inorganica del nostro pianeta interagiscono così che Gaia, la “madre Terra”, mantenga un equilibrio e preservi la vita”. Da allora Lovelock è sempre andato controcorrente. Da scienziato di spicco, critica l’accademia “perché a furia di spezzettare il sapere in mille specializzazioni, sta perdendo per strada la visione d’insieme”. Da studioso vocato all’ambiente, se la prende con gli ambientalisti “perché sostengono cause perse: le energie rinnovabili non basteranno mai a salvarci “.

Rifiutato a lungo dal gotha della scienza per le sue visioni alternative, respinto dai “verdi” per il suo sostegno al nucleare, questo inglese con l’aria pacata affronta oggi l’unica contraddizione con cui davvero bisogna fare i conti: quella con se stessi. Lui, che in La rivolta di Gaia (Rizzoli, 2006) aveva predetto il rapido tracollo dell’umanità per il surriscaldamento globale, oggi ci ripensa. The Earth and I, l’ultimo volume da lui curato per Taschen, è una iniezione di speranza, di fiducia che l’uomo, “l’animale più straordinario”, possa salvarsi, che ogni suo giorno arrivi a valere duemila anni. E anche stavolta, Lovelock si conferma un outsider: a novantasette anni, non è il tramonto che vede all’orizzonte. Ma l’alba.

Lei è stato per decenni il “dottore” del pianeta. Come sta Gaia oggi?
“Gaia oggi è una old lady, una signora attempata, e sta all’incirca come me: siamo entrambi piuttosto anziani (ride, ndr) ma ce la caviamo bene. Certo, le cose che stiamo facendo al pianeta non sono le più sagge, e la signora non è giovane come credevamo, ma non sono particolarmente preoccupato”.

Dieci anni fa, nella sua opera “La rivolta di Gaia”, lei scrisse che “entro la fine del secolo solo una manciata di esseri umani sarà sopravvissuta”. Era preoccupato per la Terra, o almeno per l’umanità. Ora ci dice di stare tranquilli. Cosa è cambiato?
“Sono un allarmista pentito. All’epoca ero convinto che le emissioni di anidride carbonica prodotte dagli uomini avrebbero portato a un aumento delle temperature insostenibile per il pianeta o quantomeno per la nostra sopravvivenza. Vede, la mia teoria di Gaia si basa sul fatto che la biosfera è capace di autoregolarsi e mantenersi vitale. Tuttavia, con i suoi quattro miliardi di anni, è anziana. Io ho sempre avuto fede nella sua resilienza, nella sua capacità di ricomporre un proprio equilibrio nel lungo periodo. Ma nell’immediato? Osservavo la old lady e mi dicevo: ok, un’influenza può essere un fastidio banale per un ragazzetto, ma può essere letale per un centenario. Allo stesso modo, pensavo che Gaia non avrebbe tollerato il nostro impatto. Ce l’avrebbe fatta pagare, la nostra sopravvivenza sarebbe stata a rischio”.

Oggi il suo messaggio è: niente panico.
“Sì”.

Perché? Per undici mesi consecutivi si sono registrate temperature record, non si vedevano mesi caldi come questo agosto da ben centotrentasei anni.
“Vede, ho realizzato che non è ancora possibile fare previsioni che vadano oltre i prossimi otto o dieci anni: le cose stanno cambiando con troppa rapidità per poterle inquadrare nel medio o lungo periodo. Se le mie stesse previsioni fossero state valide, avremmo già fatto una brutta fine. Invece con sorpresa ho constatato che negli anni successivi al mio libro la temperatura rimaneva tutto sommato costante. Non penso che corriamo pericoli nell’immediato. Ma se facciamo ammalare Gaia, gli effetti si potrebbero vedere tra migliaia di anni. Magari allora la “rivolta” arriverà, e in quel momento dovremo fare qualcosa. Ho fiducia che risponderemo alla sfida: siamo gli animali più resistenti “.

La Terra, dice lei, si ammala per come la trattiamo. Stiamo facendo abbastanza per rimediare? Cosa pensa dell’accordo sul clima raggiunto a Parigi?
“Per evitare che la Terra diventi insostenibilmente troppo calda, è necessario ridurre le emissioni. Credo che stiamo procedendo bene, anche in questo caso non mi faccio prendere dall’ansia. Sono davvero impressionato dall’accordo di Parigi. Ha dimostrato che siamo in grado di prendere la questione del clima davvero sul serio. L’impegno di tante nazioni, e in primo luogo dei “grandi inquinatori” come Stati Uniti e Cina, rende il patto davvero globale. Una mossa senza precedenti, che ci porta nella giusta direzione. Ma vi metto in guardia: nessun passo avrà grandi effetti se ciascuno di noi non rivoluzionerà i propri com- portamenti, per esempio scegliendo di camminare invece di inquinare”.

