SOLAR DRYAS MINIMUM : LA SUPERFICIE GLACIALE AVANZA DA 10.000 ANNI


Ci siamo fatti l’opinione che l’attuale decremento generale delle massa glaciale in diverse catene montuose in tutto il mondo rappresenti un anomalia prodotta da un drammatico aumento della temperatura, quasi come se la temperatura terrestre fosse una costante quanto quella gravitazionale.
Addirittura ci siamo fatti la tesi che non esistono più le mezze stagioni e che le nevicate sarebbero diventate un remoto ricordo della nostra storia.
Tale errore deriva dal fatto la terminologia delle quattro stagioni elabori un’ordinata transizione di temperature sempre più miti a sempre più fredde in modo graduale e viceversa quando si va verso la primavera.
Nella realtà dei fatti tuttavia le cose diventano semplici quando constatiamo che in realtà quasi nessuno riesce ad elencare nella propria memoria collettiva l’anno esatto o una sequenza di anni in cui l’estate è stata particolarmente fredda o rovente, oppure un inverno sia stato con o senza neve.
Nel 2006/2007 per esempio l’inverno nel nord Italia fu quasi del tutto senza neve e pressoché mite, nell’inverno 2007/2008 invece la neve cadde normalmente e il freddo arrivò puntuale, nel 2008/2009 invece l’inverno fu particolarmente freddo e nevoso, superando alcuni record di 20 anni prima, e lungo la catena alpina caddero metri di neve.
Andando indietro nei decenni scopriamo che nevicate eccezionali c’erano già allora come prolungati periodi siccitosi e inverni senza neve, di conseguenza la tesi della fine delle mezze stagioni è più una carenza della memoria storica popolare piuttosto che un reale fatto moderno.
La stessa tesi che l’attuale tasso di riscaldamento delle medie latitudini e il ritiro della massa glaciale in diversi settori del pianeta rappresentino un’anomalia, causata dall’ipotesi che l’anidride carbonica dell’industrializzazione umana accumulandosi nell’atmosfera abbia a alimentato un costante aumento della temperatura globale manca di qualunque base ed evidenza.
La crescita delle foreste su scala mondiale nel corso degli ultimi decenni in realtà può essere considerato l’unico reale effetto di tale industrializzazione, ma ciò comporta solo ad aumentare il tasso di umidità e di ossigeno nell’atmosfera con effetti positivi contrariamente a quelli sostenuti da organizzazioni di alternativi esperti che hanno saputo fare del linguaggio scientifico uno strumento per alimentare il proprio consenso politico e il profitto economico, tanto da alimentare un notevole effetto controproducente sulla classi politiche di interi paesi, come si può osservare dalle proteste diffuse in tutta Europa a causa della tassa sul carbonio che ha determinato un incremento del prezzo di elettricità e carburanti a danno delle società.
Tuttavia se dovessimo dare un occhiata più accurata al ritiro della massa glaciale, dovrebbe sorprendere una cosa più di ogni altra: il disgelo delle masse glaciali è stato davvero molto basso, troppo per sostenere una reale tesi che il pianeta si sia realmente scaldato, al contrario sembra che il recente aumento termico del recente XX e XXI secolo sia stato davvero troppo basso rispetto ai secoli scorsi.
Il tasso di ritirata della massa glaciale globale nonostante sia continuato in questi anni, è notevolmente minore rispetto al passato.
“La ritirata dei ghiacciai dopo il 1925 divenne rapida. Fu quasi interamente durante il riscaldamento del pre1950 del XX secolo che i ghiacciai alpini scomparvero dai fondovalle alle montagne. Allo stesso modo grandi ritiri si sono verificati in Scandinavia, Islanda, Groenlandia, nelle Americhe e sulle alte montagne vicino all’equatore. ” ha concluso lo scienziato H.H. Lamb in Climate, History, and the Modern World (1982), pg. 248.
Un nuovo documento scientifico ha concluso che il riscaldamento pronunciato che si è verificato durante gli anni che vanno dagli anni ’20 agli anni ’40 ha sciolto i ghiacciai dell’Islanda del Nord molto più estensivamente e ad un ritmo molto più rapido di quello osservato negli ultimi decenni.
Durante gli anni 1960 a 1980, i tassi di scioglimento dei ghiacciai non solo ha rallentato tra il 1920 al 1940, la massa glaciale in realtà e avanzata in alcuni casi, a causa di decenni di raffreddamento.
È solo dalla metà degli anni ’90 che i ghiacciai hanno iniziato a sciogliersi in continuazione, ma con minor vigore di quanto non fossero nella prima metà del XX secolo.
Fernández-Fernández e coautori (2017) indicano che i ghiacciai islandesi studiati si sono sciolti in media di oltre 1.000 metri (1.062) tra la fine dell’800 e il 1946.
Ma dal 1947 al 2005, questi stessi ghiacciai si sono ritirati solo di una media di 272 metri in più.
In altre parole, circa il 75% del disgelo dalla fine della Piccola Età del Ghiaccio (la fine del XIX secolo) avvenne prima della metà degli anni ’40.
Non c’è nulla di sorprendente in tutto ciò dal momento che nel periodo tra il 1913 e fino al XX secolo l’incremento radiativo solare ha determinato un incremento delle temperature su scala globale.
Il fatto interessante che sorge mettendo insieme un mosaico di dati sullo status delle masse glaciali del passato, mostra come già nel Periodo Caldo Romano, i ghiacciai della catena alpina erano assai molto più ridotti rispetto all’attuale Periodo Caldo Moderno.
Ulrich Joerin, uno scienziato svizzero erano in piedi davanti al ghiacciaio della Tschierva in Engadina, in Svizzera, a 2.200 metri (7.217 piedi). “Alcune migliaia di anni fa, qui non c’erano ghiacciai”, dice. “All’epoca saremmo stati in mezzo a una foresta.” Scava nel terreno con il suo scarpone da montagna finché non appare qualcosa di scuro: un vecchio tronco d’albero, coperto di ghiaccio, levigato dall’acqua e quasi nero per l’umidità. “Ed ecco la prova”, disse Joerin.
“All’epoca dell’Impero Romano, ad esempio, il fronte ghiacciaio era di circa 300 metri più in alto di oggi”, dice Joerin.
Anzi, probabilmente Annibale non vide mai un singolo pezzo di ghiaccio quando attraversò le Alpi con il suo esercito.
Il cambiamento più drammatico nel paesaggio avvenne circa 7.000 anni fa.
A quel tempo, l’intera catena montuosa era praticamente priva di ghiacciai – e probabilmente non a causa della mancanza di neve, ma perché il sole scioglieva il ghiaccio.
Anche la linea di legname era più alta di allora.
La conclusione degli scienziati mette i ghiacciai scomparsi degli ultimi 150 anni in un contesto completamente nuovo:
“Negli ultimi 10.000 anni, il cinquanta per cento delle volte, i ghiacciai erano più piccoli di oggi”, afferma Joerin in un saggio scritto insieme al suo consulente di dottorato Christian Schluechter.
Alcuni esperti hanno riconosciuto la tesi con grande interesse.
Includono Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research, che ha studiato i risultati di Schluechter.
Anche lui ritiene possibile che i ghiacciai alpini fossero più piccoli di quanto non siano oggi.
Non si tratta tuttavia solamente della Catena Alpina ad aver avuto un clima simile, ma piuttosto l’intero emisfero settentrionale era molto più mite e privo di ghiacciai di quanto non lo fosse nel periodo odierno.
I dati derivanti dalla Groenlandia mostrano che fino a migliaia di anni vasta parte dell’Oceano Artico era sgombra dalla banchisa, molto più di quanto non lo fosse oggi.

