Archivi categoria: Ghiacciai alpini

Svizzera, l’inverno che sta per concludersi …

L’inverno che sta per concludersi è stato quasi ovunque molto mite. Un tempo veramente freddo, con temperature nettamente al di sotto della media e un innevamento a basse quote si sono verificati solo in alcuni giorni, a Nord delle Alpi, verso la metà di gennaio.

Sui tre mesi invernali, da dicembre a febbraio, sull’insieme della Svizzera è previsto uno scarto della temperatura di circa 2,5 °C al di sopra della media 1981 – 2010. Un inverno con condizioni  paragonabili è stato quello del 2006/2007, con uno scarto positivo di circa 2,6 °C.

1455727487421Fig. 1: Grafico della deviazione dalla norma delle temperature in Svizzera dal 1864/65 al 2015/2016. 

Dicembre con record di caldo estremo

L’inizio dell’inverno è stato soprattutto mite. Il perdurare del bel tempo con afflussi di aria calda  portava la Svizzera a uno dei mesi di dicembre più caldi dall’inizio delle misurazioni, nel 1864. La media del Paese ha superato la norma 1981-2010 di circa 3,2 °C, ad alta quota fino a 4-6 °C. Questi valori si situano 2 °C al di sopra di quelli record di dicembre misurati finora e rappresentano  un evento unico nella storia delle misurazioni.

Il bel tempo che si è accanito ha portato l’Engadina, come le regioni di Davos, Basilea, Altdorf e Zurigo al dicembre più soleggiato che sia stato misurato dal 1959, da quando si hanno a disposizione misure omogenee, e a Sud delle Alpi un’estrema scarsità di precipitazioni. In certe zone non ci sono state precipitazioni del tutto, e in molti luoghi sono caduti solo alcuni decimi di millimetro.

Gennaio e febbraio variabili e miti

Completamente all’opposto di dicembre, i mesi di gennaio e febbraio hanno portato prevalentemente tempo instabile. Vivaci correnti da ovest – sudovest, a tratti anche tempestose, hanno fatto affluire masse d’aria atlantica umida verso la Svizzera. In gennaio, in alcune regioni del Nord delle Alpi, si sono stabiliti record di precipitazioni elevate, mentre le quantità al Sud di esse hanno raggiunto di nuovo, localmente, solo la metà dei quantitativi rispetto alla norma, rimanendo di nuovo sotto la media. La temperatura di gennaio su scala nazionale si situava in media a 1,8 °C sopra la norma 1981 – 2010. Gli scarti più elevati si sono avuti al nord delle Alpi e in Vallese con valori di 2 fino a 2,7 °C, mentre in alta montagna le differenze rispetto alla norma sono state molto contenute.

La prima metà di febbraio ha portato ovunque in Svizzera copiose precipitazioni. A Sud delle Alpi, in Vallese e nella Svizzera occidentale le quantità a metà mese avevano già superato la media mensile. Generalmente è rimasto molto mite e solo sporadicamente si sono avute nevicate a basse quote.

Fig. 2: Prati di Valle, Airolo, verso fine gennaio 2016 (Foto: A. Weinmann Sterlini)

Le Alpi nel medioevo

Il 18 Agosto 2015 riportavo questa nota sul mio profilo Fb :

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10207842698094192&set=a.10201172870992683.1073741825.1497457597&type=1

Verres

La vacanze estive finiscono e la ricerca sul web inizia, in cerca di possibili conferme …

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La ricerca :  I grandi valichi valdostani in età medioevale alla luce delle moderne concezioni di climatologia

