Il Maunder non è stato un minimo solare così profondo come lo si pensava ….

Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Astrophysical Journal sembra sfatare uno dei più importanti e indiscutibili pilastri della recente storia dell’attività solare.

….

di N. V. Zolotova and D. I. Ponyavin

St. Petersburg State University, 198504 St. Petersburg, Russia

Riassunto

Il minimo solare del Maunder (MM), che si è verificato tra il 1645 e il 1715, è principalmente conosciuto come quel periodo di tempo, dalla quasi totale assenza di macchie solari. Nel nostro studio, analizziamo il numero nominale dei gruppi delle macchie solari per ogni osservatore, individualmente. Confrontiamo i disegni e i testuali report delle macchie solari e concludiamo che quest’ultimi hanno sottovalutano il numero delle macchie. Noi sosteniamo quindi che l’origine delle macchie solari, riportata da diversi osservatori nel XVII secolo ha comportato la sottovalutazione dei gruppi di macchie solari con lacune nei rapporti delle osservazione. Dimostriamo che Jean Picard e Giovanni Domenico Cassini dell’Osservatorio di Parigi non hanno riferito della presenza di macchie solari, mentre altri osservatori hanno riferito del verificarsi di macchie. Inoltre, rispetto ad altri osservatori, La Hire ha sottovalutato l’attività solare. Il minimo solare di Maunder, sembra quindi un minimo solare ordinario con delle semplici depressioni nel ciclo di 11 anni dell’attività solare.

Figura n°13 ripresa dalla carta :

Figura 13_ZolotovaIl gruppo di macchie solari Rg è mostrata in blu, il numero di macchie solari internazionale Ri in grigio. La traccia di colore rosso definisce l’ampiezzapresunta” dei cicli solari. La linea di colore nero è il ciclo secolare.

Le conclusioni

Nel nostro lavoro, analizziamo la banca dati nominale NSGs di Hoyt & Schatten (1998) dal 1610 al 1720. Confrontando i disegni delle macchie solari di Galilei, Scheiner, Gassendi, e Hevelius e concludiamo che i soli disegni di Galilei sono simili alle moderne osservazioni delle macchie solari. Nel periodo c’era una tendenza a elaborare le macchie solari come oggetti in modulo circolatorio (vedi l’immagine in apertura articolo). I disegni delle macchie solari riportano quindi un numero significativamente maggiore di macchie solari, rispetto alle testuali o tabulari sorgenti. Noi suggeriamo che questo può essere stato causato dalla visione del mondo di quel periodo (dominante nel XVII secolo) che ha visto (i pianeti e il sole) come ombre durante il transito celeste sconosciuto di questi corpi. Pertanto, un oggetto sulla superficie solare visto come una irregolare forma, o costituito da un insieme di piccoli punti sarebbe stato omesso nel rapporto testuale perché esso era impossibile da riconoscere come corpo celeste.

Notiamo inoltre anche le osservazioni rare e brevi di solito contengono informazioni solo su un gruppo di macchie solari. Questo ci suggerisce che l’osservatore possa essere stato interessato esattamente dal solo transito dei pianeti fronte il Sole, ma non dal numero esatto di macchie solari.

Abbiamo dimostrato che alcuni osservatori (tra cui Jean Picard e Giovanni Domenico Cassini e l’osservatorio di Parigi) hanno sistematicamente creato lacune nelle osservazioni, mentre altri osservatori hanno riferito di macchie solari. Questo ci permette di assumere che nonostante il fatto che i telescopi erano sufficienti per rilevare anche piccole macchie, non tutti gli oggetti presenti sul disco solare sono stati inclusi negli archivi storici. Quindi, le informazioni circa l’attività solare il XVII secolo, sono sottovalutate.