I problemi energetici di oggi sono gli stessi di ieri? Lei crede che la rivoluzione industriale abbia segnato l’inizio di una nuova era geologica, l’Antropocene. Stiamo entrando in una nuova era dell’industria, un’era tech: che impatto avrà su Gaia?
“Il nuovo sistema di produzione e di consumo, le macchine che si guidano da sole, la svolta tecnologica, avranno molto più impatto su di noi che sul pianeta. La mia paura è che smettiamo di allenare le nostre menti delegando tutto ai computer, e temo che le macchine ci “tolgano il lavoro”. Ma dal punto di vista climatico non vedo svolte paragonabili alla rivoluzione industriale di trecento anni fa. L’invenzione della macchina a vapore ridefinì i nostri rapporti con la Terra, proiettandoci in una nuova era geologica, l’Antropocene appunto. Così come le prime forme di vita avevano imparato a usare l’energia del Sole per ricavarne ossigeno – e questo passaggio ha segnato tutto ciò che è successo dopo – allo stesso modo l’uomo è stato il primo animale a utilizzare l’energia solare per raccogliere, conservare e usare informazioni. Questo è un passaggio cruciale che condizionerà tutto ciò che segue”.

In che modo? Quando lei ha concepito la teoria di Gaia bisognava ragionare sul rapporto tra l’uomo e il pianeta. Ora in questa relazione subentrerà un terzo incomodo: il robot.
“Dica ai suoi lettori di non preoccuparsi troppo dei robot, fino a che non potranno votare. Il punto di svolta è questo: noi produciamo intelligenza artificiale, ma arriverà il punto in cui i computer diventeranno così evoluti da essere più intelligenti di noi? Insomma, ci rimpiazzeranno? Sembra fantascienza degli anni Venti, ma ora è una eventualità probabile. Più i robot diventeranno capaci, più potrebbero porsi come nostri rivali e chiedere un mondo molto diverso da quello a noi congeniale”.

Per il pianeta, i robot che “animali” saranno?
“Quando gli artificial intelligent animals saranno diventati parte del sistema Terra, non essendo organici, saranno felici in modo molto diverso dal nostro. Anche la loro sorgente di vita non sarà la stessa. Ma per ora possiamo immaginare una mutazione graduale. In questa nostra era dell’Antropocene, noi uomini, che siamo il sistema nervoso del pianeta, gli stiamo imponendo un cambiamento rapido e stiamo dando il via a nuove forme di vita. Il futuro animale elettronico accelererà ancor di più sia le trasformazioni che la nostra stessa percezione del tempo”.

In che modo?
“Prenda me: io e il mio pacemaker siamo perfettamente integrati. A livelli ben più avanzati, l’emergere di forme di vita basate sulla simbiosi tra animale e chip è un’eventualità non remota, e potrebbe offrirci nuove chance di sopravvivenza. Vede, il nostro cervello è in grado di tradurre segnali elettronici in informazioni utili, e viceversa l’elettronica è in grado di trasmettere informazioni ad alta velocità. Immagini una forma di vita elettronica, dove le informazioni viaggiano a una velocità molto più alta di quella sopportabile dai neuroni animali. Con una tale densità di stimoli, un giorno ci sembrerà lungo più di duemila anni. E la vita, in qualche modo, durerà un’eternità”.

Fonte : http://www.repubblica.it/ambiente/2016/10/02/news/james_lovelock_dieci_anni_fa_ero_certo_che_le_emissioni_di_co2_e_il_global_warming_non_ci_avrebbero_dato_scampo_-148942414/

Dibattito Clinton – Trump, il repubblicano nega di aver detto che il cambiamento climatico è una bufala cinese. Mente

Durante il primo infuocato dibattito tra Donald Trump e Hillary Clinton, nel quale le bugie (soprattutto di Trump, ma anche la Clinton qualcuna l’ha detta…) hanno abbondato, la candidata democratica alla presidenza Usa ha ricordato che «Donald Trump dice che il cambiamento climatico è una bufala inventata dai cinesi»; il candidato repubblicano l’ha interrotta (come ha fatto spesso durante il dibattito, quando era in evidente difficoltà) affermando di non averlo mai detto.

Il problema per Trump è che la fonte originale di questa affermazione è un tweet inviato dallo stesso Trump il 6 novembre 2012 e reso noto a gennaio di quest’anno a NBC Meet the Press dall’ex avversario socialista della Clinton, Bernie Sanders. In quel tweet Trump affermava: «Il concetto di riscaldamento globale è stato creato da e per i cinesi al fine di rendere la produzione Usa non competitiva».

Trump poi aveva detto che il tweet era uno scherzo, ma Politifact ha fatto le pulci in diretta al miliardario xenofobo e ha tirato fuori una catena di menzogne diffuse da Trump per prendere i voti degli ecoscettici e probabilmente per rabbonire i più grossi finanziatori del partito repubblicano: le Big Oil e i King Coal.

Il 24 settembre 2015, intervistato da CNN New Day, il candidato repubblicano aveva affermato: «Io non credo nel cambiamento climatico». Il 30 dicembre 2015, durante un comizio a Hilton Head, South Carolina, Trump disse che Obama parla continuamente di riscaldamento globale e che «molto di tutto questo è una bufala. Si tratta di una bufala. Voglio dire, si tratta di un’industria per fare soldi, va bene?».