di Cerutti Augusta Vittoria

doi : 10.3406/globe.1985.1198

La storia délla Valle d’Aosta è essenzialmente la storia dei suoi valichi. Il solco della Dora Baltea, pur essendo cinto dai monti più alti d’Europa (Monte Bianco 4.810 m., Cervino 4.478 m.. Monte Rosa 4.633 m.) svolge attraverso i tempi la funzione di canale dei traffici fra il Mediterraneo e l’Europe Centro-Occidentale grazie ai profondi corridoi vallivi e alle larghe selle di trasfluenza che i ghiacciai pleistocenici incisero nella potente massa
montuosa. I passi più conosciuti e più frequentati sono il Piccolo San Bernardo e il Gran San Bernardo che mettono rispettivamente nella alta Valle dell’lsère e nella Valle dell’Entremont, tributaria dei Rodano Vallesano. Essi conservano testimonianze di frequentazione fin dalle età preistoriche e protostoriche. Nelle condizioni climatiche attuali questi passi (che hanno rispettivamente l’altitudine di 2.188 e 2.473 m.) sono innevati per otto, nove mesi l’anno e pertanto è logico chiedersi come potevano in passato garantire una regolare via di transito. Si noti che attraverso i valichi valdostani, durante il medioevo non si svolgevano soltanto transumanze di armenti o traffici locali ma veri e propri itinerari commerciali che provenivano dalla penisola italiana ed erano diretti nei secoli XII et XIII alle grandi fiere dello Champagne, in quelli XII e XVI a quelle di Ginevra e nei secoli XV-XVI a quelle di Lione (BERCIER, 1980, p. 199 e seg.).

Solo i moderni studi della climatologia storica possono dare una valida risposta a questa domanda. Le ricerche sui documenti d’archivio accostate in questi ultimi trenta anni a quelle dendrologiche, palinologiche e glaciologiche hanno messo in luce variazioni climatiche tali da influire fortemente sulla vita e la attività umana, soprattutto nelle zone che, come l’alta montagna e le elevate latitudini, sono poste sulla frontiera dell’ ecumene
(PINNA, 1969). Infatti persistendo per qualche decennio una variazione média annua positiva o negativa di uno o due gradi della temperatura o di alcune decine di millimetri di piovosità in queste zone marginali l’innevamento diventa abbastanza brève da permettere lo sviluppo dei ciclo vegetativo delle fondamentali piante alimentari e la transitabilità delle strade per la maggior parte dell’anno, oppure cosi lungo da impedirli.

La variazione di due gradi di temperatura média annua corrisponde allo spostamento di trecento metri dei limiti altitudinali delle colture, dei boschi, dei pascoli e delle nevi perenni e di conseguenza alla perdita o all’acquisto di centinaia di ettari di territorio utilizzabili ai fini econimici. Per quanto riguarda la transitabilità dei valichi, oltre alla temperatura média annua, grande importanza ha la quantité di neve e il periodo di innevamento; infatti negli anni poco nevosi i passi sono transitabili per un periodo più lungo. Oggi al Gran San Bernardo l’innevamento dura in média 255 giorni (JANIN, 1970, p. 49) ed al Piccolo 210 (JANIN, 1980, p. 34).
Con temperature meno severe e minore quantità di neve l’innevamento potrebbe ridursi rispettivamente a meno di 200 et 160 giorni. Il più attento studioso delle variazioni climatiche in Valle d’Aosta è Umberto Monterin. Nato nel 1887 a d’Ejolo un villagio dell’alta valle di Cressoney posto all’altitudine di 1.850 m., docente universitario, glaciologo e geologo insigne, direttore degli osservatori scientifici del Monte Rosa posti alle quote di 3.000 e di 4.500 metri, egli approfondi fin dagli anni 20 le ricerche di climatologia alpina attuale e storica. Nel 1937 dette alle stampe un opéra dal titolo “II clima delle Alpi ha mutato in epoca storica ?” in cui con metodo rigorosamente scientifico precorre le attuali ricerche.

In questa opéra egli, sulla scorta dell’esame di tronchi su-fossili ritrovati molto al di sopra del limite attuale del bosco, stabilisce che in epoca medioevale, nelle valli del Monte Rosa, pinete ed abetaie raggiungevano l ‘altitudine di non meno di 2.500 m. Inoltre l’esame degli antichi canali di irrigazione esistenti in Val d’Ayas e in Valle di Gressoney lo porta a concludere che in età medioevale i ghiacciai avevano una estensione assai più limitata dell’attuale e il clima non solo era più caldo ma anche notevolmente più secco.

