Archivi categoria: Curiosità sul Sole

Le battaglie del Sole

Un team di ricerca del New Jersey Institute of Technology ha individuato una nuova relazione tra macchie solari ed eruzioni, i fenomeni che agitano la superficie della nostra stella. I risultati su Nature Communications

La superficie del Sole non è affatto un ambiente tranquillo. E cambia in continuazione: in alcune fasi del ciclo solare, la nostra stella appare agli astronomi interamente ricoperta da puntini più scuri. Si tratta delle macchie solari, o sunspot, la cui rotazione sulla superficie del Sole è da tempo ritenuta responsabile di episodi molto violenti chiamati eruzioni solari: improvvise esplosioni (dette anche brillamenti) che causano forti radiazioni elettromagnetiche con una conseguente espulsione di particelle cariche nello spazio. In base a questa teoria, il moto delle macchie solari provoca l’energia necessaria per ‘esplodere’ sotto forma di eruzioni solari. Ma un gruppo di ricerca del New Jersey Institute of Technology (NJIT) ha individuato per la prima volta un meccanismo in un certo senso inverso: secondo gli scienziati, le eruzioni solari hanno a loro volta un importante impatto sui sunspot. In che modo ?

Aumentandone la velocità di rotazione: i ricercatori affermano che i brillamenti inducono le macchie solari a ruotare molto più velocemente di quanto normalmente si osserva prima delle eruzioni. Questi risultati, pubblicati su Nature Communications, sono stati ottenuti sulla base delle immagini ad alta risoluzione catturate da New Solar, il telescopio di 1.6 metri del NJIT.

“Pensiamo che la rotazione delle macchie solari generi l’energia magnetica rilasciata sotto forma di eruzioni – spiega Chang Liu, prima firma dell’articolo – ma allo stesso tempo abbiamo osservato che le eruzioni possono indurre le macchie a ruotare circa 10 volte più velocemente. Questo ci mostra la natura potente e magnetica dei bagliori solari”.

Questi nuovi dati aiutano anche a definire la dimensione spazio-temporale delle macchie solari, descrivendo in modo preciso la loro rotazione progressiva e non uniforme. Informazioni essenziali per l’evoluzione della fisica del Sole, quella disciplina che studia le affascinanti e movimentate ‘battaglie’ sulla superficie della nostra stella.

Fonte : http://www.asi.it/it/news/le-battaglie-del-sole

I segni del ciclo solare SC25 visti superficialmente dal campo magnetico toroidale

Interessante articolo recente pescato in rete. I passi più significativi…

Analizzando la componente del campo toroidale (dati raccolti dal Solar Dynamics Observatory / immagini eliosismiche magnetiche di – SDO / HMI – e Wilcox Solar Observatory – WSO -, osserviamo i primi segni del prossimo ciclo solare apparsi alle alte latitudini. WSO ha fornito i dati per gli ultimi quattro cicli delle macchie solari, mentre SDO per gli ultimi sei anni.

Figura 1 – La direzione misurata della componente dei campi magnetici toroidali da maggio 1976 al giugno 2016. Le frecce e i colori indicano la direzione desunta del campo da est-ovest. I colori rosso e blu rappresentano rispettivamente la polarità dei campi negativi e positivi. L’intensità del colore indica l’entità dell’inclinazione media.

La componente toroidale mostra chiaramente la durata dei cicli solari (Fig. 1). Dopo il massimo del ciclo delle macchie solari, il ciclo successivo inizia alle alte latitudini con il campo toroidale che inizia a cambiare direzione, con cambiamenti nei segni della polarità. Raggiunto l’equatore, il ciclo raggiunge il minimo, mentre per passare al ciclo successivo occorrono almeno quattro anni.  Al ciclo tipico di “11 anni”, occorrono circa 16 anni per passare da l’alta a bassa latitudine.

Figura 3 – La figura 3 mostra la stessa analisi effettuata con i dati WSO. Qui viene misura la differenza fra l’inclinazioni delle due polarità. 