 

“…La storia sta per essere riscritta ?… Michele”

 

Fonte : http://www.leif.org/EOS/Maunder-Minimum-Not-So-Grand.pdf

Le grandi manipolazioni delle temperature in sud america

http://data.giss.nasa.gov/cgi-bin/gistemp/nmaps.cgi?sat=4&sst=3&type=anoms&mean_gen=1212&year1=2014&year2=2014&base1=1951&base2=1980&radius=1200&pol=rob

Una delle regioni che ha contribuito ad affermare (Fonte : GISS) che il 2014 è stato l’anno più caldo di sempre, sono state le temperature in Sud America, in Brasile, in Paraguay e nella parte settentrionale dell’Argentina. In realtà, gran parte di questo è stato possibile grazie alla totale mancanza di stazioni presenti in gran parte di quelle zone, come il NOAA mostra di seguito.

https://notalotofpeopleknowthat.wordpress.com/2015/01/19/hottest-year-claims-based-on-sparse-coverage/

Ciò nonostante, il Paraguay e i suoi dintorni sembrerebbero seguire questo trend di salita delle temperature. Tuttavia, quando si analizza l’area da da vicino, troviamo che le cose non sono come sembrano. Ci sono solo tre stazioni genuinamente rurali in Paraguay, che attualmente operano – Puerto Casado, Mariscal e San Juan e tutte e tre, mostrano una chiara e costante tendenza al rialzo dal 1950, con l’anno 2014 al vertice, per esempio a Puerto Casada:

http://data.giss.nasa.gov/cgi-bin/gistemp/show_station.cgi?id=308860860000&dt=1&ds=14

Non potrebbe essere che una salita così netta ! Potrebbe ? Infatti, tutta questa situazione sembra essere un pò troppo comoda (aggiustamento ?). Quindi ho pensato di verificare i dati grezzi (che sono disponibili solo fino al 2011 sul sito GISS, così che gli ultimi tre anni non possono essere paragonati con i precedenti). Ed ecco quello che ho trovato :

http://data.giss.nasa.gov/cgi-bin/gistemp/show_station.cgi?id=308860860004&dt=1&ds=1

GHCN mostra la misura in cui essi hanno regolato le temperature, di 2 gradi centigradi.

ftp://ftp.ncdc.noaa.gov/pub/data/ghcn/v3/products/stnplots/3/30886086000.gif

Naturalmente, ci può essere un vero e proprio problema con le registrazioni delle temperature di Puerto Casada, comunque vediamo esattamente che gli stessi aggiustamenti “man-made adjustments” si sono verificati, in altri due siti del Paraguay.

Così troviamo che il grande anno più caldo recentemente proclamto da Gavin è incentrato intorno ad una grande area del sud america, dove ci sono pochi dati reali e dove i dati che non esistono sono stati rettificati da ogni rapporto con la realtà.

I dati grezzi ripresi GISS si trovano qui :

http://data.giss.nasa.gov/gistemp/station_data_v2/

I dati rettificati, qui :

http://data.giss.nasa.gov/gistemp/station_data/

 

 Fonte : https://notalotofpeopleknowthat.wordpress.com/2015/01/20/massive-tampering-with-temperatures-in-south-america/

 

Luigi Mariani : L’anno più caldo a livello globale (con molti se e molti ma….); l’anno più piovoso (e di conseguenza più caldo) in Italia

Grande risalto ha avuto sui media la notizia secondo cui il 2014 sarebbe stato l’anno più caldo da almeno un secolo a questa parte. Questo si sarebbe verificato sia a livello globale sia a livello italiano. Vediamo di analizzare la questione in termini di correttezza della notizia e di rilevanza della stessa.

COSA È POSSIBILE DIRE A LIVELLO GLOBALE
Il 2014 è stato un anno di En Nino, fenomeno periodico a scala globale che si caratterizza per imponenti rilasci di energia nell’atmosfera terrestre che si traducono in un pico delle temperature globali. Che a livello globale il 2014 sia stato l’anno più caldo degli ultimi 100 anni è ancor oggi oggetto di dibattito. In estrema sintesi, in base ai dati disponibili è possibile dire che:
  • il 2014 è stato l’anno più caldo secondo l’agenzia nipponica per la meteorologia (qui)
  • il 2014 è stato l’anno più caldo secondo la Climate Research Unit dell’università di East Anglia (figura 1)
  • il 2014 è stato l’anno più caldo con il 38% di probabilità secondo NASA Giss (qui)
  • il 2014 non è stato l’anno più caldo secondo i dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera (qui)
  • il 2014 non è stato l’anno più caldo secondo le rianalisi del Centro Europeo Previsioni a Medio Termine -CEPMMT (figura 2).