La mappatura recente di un certo numero di dorsali montuose sollevate sulla costa settentrionale della Groenlandia suggerisce che la copertura di ghiaccio nel oceano Artico è stata notevolmente ridotta circa 6000-7000 anni fa. L’oceano Artico potrebbe essere stato periodicamente senza ghiaccio.
“Il clima nelle regioni settentrionali non è mai stato più mite dall’ultima era glaciale di circa 6000-7000 anni fa. Non sappiamo ancora se l’Oceano Artico fosse completamente privo di ghiaccio, ma c’era più acqua libera nella zona a nord della Groenlandia di quanto lo sia oggi “, dice Astrid Lyså, geologo e ricercatore presso il Geological Survey of Norway (NGU) .
Insieme con la sua collega NGU, Eiliv Larsen, ha lavorato sulla costa nord della Groenlandia con un gruppo di scienziati del Università di Copenhagen, mappando i cambiamenti a livello del mare e studiando un certo numero di caratteristiche del litorale. Ha anche raccolto campioni di legni provenienti dalla Siberia oAlaska e aveva datato questo, e ha raccolto gusci e microfossili dai sedimenti della riva.
“L’architettura di una spiaggia sabbiosa dipende in parte dal fatto che l’attività delle onde o la banchisa abbia influenzato la sua formazione.
I crinali della spiaggia, che sono generalmente distinti, lunghissimi, ampi tratti paralleli al litorale, si formano quando c’è attività delle onde e tempeste occasionali. Ciò richiede periodicamente acqua aperta “, dice Astrid Lyså.
Le creste di ghiaccio che si formano quando il ghiaccio galleggiante viene pressato sulla spiaggia, accumulando sedimenti sulla riva che si trovano sul suo percorso, hanno un carattere completamente diverso.
Sono generalmente più corti, più stretti e di forma più irregolare.
“Le dorsali della spiaggia che avevamo datato circa 6000-7000 anni fa erano modellate dall’attività delle onde”, dice Astrid Lyså.
Si trovano alla foce del fiordo di Independence, nel nord della Groenlandia, su una pianura aperta e piatta che si affaccia direttamente sull’Oceano Artico.
Oggi, il ghiaccio galleggiante forma una copertura continua dalla terra qui.
Astrid Lyså afferma che tali vecchie formazioni da spiaggia richiedono che il mare fino al Polo Nord sia periodicamente privo di ghiaccio per lungo tempo.
“Questo è in netto contrasto con la situazione attuale in cui si formano solo le creste ammucchiate dal pack di ghiaccio”, afferma.
Un’altro studio conclude che ancora poche migliaia di anni prima l’Oceano Artico era allo stesso modo sgombro dalla superficie glaciale.
Nuove conclusioni da parte di esperti (Mangerud e Svendsen, 2018) rivelano che durante il precoce periodo Holocene, quando le concentrazioni di CO2 si aggiravano intorno ai 260 ppm, “specie esigenti dal calore” vivevano in località 1.000 km più a nord di dove sono oggi nelle Svalbard artiche, indicando che le temperature estive devono essere state circa “6 ° C più calde di quelle attuali” .
Prove a carico di altri due nuovi documenti suggeriscono che lo Stretto di Hinlopen di Svalbard potrebbe aver raggiunto circa 5 – 9 ° C più caldo del 1955-2012 durante l’Olocene Iniziale (Bartels et al., 2018), e la Groenlandia potrebbe essere stata “da 4.0 a 7.0 ° C più calda che moderno [1952-2014] “tra 10.000 e 8.000 anni fa, secondo le prove trovate nelle formazioni rocciose sul fondo di antichi laghi (McFarlin et al., 2018).
Questo equivale a confermare che le temperature del periodo attuale sono molto più basse di quanto non lo fossero migliaia di anni fa, mostrando come il clima sia andato incontro ad un progressivo raffreddamento mentre le masse glaciali con l’alternarsi di periodi meno caldi e più freddi si sono espanse e ritirate ad un tasso minore rispetto al passato.
Un processo di glaciazione che si è fatto sempre più grande con il passare dei millenni dove il clima mite si è spostato sempre più a sud e la neve ha iniziato a cadere in pieno inverno in aree prima temperate e più calde.
Vediamo lo stesso modello dall’Inghilterra al Canada alla Groenlandia dove i vigneti un tempo venivano coltivati in territorio canadese e inglese e la Groenlandia prese il termine del come “Greenland” oppure “Terra Verde.”
Oggi Greenland potrebbe essere soprannominata “Whiteland”.