Entrambe le figure 1 e 3 mostrano l’inizio del ciclo 25 alle alte latitudini meridionali. Questo dato, combinato con i rapporti precedenti che riguardano l’intensità del campo magnetico polare dell’emisfero sud e l’intensità del campo magnetico polare nel passato minimo (dati del 2008), confermano che il ciclo 25 esiste e probabilmente avrà una forza simile a ciclo 24.

 

References

[1] Shrauner, J.A., Scherrer, P.H., 1994, Solar Phys, 153, 131, (DOI: 10.1007/BF00712496)
[2] Lo, L., Hoeksema, J.T., Scherrer, P.H., ASP Conf. Series. 428, (2010ASPC..428..109L)

 

Fonte : http://hmi.stanford.edu/hminuggets/?p=1657

 

Michele

 

Ricostruiti in modo corretto i cicli delle macchie solari dal Seicento a oggi

Sunspots

Esistono registrazioni telescopiche di macchie solari dal 1610, quando Galileo le iniziò (disegno), seguito da Thomas Harriot e padre Scheiner. Ma quanto sono affidabili i dati dei primi secoli? Saperlo è importante per conoscere meglio il ciclo solare e verificare se, oltre al periodo di 11 anni, ce ne siano di più lunghi, intorno a 100 anni, come alcuni hanno ipotizzato. La prima cosa che si nota davanti a un grafico dei cicli solari dal Seicento ad oggi è che il numero delle macchie sembra in quasi costante aumento. E’ vero o è un inganno dovuto a strumenti migliori e registrazioni più accurate?

Leif Svalgaard e John Briggs (Stanford University) si sono posto il problema e hanno cercato la risposta analizzando la qualità ottica dei più antichi telescopi e riproducendo un telescopio solare tipico del diciottesimo secolo. Risulta che i telescopi moderni mostrano tre volte più macchie di quelli antichi in quanto risolvono in macchie separate gruppi prima registrati come macchie singole. Calibrando in base a questo dato il grafico dal Seicento ad oggi la tendenza all’aumento delle macchie scompare ed emergono due minimi nella seconda metà del Seicento e all’inizio dell’Ottocento.

Svalgaard e Briggs hanno preso come riferimento l’astrofilo tedesco Johan Casper Staudach, che dal 1749 al 1796 registrò l’attività solare per 1.016 giorni. L’osservazione divenne sistematica e standardizzata con l’astronomo svizzero Rudolf Wolf a partire dal 1847. I due ricercatori americani hanno riprodotto un telescopio da 3 centimetri di apertura e un metro di focale con cui, per proiezione, hanno ottenuto 160 disegni in 120 giorni. Ciò ha permesso di rendere omogenee le vecchie osservazioni. Il lavoro è stato presentato durante un convegno a Boulder, Colorado.

Altre informazioni: http://www.leif.org/research/Press-Conf-Ancient-Telescope-Sunspots.pdf

Fonte : http://www.astronomianews.it/index.php?p=astro_news&n=2063

Aurore di Giove, ‘faro’ planetario

Tracciata la causa delle intense aurore a raggi X ai poli di Giove: le tempeste solari. Usando i dati della sonda NASA Chandra X-Ray Observatory e XMM-Newton dell’ESA