Il 18 gennaio, dopo che Sanders aveva attaccato Trump sui cambiamenti climatici in un dibattito tra candidati democratici, il il tycoon aveva detto a Fox & Friends: «Beh, penso che il cambiamento climatico sia solo una forma molto, molto costosa di tasse. Un sacco di persone ci stanno facendo un sacco di soldi. Io ne so molto di cambiamenti climatici. Dovrei ricevere dei premi ambientali. E spesso scherzo sul fatto che questo è fatto a beneficio della Cina. Ovviamente io scherzo, ma questo è fatto per il bene della Cina, perché… la Cina non fa nulla per aiutare sul cambiamento climatico. Bruciano tutto quel che si può bruciare, non gliene potrebbe importare di meno. Si sa, i loro standard non esistono. Nel frattempo, possono avere prezzi inferiori. Quindi è molto dura per le nostre imprese».

Quindi Trump ha più volte detto che il “complotto” cinese è uno scherzo… però vero, e non può negare di aver usato più volte la parola “bufala” per descrivere i cambiamenti climatici.

Il 6 gennaio Trump aveva nuovamente definito i cambiamenti climatici una “bufala” intervenendo a Fox & Friends. Il 25 gennaio, 2014 Trump ha twittato: «NBC News lo ha appena definito il grande gelo, il più grande freddo di tutti gli anni. Può il nostro paese spendere ancora soldi per la BUFALA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE?». Il 29 gennaio 2014, Trump twittava: «Nevicata in Texas e Louisiana, record delle temperature gelate in tutto il Paese. Il riscaldamento globale è una bufala costosa». Lo stesso giorno Trump scriveva su Twitter: «Datemi aria pulita, bella e sana – non lo stessa vecchia stronzata del cambiamento climatico (riscaldamento globale). Sono stanco di sentire questo nonsense».

Le difficoltà di Trump sono evidenti, non vuole apparire pubblicamente in un dibattito presidenziale come uno che non crede al cambiamento climatico, perché è consapevole che è una posizione insostenibile, ma così rischia di rivelare il bluff del suo aggressivo scetticismo climatico e del feroce contrasto alle politiche di Obama per alleviare il riscaldamento globale che esibisce nei comizi della destra ecoscettica e creazionista americana, o quando è ospite nei network televisivi fedeli al Partito Repubblicano. In realtà, l’opposizione agli sforzi per contrastare il cambiamento climatico sono una parte fondamentale della sua piattaforma elettorale.

Come ricorda Politifact, durante un importante discorso sulla politica energetica tenuto nel North Dakota il 26 maggio 2016, Trump ha attaccato «le draconiane regole climatiche» e ha detto che revocherà «tutte le azioni esecutive Obama che distruggono posti di lavoro, tra cui il Climate Action Plan». Poi ha affermato che se verrà eletto presidente cancellerà «l’Accordo sul clima di Parigi» e interromperà «tutti i pagamenti di dollari di tasse degli Usa ai programmi Onu per il riscaldamento globale». Secondo Trump, «il presidente Obama ha fatto entrare gli Stati Uniti nei Paris Climate Accords unilateralmente e senza il permesso del Congresso. Questo accordo dà ai burocrati stranieri il controllo su quanta energia usiamo proprio qui in America».

La sentenza di Politifact sul dibattito tra Trump e la Clinton per quanto riguarda i cambiamenti climatici definiti come “bufala” è senza appello: ha ragione la Clinton e Trump mente.

Dopo il dibattito tra i candidati alla presidenza Usa, Michael Brune, direttore esecutivo di Sierra Club, schiera ancora più decisamente la più grande e diffusa associazione ambientalista Usa dalla parte della Clinton: «Il dibattito di ieri sera ha reso ancora più chiaro che Hillary Clinton è l’unico candidato in questa elezione a essere qualificato e preparato a guidare la nostra nazione. Donald Trump ha dimostrato quello che è: un uomo di mentalità ristretta che nega la scienza climatica e usa le elezioni e le spacconate per dividere questo Paese. L’evidenza la si è avuta fin dalla prima frase, quando Hillary Clinton ha parlato del suo impegno per far crescere l’economia dell’energia pulita. E’ stato solo pochi istanti dopo che Trump ha mentito sul suo negazionismo climatico. Donald Trump è una frode, non c’è bisogno di guardare oltre i suoi maldestri tentativi di negare la crisi climatica e poi di coprire le sue tracce sporche. Mentre Hillary Clinton vuole realizzare la piattaforma climatica più forte nella storia, Trump vuole fare quella peggiore. Trump è il candidato peggiore e più instabile mai nominato e la Clinton è la più qualificata e più preparata di tutti sulla scheda elettorale»

 

Fonte : http://www.greenreport.it/news/clima/dibattito-clinton-trump-repubblicano-nega-aver-detto-cambiamento-climatico-bufala-cinese-mente/