In tempi medievali i vigneti venivano coltivati in Inghilterra, Russia e Norvegia.
Secondo le prove geologiche pubblicate negli anni ’50, i resti dei vigneti di uva da vino sono stati portati alla luce nelle regioni più a nord dell’orso polare – che abitava il 55 ° parallelo durante il Periodo Caldo Medievale (~ 800 a 1300 d.C.).
Lamb, 1959
” C’era un ottimo clima secondario tra il 400 e il 1200 d.C., il picco probabilmente era 800-1000 dC.
Nel complesso era un periodo caldo e asciutto e apparentemente straordinariamente privo di tempeste nell’Atlantico e nel Mare del Nord.
Era il tempo dell’insediamento di pianura nelle terre sassoni e della notevole fioritura delle culture celtiche e della Northumbria.
Le missioni dalla chiesa celtica in Irlanda furono inviate fino all’Africa e all’Islanda.
Fu anche l’epoca dei grandi viaggi vichinghi e dell’insediamento dell’Islanda e della Groenlandia.
Le prime sepolture norvegesi in Groenlandia erano in un terreno profondo che ora è permanentemente ghiacciato .
Ci sono state diverse visite in America (probabilmente molti viaggi timbrici tra la Groenlandia e il Labrador) e ci sono prove che suggeriscono che almeno una nave vichinga ha attraversato il Passaggio Nord-Ovest e alla fine ha raggiunto il Golfo di California (cfr Ives 1953). ”
“Nel Domesday Book (1085) 38 vigneti furono registrati in Inghilterra oltre a quelli del re . Il vino era considerato quasi uguale al vino francese sia per quantità che per qualità fino a nord come il Gloucestershire e la zona di Ledbury nell’Herefordshire, dove si dice che il terreno assomigli a quello dei distretti del vino del Reno e della Mosella. Anche il bacino di Londra, la valle del Medway e l’isola di Ely erano distretti favorevoli.
I vigneti più settentrionali erano vicini a York [Inghilterra settentrionale], ma il paese più favorito proveniva da Northants e dalla Fenlandia verso sud. Ciò implica temperature estive forse da 1 a 2 ° C più alte di oggi, libertà generale dalle gelate di maggio (particolarmente suggerite dall’esposizione a nord di diversi siti di vigneti bassi, ad esempio a Tewkesbury, nelle Fens e a Teynham, nel Kent) e per lo più buoni Settembre. ”
Vino prodotto in Prussia orientale, Lituania, Norvegia meridionale
” Un tempo (1128-1437) il vino era stato prodotto nella Prussia orientale “.
“L’ uva è cresciuta anche a Tilsit (55 ° N) in Lituania [Russia] …”
“… e nel sud della Norvegia …”
Vino prodotto a 220 metri di altezza più alta del 1959 … e oggi
“… [l’uva cresceva] fino a 780 m sopra il livello del mare nella Foresta Nera [Germania].”
” I vigneti più alti della Germania oggi [1959] sono circa 560 m vicino al Mare di Boden a Baden “.