E’ stata scoperta la causa delle intense aurore boreali, ricche di raggi X riscontrate sul ‘gigante gassoso’ del nostro sistema solare, Giove. Il ‘colpevole’? Le potenti tempeste solari che causano aurore otto volte più luminose di quelle normali e centinaia volte più potenti di quelle terrestri. A rivelarlo è uno articolo pubblicato sul Journal of Geophysical Research – Space Physics, dedicato allo studio di scienze dello spazio, condotto da un team di ricercatori dell’University College London, NASA e altre istituzioni. E’ proprio la particolare intensità dell’attività solare, più precisamente l’espulsione di massa coronale dove la materia solare viene lanciata a grandi velocità nello spazio, ad interagire con la magnetosfera dei Giove e causare quindi le aurore. Come sulla Terra, anche sul pianeta gassoso si formano aurore ai poli, in questo caso più energetiche e molto intense di radiazioni di raggi X. Per dare un’idea delle dimensioni, queste aurore gioviane ricoprono un superficie molto più ampia delle dimensioni della Terra stessa. E’ dunque il vento solare, intensificato dalle tempeste solari, che comprime il campo magnetico di Giove. Colpendo la magnetosfera, i cui confini vengono ‘stirati’ fino a 2 milioni di km nello spazio, provoca potenti raggi X, visibili dalle sonde in orbita intorno al polo Nord. Lo studio si riferisce in particolare a delle misurazioni fatte durante una potente aurora a raggi X dell’ottobre 2011. Due osservazioni di 11 ore hanno fornito i dati necessari per risalire al colpevole. In passato era stato localizzato un ‘hot spot’ pulsante sul polo Nord, un punto caldo particolarmente attivo nell’emettere raggi X. Durante le osservazioni del 2011 si è potuto determinare che le sue pulsazioni erano passate da ogni 45 minuti a ogni 26 minuti, in occasione dell’aurora boreale. Questo studio è stato pubblicato a pochi mesi dell’arrivo della sonda NASA Juno nei pressi di Giove. Previsto per l’estate 2016, l’arrivo di Juno permetterà di studiare più da vicino il campo magnetico del gigante gassoso, fornendo un’analisi più profonda su questo tipo di fenomeni.

Immagini che mostrano le misurazioni fatte in ottobre 2011 – Crediti: X-ray: NASA/CXC/UCL/W.Dunn et al, Optical: NASA/STScI

Fonte : http://www.asi.it/it/news/aurore-di-giove-faro-planetario

Questa revisione del sunspot number fa proprio comodo …. (NOTA : Perchè si sono dimenticati di tracciare la transizione fra il ciclo SC23/24 e il corrente SC24 ?)

Ricerche scientifiche indicano che il 65% delle persone riescono a ricordare un messaggio contenente immagini e testi, mentre solo il 10% riesce a ricordare quelle composte dal solo testo!

http://www.crearelogo.it/limportanza-della-comunicazione-visiva/

Il Sole scagionato

Un nuovo metodo di conteggio delle macchie solari mostra un’attività stabile negli ultimi 400 anni, in contrasto con l’aumento progressivo, frutto, pare, di un errore di calibrazione. Questo risultato mette in forte crisi l’ipotesi che vi sia una correlazione tra l’attività solare e i cambiamenti climatici osservati sul nostro pianeta. Il nuovo studio è stato presentato alla XXIX Assemblea Generale dell’IAU.

Il minimo di Maunder è il nome con cui si identifica un periodo che va dal 1645 al 1715, caratterizzato da uno scarso numero di macchie solari e da inverni molto rigidi. Questa correlazione ha portato a dedurre che ci potesse essere un legame tra attività solare e il cambiamento climatico. Fino ad ora vi è sempre stato un consenso generale circa l’aumento dell’attività solare negli ultimi 300 anni (a partire dalla fine del minimo di Maunder), con un picco nel tardo 20° secolo chiamato da qualcuno il Grande Massimo Moderno.

Questa tendenza ha portato a concludere che il Sole abbia svolto un ruolo significativo nei moderni cambiamenti climatici. Tuttavia, la discrepanza tra i conteggi del numero di macchie solari ottenute con due metodi differenti ha provocato negli anni delle controversie tra gli scienziati.

I due metodi di conteggio del numero di macchie solari si chiamano il Wolf Sunspot Number (WSN) e il Group Sunspot Number (GSN) e indicano livelli significativamente diversi di attività solare prima del 1885 e intorno al 1945. Il WSN è stato messo a punto da Rudolf Wolf nel 1856 ed è la tecnica più antica di conteggio delle macchie solari. Il metodo di basa sul numero di gruppi di macchie e sul numero di macchie all’interno di ogni gruppo. Nel 1994 sono stati sollevati i primi dubbi circa la validità del metodo WSN, poiché le limitazioni dovute ai telescopi più antichi rendono facile perdere di vista le macchie più piccole. A partire da queste considerazioni, nel 1998 è stato introdotto il metodo GSN, basato unicamente sul numero di gruppi di macchie, in grado di risalire fino ai dati raccolti da Galileo Galilei.