Figura 1 – Andamento della CO2 (linea rossa) e delle temperature globali dal 1850 ad oggi (linea azzurra). La linea grigia è stata tracciata per aiutare ad interpretare gli andamenti. Si noti che dal 1850 al 1878 le temperature globali salgono così come la CO2, dal 1879 al 1910 le temperature calano mentre CO2 sale, e così via. I dati di temperatura provengono dal dataset globale Hadcrut4 della Climate Research Unit dell’Università dell’EastAnglia  mentre i dati di CO2 provengono dal Servizio Meteorologico Olandese.

Figura 2 – Temperature medie annue globali dal 1978 al 2014 secondo le rianalisi del Centro Europeo Previsioni a Medio Termine. Le barre strette indicano le medie globali complete, mentre le barre più ampie e con colori più tenui denotano medie ottenute escludendo Artico e Antartico. Gli anni più caldi sono il 2005 e il 2010.

Quale morale trarre da queste analisi? A livello globale, e ce lo mostrano bene i dati CEPMMT, siamo oggi su un plateau. Infatti le temperature, che in complesso hanno manifestato un aumento di 0.85 °C dal 1850 ad oggi, dopo essere rapidamente salite dal 1977 al 1998 si sono poi inaspettatamente stabilizzate, con un fenomeno che a livello internazionale è noto come “global warming hiatus” (qui). La comunità scientifica si sta oggi interrogando sulle cause di tale stabilizzazione e le opinioni sono diverse. C’è infatti chi tira in ballo gli oceani profondi che starebbero accumulando più calore che in passato (qui); (qui) e chi altre cause più o meno complesse come ad esempio la ridotta attività solare.
Fatto sta che i modelli per le previsioni climatiche dall’IPCC non hanno saputo preannunciare lo “hyatus” e ciò pone a mio avviso in discussione le loro capacità predittive, capacità che sono peraltro costantemente poste a repentaglio dalla natura intrinsecamente caotica del sistema climatico, la stessa che ad altre scale temporali rende le comuni previsioni meteorologiche tanto difficili (si veda in proposito il recentissimo caso della “tempesta di neve mancata” su New York).
In sintesi dunque emerge che il 2014 si presenta come uno dei tanti anni a valle del 1998, anni cioè in cui le temperature globali stanno oscillando intorno ad una media di circa 14.9°C. Inoltre la scarsa accuratezza dei modelli previsionali ci impedisce di sapere quale sarà il comportamento delle temperature globali nei prossimi anni.COSE’ ACCADUTO A LIVELLO ITALIANO
Per tale analisi ci riferiremo alla serie storica della rete agrometeorologica nazionale gestita dal CRA-Cma, una rete chiave per fare attività agrometeorologica operativa nel nostro paese in quanto offre in tempo reale dati relativi a 98 siti, parte dei quali afferiscono alla rete del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare.
Da tali dati e dall’analisi delle carte circolatorie in quota si evince che a livello Italiano il 2014 è stato un anno piovosissimo (figure 3 e 4) a causa del lungo persistere di correnti atlantiche umide sul Mediterraneo sia nell’inverno 2013/14 sia nell’estate 2014, fatto questo assai anomalo specie per la stagione estiva. Ciò ha comportato da un lato un’estesa copertura nuvolosa che ha impedito il raffreddamento notturno e dall’altro l’apporto di masse d’aria umida e mite dall’Atlantico centro-meridionale. Queste le ragioni della mitezza che, con riferimento alla serie storica CRA-Cma, ne fanno l’anno più caldo dal 1995 ad oggi a livello nazionale (figura 5) e nelle tre macroaree (Nord, Centro e Sud).
Ciò avvalora a mio avviso anche la valutazione di più lungo periodo del CNR secondo cui si sarebbe trattato dell’anno più caldo dal 1880 ad oggi (qui).
Figura 3 – Precipitazioni medie annue sull’Italia dal 1995 ad oggi (media sui dati di 98 stazioni della rete agrometeorologica nazionale di CRA – Cma). Il 2014 con 1037 mm è il più piovoso dopo il 2010 (1076 mm). Al terzo posto il 1996 con 972 mm.
Figura 4 – Precipitazioni medie annue sul Nord Italia dal 1995 ad oggi (media sui dati di 34 stazioni della rete agrometeorologica nazionale di CRA – Cma). Il 2014 con 1364 mm è il più piovoso seguito dal 2002 con 1225 mm e dal 2010 con 1218 mm.