In Groenlandia invece la memoria storica ci dimostra come durante il Periodo Caldo Medievale una porzione del territorio meridionale aveva resistito all’avanzata delle masse glaciali e manteneva ancora un clima sufficientemente caldo da permettere l’insediamento delle colonie di vichinghi.
Nel 1300 più di 3.000 coloni vivevano su 300 insediamenti distribuiti lungo la costa occidentale della Groenlandia (Schaefer, 1997).
Le ossa di animali e altri materiali raccolti da siti archeologici rivelano che i vichinghi islandesi avevano grosse fattorie con bovini da latte (una fonte di carne), suini, pecore e capre (per lana, capelli, latte e carne). di orzo utilizzato per la fabbricazione della birra e queste aziende erano situate vicino alle scogliere di uccelli (fornendo carne, uova e sdraiate) e zone di pesca costiere.
La pesca è stata fatta principalmente con linee a mano o da piccole imbarcazioni che non si avventurano all’orizzonte (McGovern e Perdikaris, 2000)
Ivar Bardsson, un prete norvegese che abitava in Groenlandia dal 1341 al 1364, ha scritto: “Da Snefelsness in Islanda, alla Groenlandia, due giorni e tre notti. Commerciando verso ovest … In mare ci sono scogliere chiamate Gunbiernershier, che era la vecchia via, ma ora il ghiaccio era venuto dal nord, così vicino alle scogliere che nessuno può navigare dall’antico percorso senza rischiare la sua vita “. (Ladurie, 1971.)