Il grafico in allegato mostra l’andamento della cosiddetta “linea degli alberi”, cioè l’altezza massima alla quale possono crescere gli alberi di alto fusto sull’Arco Alpino (tratto da HH Lamb). Si deduce dal ritrovamento di piante fossili distribuite lungo l’Arco Alpino a varie altezze, che mostrano quella che era la quota di accrescimento nelle varie epoche climatiche. Ne deduciamo che nel 2500 a. C. le piante allignavano fino a 2100 metri di quota, in media, rappresentando il periodo climatico più caldo per le Alpi Svizzere ed Austriache degli ultimi 5000 anni! Ma ne deduciamo anche che nel Medioevo, attorno all’anno 1000, le piante ad alto fusto allignavano almeno 100-150 metri più in alto di adesso, con una differenza termica quindi superiore ad 1°C in più rispetto agli anni Duemila. Fonte : https://notalotofpeopleknowthat.wordpress.com/2014/06/22/alpine-tree-lines-offer-clues-to-mwp/

Infine, sulla scorta di numerosi documenti d’archivio lo studioso valdostano mette in luce che soltanto nel XVII e XVIII secolo vengono rilevate difficoltà di transito sui valichi più elevati per l’aumento delle masse glaciali mentre nei secoli precendenti gli stessi valichi (Passo di Monte More 2.862 m; Passo del Teodula 3.317 m.; Col Fenêtre de Durant 2.812 m.;
Col Collon 3.132 m.; Col d’Herin 3.480 m.) appaiono come normali vie di collegamento fra le valli contigue. Gli studi condotti dal geomorfologo austriaco Mayr sulla scorta della datazione al C14 delle torbe prelevate a Bunte Moor in Tirolo, presso la fronte del ghiacciaio di Fernau, hanno messo in luce che dopo la forte espansione glaciale dei secoli VI, VII e VIII corrispondenti ad un ‘epoca più fredda dell’attuale, attorno al 750 d.C. il clima cominciô a migliorare (LE ROY LADURIE, 1967, p. 240).

Di decennio in decennio il limite polare e altimetrico delle coltivazioni si estese; i passi alpini si fecero transitabili per un periodo annuale sempre più lungo e la vita in montagna cambiò in modo sostanziale. Con il trascorrere del tempo il miglioramento climatico andrà facendosi sempre più évidente e, salvo un cinquantennio freddo posto fra il termine del secolo XII e l’inizio del XIII perdurera fino a meta del secolo XVI dando luogo a quello
che viene chiamato “l’optimum climatico del Basso Medioevo” (BERGIER, 1980, p. 173).

In quegli anni il clima doveva essera tanto mite da assicurare la transitabilità
degli alti valichi per la maggior parte dell’anno. Non si spiegherebbe
diversamente la decisione di San Bernardo di fondare l’ospizio sul valico
stesso all’altitudine di ben 2.470 m. s.l.m. e non sulla via di accesso corne
era stato per l’Abbazia carolingia di Bourg St. Pierre.

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Il lavoro continua al seguente link : http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/globe_0398-3412_1985_num_125_1_1198

29 agosto 2015: ricognizione aerea dei ghiacciai dalla valle d’aosta alla val susa

La passata settimana, avevo annunciato la pubblicato di un prossimo articolo (studio) a titolo : “Le Alpi nel medioevo”. La presentazione di quest’ultimo studio, viene posticipata, movente, il recente articolo sul sisma occorso in Cile e l’attuale situazione dei ghiacciai alpini (osservazioni condotte a fine Agosto). Il servizio :  Reportage fotografico di Daniele Cat Berro Società Meteorologica Italiana/Redazione Nimbus

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Il 29 agosto 2015, grazie alla disponibilità dell’Aero Club Torino e del suo pilota Danilo Spelta, è stato possibile effettuare una ricognizione in motoaliante dei ghiacciai delle Alpi occidentali, tra la Valle d’Aosta a Nord e la Valle di Susa a Sud.

La risalita di un promontorio nord-africano ha garantito tempo soleggiato, salvo diffusi cumuli diurni concentrati però sui rilievi prossimi alla pianura, nettamente più radi all’interno della Valle d’Aosta e al confine tra le valli torinesi e la Savoia, situazione favorevole alle riprese fotografiche della maggior parte dei ghiacciai della zona. L’apporto di aria subtropicale ha fatto peraltro impennare nuovamente l’isoterma 0 °C oltre i 4500 m (ben 4772 m alle h 12 UTC al di sopra di Cuneo-Levaldigi).