Figura 5 – Temperature medie annue sull’Italia dal 1995 ad oggi (media dei dati di 98 stazioni della rete agrometeorologica nazionale di CRA – Cma). Il 2014 con 15.9°C è il più caldo, seguito dal 2003 con 15.6°C e, a pari merito, da 2012 e 2011 con 15.5°C.
E GLI EVENTI ESTREMI?
Quando si segnala che le temperature globali sono stazionarie ormai da 17 anni, la prima osservazione che viene fatta è quella per cui gli eventi estremi (piogge violente, ondate di caldo e di freddo) stanno aumentando in intensità mettendo a repentaglio le attività agricole. A fronte di tale obiezione voglio portare alcuni dati di fatto.
Anzitutto ricordo che un “clima più estremo” non sarebbe in grado di garantire quell’aumento delle rese per le grandi colture (mais, frumento, riso, soia) che oggi si aggira intorno all’1-2% l’anno e che ci consente di soddisfare il fabbisogno alimentare di una fascia sempre più ampia delle popolazione mondiale. In proposito ricordo che secondo dati FAO la percentuale delle popolazione mondiale sotto la soglia di sicurezza alimentare è scesa dal 37% del 1970 all’11% del 2013.
Mi domando poi cosa c’azzecchi il clima più estremo con il fatto che, secondo il recentissimo World Disaster Report della Croce Rossa Internazionale (qui), il 2013 ha segnato il minimo di catastrofi naturali dell’ultimo decennio.
Ricordo poi che in un loro articolo scientifico del 2013, Westra e Zwiers hanno analizzato le piogge massime giornaliere annue registrate dal 1900 al 2009 da ben 8326 stazioni sparse nel mondo intero. Il risultato del test statistico applicato è che l’8% delle stazioni mostra un incremento significativo, il 2% un decremento altrettanto significativo ed il 90% mostra infine una stazionarietà, nel senso che non si evidenziano tendenze significative all’aumento o al calo. Osservo anche che il 90% è una cifra di grande rilievo, da cui (ammettendo una distribuzione geografica omogenea della rete pluviometrica considerata) si può dedurre che il 90% della superficie del pianeta non manifesta trend di sorta per quanto riguarda le piogge estreme.
Analogamente in una “letter” uscita su nature Climatic Change, Screen e Simmonds (2014) segnalano che i fenomeni termici e pluviometrici estremi alle medie latitudini del pianeta sono stazionari nel periodo da loro esaminato (1979-2012).
A risultati simili è pervenuto il mio gruppo di ricerca lavorando sulle precipitazioni relative al bacino del Mediterraneo (Mariani e Parisi, 2013) e alla Lombardia (Parisi et al., 2014).
ALCUNE CONCLUSIONI OPERATIVE
A mio avviso occorre anzitutto dire che nel lanciare allarmi in relazione al clima occorrerebbero quelle doti di prudenza che né i media né classe politica mostrano oggi di avere. La prudenza è necessaria sia per scongiurare aumenti dei prezzi ingiustificati delle derrate alimentari sia per evitare che gli agricoltori assumano decisioni imprenditoriali irrazionali.
E’ inoltre essenziale (e qui i governi dovrebbero sentirsi chiamati direttamente in causa) che siano mantenute aperte le vie dell’innovazione in agricoltura, tanto nei settori della genetica (Ogm inclusi) tanto in quelli delle tecniche colturali (concimazione, irrigazione, difesa antiparassitaria, diserbo, ecc.). Mi preme infatti ricordare, parafrasando il grande storico francese del clima Emmanuel Leroy Ladurie, che la storia dell’agricoltura può essere letta come “storia della lotta dell’uomo conto la dittatura del clima” e che tale lotta è sempre stata coronata da successo quando si sono applicate in modo adeguato le armi dell’innovazione tecnologica.
Infine con riferimento agli elevati livelli di CO2 ed alle temperature più miti che caratterizzano l’ultimo secolo, invito in termini generali a valutare non solo gli effetti negativi (livello dei mari che sale, ghiacciai che arretrano, ondate di caldo, siccità, alluvioni, ecc.) ma anche quelli positivi (espansione delle aree coltivate verso le alte latitudini ed in quota sulle montagne; deserti che arretrano e maggiore produzione di cibo in virtù della concimazione carbonica garantita dai più elevati livelli di CO2 atmosferica).
Bibliografia

Mariani L, Parisi S, 2013. Extreme rainfalls in the Mediterranean area, in Storminess and enironmental changes: climate forcing and responses in mediterranean region. Diodato and Bellocchi (Eds.), Springer.