Nel 1492 il papa si lamentava che nessun vescovo avesse potuto visitare la Groenlandia per 80 anni a causa del ghiaccio (Calder, 1974).
Oggi la Groenlandia si presenta come un territorio estremamente freddo adatto per pochi abitanti residenti da generazioni adattate a quel clima freddo.
Tuttavia la Groenlandia si sta ancora raffreddando e la stessa superficie del Mar Glaciale Artico è maggiore oggi di quanto non lo fosse mezzo secolo fa, mostrando come il processo di glaciazione seppur rallentato dal recente moderatamente mite Periodo Caldo Moderno, prosegue.
Secondo un articolo pubblicato nel Journal of Geophysical Research, lo spessore medio osservato del ghiaccio marino nella regione a nord di (Artico) Svalbard era sostanzialmente più sottile (0,94 m) nel 1955 di quanto non fosse negli ultimi anni (~ 1,6 m , 2015/2017).

Uno studio di Mikkelsen et al., 2018 conclude che le temperature superficiali della Groenlandia che risalgono a oltre 150 anni sono inferiori a quelle degli anni ’30.

Fonte: Mikkelsen et al., 2018 , Figura 2. Anomalie di temperatura superficiale ottenute da (KNMI), “Twentyeth Century Reanalysis V2c” dal 1851 al 2011 in una scatola che va da 68 N a 80 N e da 25 a 60 W.

Guardando il grafico della temperatura superficiale della Groenlandia sopra, vediamo che il mercurio è crollato di circa 5 ° C dagli anni ’30 agli anni ’80, prima di rimbalzare per fortuna negli anni ’90 e ‘2000.
Inoltre, con grande sorpresa degli scienziati del riscaldamento globale, le temperature della Groenlandia sono nuovamente scese dal 2000. Westergaard-Nielsen et al., 2018 ha esaminato le tendenze più recenti e dettagliate basate su MODIS (2001-2015) e ha concluso che se c’è una tendenza generale per la Groenlandia che è “per lo più di raffreddamento”.
Anche l’Islanda rispetto al passato sta diventando sempre più fredda e la massa dei ghiacciai del periodo attuale mostra chiaramente un maggiore volume rispetto al passato.
Più dell’11% del territorio dell’Islanda è ricoperto dalla coltre glaciale, tra la quale il Vatnajokull che è il più esteso d’Europa.

Prima degli insediamenti umani del X secolo, gli alberi coprivano circa il 30-40% dell’isola, ma oggi gli unici esempi di foresta di betulle sono a Hallormstaðarskógur e Vaglaskógur.
Quando i vichinghi arrivarono prima in Islanda durante l’anno 874, tutte le pianure islandesi erano coperte di superfici forestali, anche se solo di betulla, sorbo e salice, la copertura forestale era di circa il 25-40%.
Durante gli anni 800 dC – 1200 dC, la Groenlandia e l’Islanda sono state conquistate e abitate dai Vichinghi, proprio per il fatto che in quel periodo esisteva un clima di gran lunga più caldo dell’attuale.
Sull’Atlas Danicus islandese (1684) vi è un racconto di un’eruzione vulcanica a Grímsvötn e nel cosiddetto ghiacciaio Gríms Vatna Jökull.
Mappe che per la prima volta mostrarono la caldera nella giusta posizione apparve nel 1730.
Ma man mano che i ghiacciai avanzarono, le storie divennero meno chiare e cominciarono a sembrare quasi mitiche.
Questo sembra confermare che probabilmente a causa di eruzioni la massa glaciale sulla superficie del ghiacciaio Vatnajokull era assai minore rispetto al periodo attuale, e successivamente è andata incrementando con il passare dei secoli fino al periodo attuale dove ancora oggi la caldera del vulcano è circondata dalla spessa massa glaciale.
Oggi come oggi, le superfici glaciali dell’Islanda sono ancora molto estese e secondo recenti osservazioni scientifiche sono in aumento.
Negli anni passati, i ghiacciai Vatnajökhul e Langjoökull hanno perso circa 1,5 metri di ghiaccio ogni anno, misurato dall’autunno all’autunno.
Nell’anno 2018 hanno invertito la tendenza.