Nonostante un po’ della neve fresca caduta a Ferragosto resistesse ancora oltre i 3200-3500 m specialmente in Val d’Aosta, la scomparsa quasi totale della neve stagionale sotto i 3200-3400 m durante la rovente estate 2015 ha reso particolarmente efficace il monitoraggio fotografico dei ghiacciai, i cui margini apparivano ben riconoscibili, al termine di una stagione eccezionalmente negativa per la criosfera alpina.

Il versante valdostano del Monte Rosa con il ghiacciaio del Lys (9.6 km2 nel 2005, terzo per superficie in Val d’Aosta). Da almeno cinque anni la lingua valliva si è separata del resto del corpo glaciale superiore e – non più alimentata – è prossima alla scomparsa. La presenza di laghi proglaciali è rapidamente aumentata con la fusione e il regredire della fronte.

Il versante Sud del Cervino con, da sinistra, i ghiacciai del Leone, di Tyndall, del Cervino e della Forca. La via alpinistica italiana alla vetta, come già accaduto nelle caldissime estati 2003 e 2006, è stata temporaneamente chiusa nel luglio 2015 per i frequenti crolli di roccia dovuti allo scongelamento del permafrost in profondità.

In alta Valpelline, il Ghiacciaio di Tza de Tzan (3.3 km2 nel 2005) negli ultimi anni ha perso la sua lingua seraccata che si protendeva a lato del Rifugio Aosta. L’apparato è sgombro di neve residua fin sull’alto bacino a circa 3200 m.

Entriamo nel gruppo del Monte Bianco. In alta Val Ferret, i ghiacciai del Triolet
(al centro) e di Pré de Bar (a destra), in fortissima riduzione. Quest’ultimo a partire dal 2010-2012 ha perso la lingua frontale e il suo margine inferiore si sta ritirando lungo il gradino roccioso soprastante.

La lingua del ghiacciaio del Miage (Val Veny, Monte Bianco) è interamente sepolta dai detriti rocciosi convogliati dalle alte pareti circostanti, e rappresenta uno dei pochi esempi di “ghiacciaio nero” o “himalayano” delle Alpi. Proprio in virtù della spessa copertura detritica che protegge il ghiaccio dalla fusione, la fronte giunge ancora a circa 1600 m e il suo arretramento è piuttosto marginale.

Daniele Cat Berro (SMI/Nimbus) con Danilo Spelta, pilota dell’Aeroclub Torino.

Nota: le aree glaciali indicate sono tratte dal Catasto dei Ghiacciai Valdostani.

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NOTA : Al link riportato di seguito, trovate il reportage completo, con inserite molte altre immagini e note sullo stato dei ghiacciai :

http://www.nimbus.it/ghiacciai/2015/150831_vologhiacciaialpiW.htm

Time machine : Rinvenuto rifugio della prima guerra mondiale sulla Punta del Re – Gruppo Ortles – Aggiornato post

EvidenzaData : 05 Settembre 2015

Luogo : Cima Punta del Re Grande Zebrù (parete nord) – Gruppo Ortles – Italia

La cima :

“Il Gran Zebrù, la cima del re, con i suoi 3859 metri è considerata da molti la montagna più bella nel gruppo dell’Ortles in alta Valtellina al confine tra la Lombardia ed il Trentino.

http://www.montagna.tv/cms/26399/gran-zebru-la-cima-del-re

Subito sotto Punta del Re è stata ritrovata una baracca abitata tra il 1917 e il ’18 con dei reperti perfettamente conservati e che ora rischia di crollare. Dalle analisi gli archeologi si aspettano di ottenere informazioni non solo di valore storico ma anche sui materiali usati. Isabella Cherubin –
Una serie di immagini del rifugio riprese dal servizio :
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Link :

http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/media/Trentino-ritrovamento-sulla-punta-del-Re-a843114a-23b3-4d48-a88e-ac28d6ca4fba.html

oppure

TG Trentino Alto Adige delle ore 14:00 del 05/09/2015

Servizio dal minuto 10:34 al 12:30

http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/basic/PublishingBlock-5a42b960-0dad-41fe-b247-d807b49a470f-archivio.html#

 

Conclusioni

A voi lettori ….

:smile:

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Aggiornamento delle ore 11:00 del 08-09-2015

Baracche fuori dal ghiaccio o dentro il ghiaccio e quanto ghiaccio era presente sulla cima del Gran Zebrù ?