Un disegno del Sole realizzato da Galileo Galilei il 23 Giugno 1613 che mostra le posizioni e le dimensioni delle macchie solari. Galileo fu uno dei primi a osservare e registrare il numero e la forma delle macchie solari. Crediti: The Galileo Project/M. Kornmesser

Questi due metodi producono risultati molto diversi per i dati precedenti al 1885, inoltre il GNS mostra un andamento in continua crescita che parte dal 18° secolo e culmina nel 20° secolo, non confermato dal WSN. In generale, le discrepanze prodotte da questi due metodi e le loro possibili implicazioni su attività solare e cambiamenti climatici rendevano difficile pensare che potessero continuare a coesistere.

Il recente conteggio del numero di macchie solari è frutto del Sunspot Number Version 2.0, implementato da Frédéric Clette, Direttore del World Data Centre a Bruxelles, Ed Cliver del National Solar Observatory e Leif Svalgaard della Stanford University in California. Questo nuovo metodo confuta l’ipotesi che vi sia stato un Grande Massimo Moderno.

I risultati, presentati la scorsa settimana alla XXIX Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale a Honolulu, rendono difficile spiegare i cambiamenti climatici osservati a partire dall’inizio del 18° secolo fino a tutta la rivoluzione industriale del 20° con un’influenza significativa da parte dell’attività solare. L’apparente tendenza al rialzo del numero di macchie tra il 18° secolo e la fine del 20° secolo è stata riconosciuta come frutto di un importante errore di calibrazione del Group Sunspot Number. Ora che questo errore è stato corretto, l’attività solare appare relativamente stabile dal 1700 ad oggi. Il numero di macchie solari è l’unica misura diretta dell’evoluzione del ciclo solare su più secoli ed è attualmente l’esperimento scientifico della durata più estesa in assoluto.

La nuova misura del numero di macchie solari fornisce un valore omogeneo, che comporta un’attività solare sostanzialmente costante negli ultimi 400 anni. I modelli di evoluzione del clima dovranno essere corretti tenendo conto del nuovo quadro delle variazioni a lungo termine dell’attività solare. Questo lavoro stimolerà nuovi studi sia in fisica solare, per quanto riguarda i modelli e le previsioni dei cicli solari, che in climatologia. Inoltre, potrà essere utilizzato per estrapolare decine di millenni di storia dell’attività solare a partire da carotaggi di ghiaccio e anelli degli alberi, aiutando a chiarire il ruolo svolto dal Sole nei cambiamenti climatici su scale temporali ancora più lunghe.

Lo studio di fatto rafforza l’opinione di quanti, la maggioranza ormai, imputa i cambiamenti climatici in atto come imputabili, quasi interamente, ad un effetto antropico, all’influenza dell’uomo sul pianeta e dovrebbe imporre un’accelerazione sulle politiche energetiche che portino ad un abbattimento delle emissioni nocive nell’atmosfera.

Fonte : http://www.media.inaf.it/2015/08/11/il-sole-scagionato/

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Nota ripresa dal blog Tallbloke’s :

https://tallbloke.wordpress.com/2015/08/11/solar-hide-the-decline/

In questi ultimi anni si discute la pausa, per quanto riguarda la crescita delle temperature globali, lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento degli oceani, etc….

La questione : Perchè nel grafico del rivisto conteggio delle macchie solari si sono fermati al 1996 ? Perchè non è stato riportata la transizione fra il ciclo 23 e 24 e l’attuale progressione del corrente debole ciclo solare ?

L’originale :

L’osservazione riportata sul blog inglese :

Meditate gente ….

😉