Hofsjōkull è cresciuto leggermente, mentre Mýrdalsjōkull “ha un’aggiunta davvero significativa”.
Questi sono i più grandi ghiacciai in Islanda. Hofsjökull è il terzo ghiacciaio più grande in Islanda dopo Vatnajökull e Langjökull, mentre Mýrdalsjōkull è la quarta maggiore calotta glaciale del paese.

Non solo è stato più freddo, agosto ha visto più nevicate del solito.
In effetti, recentemente a Akureyri sono caduti più di un metro di neve
Akureyri, la seconda città più grande in Islanda, è stata avvolta da una tempesta di neve in stile alpino che ha scaricato più di 105 cm di neve in meno di 24 ore.

Se osserviamo i dati ricavati dai carotaggi in Groenlandia, essi indicano che nel corso degli ultimi 10.000 anni i periodi caldi sono diventati sempre più brevi alternati da periodi freddi sempre più lunghi.
Questo spiega la ragione per la quale con il passare dei millenni la presenza di ghiaccio negli archivi geologici sembra farsi sempre più consistente, mentre più lontano andiamo meno presenza di ghiacciai viene ritracciata lungo le catene montuose: il fronte artico si sposta lentamente verso sud e la linea delle nevi tende ad abbassarsi.
E’ una tendenza della durata di 10.000 anni alternata da picchi caldi sempre più in decrescita e come il Periodo Caldo Romano, il Periodo Caldo Medievale e il Periodo Caldo Moderno, succeduti da picchi al ribasso sempre più freddi e lunghi le cosiddette Piccole Età del Ghiaccio (Piccole Ere Glaciali).

Ricostruzione dell’attività solare oltre 11.400 anni. Periodo di altrettanto alta attività oltre 8.000 anni fa segnato.
Ciò che appare interessante è che allo stesso ritmo anche l’intensità dell’attività solare sembra decrescere nel corso degli ultimi millenni.
Per qualche strana ragione geologica ciò sembra essere connesso con le escursioni del campo magnetico in un ciclo di 10.000 anni.

Durante le evidenziate escursioni magnetiche, il clima discende da periodi di caldo come quello di oggi a una vera e propria glaciazione in meno di 20 anni. (Kya = migliaia di anni fa).

Riferimenti:
http://www.ngu.no/sciencepub/eng/pages/Whatsup_20_10_08.html
http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0959683617715701
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/bor.12325
http://www.pnas.org/content/early/2018/05/30/1720420115.short
https://rmets.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/j.1477-8696.1959.tb00533.x
https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/2017JC012865
https://www.the-cryosphere.net/12/39/2018/tc-12-39-2018-supplement.pdf
https://www.nature.com/articles/s41598-018-19992-w

Largest glaciers in Iceland growing for first time in decades


https://icelandmag.is/article/icelandic-glaciers-expand-first-time-over-20-years

Fonte originale: https://2020ce.blogspot.com/2018/12/solar-dryas-minimum.html

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Probabile fase cruda invernale fine gennaio-febbraio!