Il nostro utente “Johm Carter” ha trovato risposta a l’interrogativo. Trattasi di una vasta serie di piccole strutture in legno, vere e propire case costruite internamente al ghiacciaio, in vetta e collegate fra loro tramite una vasta serie di tunnel, percorsi, ponti etc…

Nei commenti trovate link e immagini che descrivono il vero e proprio alveare realizzato dai soldati durante la prima guerra mondiale. Suggestive immagini che descivono inequivocabilmente la grande estensione dei ghiacci ad inizio 900′ e la dura vita di questi uomini. Uomini proprio di altri tempi ….

Mic

Come stanno i ghiacciai alpini? Le risposte nel Nuovo catasto dei ghiacciai: ecco i dati

MILANO — 903 corpi glaciali, una superficie complessiva di 369 km² pari a quella del Lago di Garda, una maggioranza di ghiacciai piccoli e frammentati, 6 regioni italiane interessate tra le quali solo una, l’Abruzzo, non alpina. Questa l’interessante fotografia che consegna il Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani. La pubblicazione – curata da Claudio Smiraglia e Guglielmina Diolaiuti e pubblicata da EvK2CNR – viene presentata oggi durante il 19th Alpine Glaciology Meeting, il più importante convegno europeo di Glaciologia in particolare Alpina, in corso il 7 e 8 maggio all’Università degli Studi di Milano.

Un vero e proprio atlante aggiornato al periodo attuale di tutti i ghiacciai italiani dopo l’ultimo censimento nazionale del 1962. Un lavoro di ricerca iniziato nel 2012 rifacendosi ad un complesso di dati raccolti in almeno un decennio, coordinato da Claudio Smiraglia, professore ed esperto glaciologo dell’Università Statale di Milano, insieme a Levissima, con la collaborazione dell’Associazione Riconosciuta EvK2CNR e il supporto scientifico del Comitato Glaciologico Italiano.

“Siamo davvero orgogliosi di presentare oggi la pubblicazione del Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani. Il Catasto è uno strumento indispensabile per capire lo ‘stato di salute’ del cuore freddo delle nostre Alpi, la cui evoluzione è il principale indicatore dei cambiamenti climatici in atto – ha detto Claudio Smiraglia, responsabile del progetto e Professore Ordinario di Geografia Fisica e Geomorfologia all’Università degli Studi di Milano –. Il Nuovo Catasto dei Ghiacciai, elaborato dopo anni di studi sul campo e analisi di foto aeree e immagini satellitari, ci permette infatti di valutare l’evoluzione dei ghiacciai negli ultimi decenni (dagli anni ’60 quando è stato redatto il precedente inventario ad oggi) e di quantificare le variazioni di superficie e di morfologia conseguenti al cambiamento climatico in atto. Infatti, i monitoraggi svolti annualmente, sebbene importanti, permettono solo di fare considerazioni relative all’impatto delle singole stagioni meteorologiche sul ghiacciaio (esempio: inverni con nevicate abbondanti favorevoli all’accumulo glaciale o estati torride che aumentano la fusione). Diversamente, studi ultradecennali come quelli svolti confrontando catasti glaciali permettono di ottenere dati sull’evoluzione di lungo periodo delle masse glaciali che è funzione della dinamica climatica”.

Dal “Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani” emerge anche l’evidente importanza dei ghiacciai come risorsa idrica, energetica, turistica, paesaggistica, e non solo come testimonianza tangibile delle trasformazioni climatiche in atto. Lo sa bene Levissima, che dal 2007 è a fianco dell’Università degli Studi di Milano per lo studio e il monitoraggio dei ghiacciai italiani, a partire dal ghiacciaio Dosdè Orientale-Cima Piazzi, da cui la sua acqua minerale ha origine: “Levissima, marchio di acqua minerale del Gruppo Sanpellegrino, deve la sua eccezionale purezza al luogo dove nasce ed per questo che da anni riserva un impegno particolare per sostenere la ricerca dei glaciologi dell’Università degli Studi di Milano – ha sottolineato Stefano Agostini, Presidente e Amministratore delegato del Gruppo –. Oggi possiamo finalmente dire di avere tra le mani l’Atlante completo dei ghiacciai italiani, disponibile open access per tutti gli appassionati, gli studenti e gli esperti italiani e internazionali”.