Parisi S. ., Mariani L., Cola G., 2014. Extreme rainfall in the Lombardy region, Italian Journal of Agrometeorology, 1/2014.

Westra S., Alexander L.V., Zwiers F.W., 2013. Global Increasing Trends in Annual Maximum Daily Precipitation, Journal of climate, vol. 26, 3904-3918.

Screen J.A., Simmonds I., 2014. Amplified mid-latitude planetary waves favour particular regional weather extremes, Nature Climate Change, 4, 704–709.
Luigi Mariani  
Già docente di Agronomia e Agrometeorologia all’Università degli Studi di Milano, è attualmente condirettore del Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura di Sant’Angelo Lodigiano

Uno spettacolo incredibile!

Ecco le foto della giornata di ieri domenica 8 febbraio sulla vetta del Monte Falco – Campigna, zona sopra il Passo della Calla (1296 m), da noi del versante di Arezzo più conosciuta con il nome improprio di Burraia. Ricordo che il Monte Falco con i suoi 1658 m è la vetta più alta della nostra provincia e dell’Appennino tosco – romagnolo e la zona di crinale è in comune tra le province di Arezzo, Firenze e Forlì – Cesena. La giornata si prospettava ottima: buona quantità di neve al suolo, molta neve sugli alberi e cielo limpido. Arrivati su alle 10.10 infatti c’era già il pienone e abbiamo lasciato la macchina al parcheggio lungo la strada che dista 2 km dall’inizio delle piste da sci del Rifugio La Capanna. Ma molti altri sono dovuti rigirare e lasciare la macchina al Passo della Calla e anche più giù. Gli estremi di temperatura del giorno, registrati alla stazione meteo Davis al Rifugio La Capanna (1488 m) sono stati minima -7.4°c e massima +0.2°c.
A quota 1600 – 1650 m c’erano circa 200 cm di neve. Lo spettacolo era fantastico e le foto, seppur belle, non rendono l’idea della vera bellezza di questi sentieri, sembrava di camminare all’interno di una fiaba. Molti abituati alla monotonia della città, che per 2 cm di neve gli sembra di vedere un nevone, non penserebbero mai che vicino ad Arezzo possa esserci un così splendido paesaggio!

Le foto sono in ordine seguendo il percorso fatto: da Fangacci al Monte Falco passando per il Rifugio Militare (Poggio Sodo dei Conti) e dal Monte Falco ritorno ai Fangacci passando da Piancancelli.

l rifugio Militare (1565 m) la neve in diversi punti superava i 2 metri di altezza, come testimonia questa immagine in confronto con l’estate!

Io, tra neve alta e faggi carichissimi.

Speriamo che l’inverno possa portare ancora altri begli episodi nevosi.

Simone Paolucci

 

Il resto delle immagine potete trovarlo alla seguente pagina web :

http://www.arezzometeo.com/2015/uno-spettacolo-incredibile/

Ciclo Solare 24: il 2015 sarà l’inizio del declino ?

Il massimo solare di questo ciclo è ormai alle spalle. Quale sarà l’effetto sul clima nei prossimi anni?

L’attività solare ha raggiunto il suo picco nel mese di aprile 2014. Il ciclo solare 24 è stato un ciclo eccezionalmente basso, con un massimo di 81,9. Il calo dell’attività solare nel 2015 sarà quasi certamente un lungo ed inesorabile percorso verso un minimo che potrebbe durare anche 6/7 anni.
Se le previsioni di molti fisici solari sono corrette, il Sole potrebbe entrare in un periodo di lunga e bassa attività, che potrebbe durare per diversi anni se non decenni.