Cari amici, lo sconquasso stratosferico avvenuto qualche settimana fa con  propagazione ai piu’ bassi strati dell’atmosfera, non passera’ innosservato! Finalmente stamane in GFS 06 si intravvede il potenziale di tale dinamica:

geopotenziali 500 hpa

temp ad 850 hpa

Finora e’ un run isolato e tra l’altro e’ l’uscita modellistica 06, forse la meno performante tra le 4 uscite quotindiane del modello americano. Il paralello che a breve sostituira’ l’ufficiale, non vede tutto questo…ed anche reading che a detta di statistiche modellistiche e’ il modello piu’ performante di tutti.

Ma gfs non e’ solo:

infatti anche il canadese gem che per primo aveva visto l’ultima retrogressione, vede qualcosa di simile…

Non ci resta che attendere, consci del fatto che ci aspetta un’ultima decade di gennaio e un mese di febbraio non di certo noisi…diamo tempo ai GM di “digerire” lo sconquasso stratosferico ed incrociamo le dita che un nucleo siberiano riesca a colpire anche il bel paese…

Simon

Chi ha riscaldato il clima nel sud america nel medioevo? Gli Indios?

Studi sul riscaldamento del clima in Sud America nel caldo periodo medievale. Clicca qui per vedere l'elenco di 1.200 studi sul fenomeno

Un nuovo studio guidato dal Dr. Sebastian Lüning, dall’Istituto di idrografia, geoecologia e scienze del clima della Svizzera, e dal prof. Fritz Vahrenholt il Dipartimento di Chimica presso l’Università di Amburgo, in Germania, è tornato a concentrarsi sul “riscaldamento globale” che si é verificao in Sud America durante il Medioevo.

Ovviamente questo non può essere attribuito agli indios, unici abitanti del continente in quel momento, né alle loro tecniche di sopravvivenza primitive. Queste tecniche ci vengono ora presentate come l’ancora di salvezza del pianeta minacciato dalla civiltà industriale.

Il rapporto pubblicato sul web il 31 ottobre  2018 al Quaternary International conferma solo ciò che è stato riaffermato da scienziati seri – non allarmisti: il clima planetario subisce periodi ciclici di riscaldamento e raffreddamento.

Una traduzione dell´originale tedesco è stata facilitata da NoTricksZone .

Il Medioevo ha vissuto uno di questi periodi di riscaldamento globale. Ed è stato un riscaldamento globale, non solo nel nostro continente Europeo.

Gli studi sul periodo caldo caldo stanno assumendo un volume travolgente. Nell’impossibilità di riprodurli tutti, anche sotto forma di semplice elenco, consigliamo al lettore di fare clic sul collegamento per una panoramica di 1.200 di questi lavori recenti.

Gli attuali – e famigerati – “modelli” climatici non possono simulare in modo soddisfacente il riscaldamento medievale. Forse influenzato dai pregiudizi ideologici dei suoi autori accecati dal riscaldamento globale. E stanno cercando in tutti i modi di sminuire il riscaldamento che il pianeta ha subito nel medio evo. Quello che non possono spiegare tentano cancellarlo.

Nel lavoro pubblicato su Quaternary International , il team di scienziati riunisce un gran numero di studi che coprono l’intero continente sudamericano, studiando resti di pollini, sedimenti lacustri nelle Ande, sedimenti marini, ecc.

Questi studi hanno ricostruito le oscillazioni nella diminuzione e l’espansione dei ghiacciai andini e le variazioni registrate negli anelli dei tronchi.

Il Dr. Lüning e il team hanno scoperto che la stragrande maggioranza dei 76 articoli scientifici consultati e dedicati specificamente al caso puntano a un riscaldamento del clima sudamericano nel“Periodo caldo medievale”.

Sono state riscontrate eccezioni sulle spiagge del mare in Perù, nel nord del Cile e a Cabo Frio (Brasile) e sono attribuite ai cambiamenti delle correnti aeree e delle correnti marine.