Un progetto davvero importante, punto di arrivo di uno studio pluridecennale che oggi potranno apprezzare i più importanti glaciologi europei, portato a termine grazie alla costanza e alla passione del team di ricercatori e al supporto dell’Associazione Riconosciuta Ev-K2-CNR, un ente con consolidata esperienza nella realizzazione di progetti di ricerca scientifica e tecnologica in alta quota: “Ho combattuto e giocato con il ghiaccio con le sue forme e la sua natura per trent’anni della mia vita – ha affermato Agostino Da Polenza, Presidente di EvK2CNR –. Oggi ho finalmente l’onore di presentare insieme all’Università di Milano, a Claudio Smiraglia e Guglielmina Diolaiuti che hanno lavorato e curato questo volume, il Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani. È una grande soddisfazione anche in considerazione di tutte le volte che le punte dei miei ramponi su un ghiacciaio mi hanno portato in cima a una montagna”.

Ma quali sono i dati più significativi che il Catasto dei Ghiacciai evidenzia? Facendo un confronto con il precedente catasto nazionale dei ghiacciai, ultimato alla fine degli anni ’50 dal Comitato Glaciologico Italiano in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, si nota come il numero dei ghiacciai sia oggi aumentato, passando da 835 a 903. Quella che può apparentemente sembrare una contraddizione, in realtà non lo è proprio perché l’incremento numerico è da riportare ad una intensa frammentazione delle unità glaciali preesistenti. La superficie glaciale ha infatti registrato una perdita del 30% (157 km2), confrontabile all’area del Lago di Como, passando da 527 km² agli attuali 370 km² (circa 3 km² persi all’anno). I ghiacciai italiani sono dunque numerosi, frammentati e di piccole dimensioni (si stima un valore areale medio di 0,4 km²), ad eccezione di tre ghiacciai che presentano un’area superiore ai 10 km²: i Forni, in Lombardia (Parco Nazionale dello Stelvio), il Miage, in Valle d’Aosta (Gruppo del Monte Bianco), e il complesso Adamello-Mandrone, in Lombardia e Trentino (Parco dell’Adamello); quest’ultimo può essere definito il ghiacciaio più grande d’Italia essendo stato classificato come un grande corpo glaciale unitario a causa della sua forma insolita, simile a quella dei grandi ghiacciai scandinavi, caratterizzata da un altopiano da cui si diramano molte lingue.

Questi tre “grandi” ghiacciai ricoprono insieme, dunque, poco più del 10% della superficie totale italiana (38 km²), mentre i ghiacciai piccoli (inferiori a 0,1 km²) sono i più numerosi ma allo stesso tempo occupano un’area davvero ridotta, solo il 5% del totale, pari a 19 km². Quelli che ricoprono l’estensione maggiore sono invece i ghiacciai che misurano dai 2 ai 5 km², rappresentando oltre un quarto dell’intera area glaciale italiana (103 km²). Per quanto riguarda la tipologia, in Italia predominano oggi i ghiacciai di tipo “montano”, che rappresentano il 57%, seguiti dai “glacionevati” (40%) e, piccola rappresentanza, dai ghiacciai “vallivi” (3%).

I ghiacciai italiani sono presenti in tutte le regioni alpine, ma con distribuzione molto diversificata che dipende, almeno in parte, dalle quote dei massicci montuosi: la regione maggiormente interessata è la Valle d’Aosta con 134 km², seguono gli 88 km² della Lombardia e gli 85 km² dell’Alto Adige. In Veneto è presente un’estensione di 3,2 km², mentre in Friuli Venezia Giulia 0,2 km². Unica eccezione in zona appenninica, il Calderone in Abruzzo (0,04 km² di area), ultimo residuo della glaciazione appenninica, ormai frammentato in due parti. La riduzione areale è stata particolarmente significativa in Friuli e Piemonte, con un dimezzamento dell’estensione, mentre riduzioni di circa un terzo hanno interessato Trentino e Alto Adige. Regressi più circoscritti in Lombardia e Valle d’Aosta.

E’ possibile scaricare e consultare gratuitamente il volume CLICCANDO QUI

Fonte : http://www.montagna.tv/cms/75335/come-stanno-i-ghiacciai-alpini-le-risposte-nel-nuovo-catasto-dei-ghiacciai-ecco-i-dati