Il centro internazionale belga, il SIDC, che si occupa della raccolta dei dati trasmessi da alcuni osservatori di macchie solari, ad inizio di gennaio, ha pubblicato i risultati del numero di macchie solari mensili di dicembre. Il SSN registrato risulta pari a 78, in aumento rispetto al precedente mese di novembre. Al contrario, tuttavia, la media del conteggio delle macchie solari per 13 mesi, che definisce il massimo del ciclo solare, è stato inferiore per il secondo mese consecutivo.

Il massimo solare del 2014. Credit / Steve Davidson-SILSO, osservatorio reale belga di bruxelles

Ma alla fine, che cosa vuol dire “rallentamento dell’attività solare” nei confronti dei cambiamenti climatici nel lungo termine per il nostro pianeta?

Un confronto con la situazione attuale del sole può essere effettuata con il freddo che ha avuto luogo sul nostro pianeta circa 200 anni fa, nel corso di un periodo chiamato minimo di Dalton.
A quel tempo, il minimo di Dalton, durato 40 anni (1790-1830), è stato caratterizzato da tre cicli solari fortemente deboli, che hanno portato ad un lungo minimo solare, come sta avvenendo in questo periodo. Il terzo ciclo, eccezionalmente debole aveva un picco secondario di poco superiore al primo picco, come nel minimo di Dalton.

L’intensità dell’ombra “umbral intensity“, ci dice come si presenti una macchia rispetto alla zona circostante. Un’intensità di 1 significa che le macchie solari sono invisibili ai nostri occhi. Gli studi recenti ci parlano di macchie solari che hanno lentamente perso la loro forza magnetica, con conseguente regressione dalla fine del 1990. Nel corso degli ultimi 3-4 anni, tuttavia, sembra che la loro scomparsa (il trend) si sia gradualmente stabilizzata.

La soglia, non solo misura l’intensità della zona più scura delle macchie solari, ma misura anche la resistenza, misurata in Gauss. Più basso è il numero di Gauss più debole è la macchia solare. Una situazione completamente differente rispetto alle potenti macchie solari, caratterizzate da un forte campo magnetico, che provocano di conseguenza giganteschi brillamenti solari e espulsioni di massa coronale (CME). Esplosioni, che influenzano fortemente le temperature e il clima del nostro pianeta. Inoltre, come molti sanno, le macchie solari non possono formarsi e successivamente svilupparsi con una forza magnetica maggiore o uguale a 1.500 Gauss. Anche in questo caso però, negli ultimi 3-4 anni la diminuzione del campo magnetico si è leggermente stabilizzata.

Le macchie solari sempre più difficili da vedere e più deboli

Quando questi dati vennero pubblicati nel 2011, causarono un grande clamore tra i fisici solari. Le macchie solari, sarebbero dovute scomparire completamente dopo la fine del corrente ciclo solare.

Tendenza al raffreddamento globale registrata tra il 1880 e il 1910, che corrisponde ad un periodo di bassa attività delle macchie solari. Origine del reposrt IPCC AR5

La raccolta di dati affidabili sulle temperature globali, ci dicono che le temperature non scendono da circa il 1850, quasi 50 anni dopo la fine del minimo di Dalton. Dai dati raccolti, sembra che durante l’intero periodo, ci siano stati molti inverni con temperature fredde nell’emisfero settentrionale .
Secondo i dati raccolti nel ventennio 1880-1900, questi anni sono stati caratterizzati da un calo complessivo della temperatura atmosferica globale della terra. Il ciclo 12 ed i due cicli successivi erano eccezionalmente deboli e caratterizzati da un generale calo delle temperature globali.

Tutto questo è stata una coincidenza?

Se il ciclo attuale rispetterà le previsioni degli scienziati, nel 2015, ma soprattutto negli anni successivi, vedremo una diminuzione dell’attività solare, come il ciclo si sposterà nel minimo solare previsto per i prossimi 6-7 anni, con un probabile calo delle temperature.
Da questi dati, sembra che il ciclo attuale ha forti analogie con il minimo di Dalton, che ha raggiunto il suo picco nel 1883.

Date queste circostanze, è il momento di cominciare a pensare seriamente al prossimo raffreddamento che inizierà nei prossimi anni.

Sand-rio

 

Fonte : https://sandcarioca.wordpress.com/2015/02/05/ciclo-solar-24-o-ano-de-2015-sera-o-inicio-do-declinio/