Il Dr. Sebastian Lüning lavora per l'Istituto di idrografia, geoecologia e scienze del clima della Svizzera
Il Dr. Sebastian Lüning lavora per l’Istituto di idrografia, geoecologia e scienze del clima della Svizzera

Secondo l” astratto ” o menù di lavoro, chiamato “Climate Anomaly Medievale” íl riscaldamento ha raggiunto il suo picco tra gli anni 1000-1200 d. C. in sincronia con quello dell’emisfero settentrionale. Può essere studiato in una gamma di 1.500 anni.

La grande maggioranza delle terre sudamericane presenta questo riscaldamento: l’aumento della vegetazione nelle zone andine, la contrazione dei ghiacciai, l’aumento della produttività biologica in laghi di grandi altezze, la durata della stagione fredda, la riduzione dei laghi nelle Ande, eccetera

L’intensità del riscaldamento in Sud America e nell’emisfero settentrionale è paragonabile, oltre a essere sincrona, e attribuibile a cicli oceanici nel Pacifico e nell’Atlantico di molti secoli di durata, probabilmente legati all’attività solare.

Fu una trasformazione gigantesca che non aveva nulla a che fare con le cause umane, come ora  intendono farci credere nella propaganda ideologicamente distorta.

La mappatura del clima medievale sudamericano è stata accompagnata dai risultati di analoghe iniziative scientifiche in Antartide e nell’Africa meridionale.

Panoramica degli studi sul periodo caldo caldo.
L’esistenza di questo periodo dimostra che l’uomo e la sua civiltà
sono irrilevanti nei grandi cambiamenti climatici.
Clicca qui per vedere l’elenco di 1.200 studi sul fenomeno

Le tendenze climatiche registrate erano simili, in aggiunta alle somiglianze di cui sopra con quelle osservate nella metà boreale del pianeta.

Hanno partecipato allo studio anche Mariusz Gałka del Dipartimento di Biogeografia e Paleoecologia della Facoltà di Scienze Geografiche e Geologiche Adam Mickiewicz dalla Polonia; Florencia Paula Bamonte del Laboratorio di Paleologia e Paleologia dell’Università Nazionale di Mar del Plata, Argentina; e Felipe García Rodríguez, del Centro Universitario Regionale Este, Uruguay.

SAND-RIO

UN NUOVO GRAND MINIMUM TERMICO





Il livello di irradiamento ultravioletto solare trasforma e ha effetti su tutto ciò che modella la vita sulla Terra, dai processi di fotosintesi all’aumento delle temperature su scala internazionale e sopratutto sulla vita di ogni tipo di organismo passato e futuro che vive sulla superficie terrestre.
Sfortunatamente i livelli di irradiamento solare non sono una costante nella vita sulla Terra e come le onde di una marea che invade la spiaggia e successivamente si ritira tali livelli regrediscono in cicli minimi e maggiori, i più noti sono i cicli undecennali che si alternano tra un minimo solare il picco di massima attività succeduto da un’altro minimo in un ciclo infinito che a sua volta comprende un ciclo ancora maggiore che periodicamente dopo più di un secolo porta l’attività solare ad un picco di maggiore attività delle macchie solari e dell’irradiamento ultravioletto in una ravvicinata sequenza di cicli undecennali, succeduto successivamente da un profondo periodo di quiete in cui l’intensità dei cicli undecennali regredisce così come i livelli di irradiamento solare.
Tali livelli durano molto più a lungo dei periodi intensi e accompagnano spesso scale secolari di bassa attività molto profonde in cui i cicli undecennali sono più brevi di durata e nonostante alternino periodi di lieve maggiore intensità succedono a fasi in cui l’attività solare è sufficientemente profonda da consolidare i fiumi europei e nord americani in un solido strato di ghiaccio, compatto a sufficienza da potercisi celebrare delle fiere come la famosa Fiera del Ghiaccio sul fiume Tamigi, in Inghilterra, nei remoti secoli che anticiparono il XIX e succedettero il XIV secolo.

Nelle immagini soprastanti che raffigurano le Fiere del Ghiaccio in diverse epoche del periodo che abbiamo descritto possiamo osservare un fattore molto frequente: i cieli molto cupi.
Affinché il flusso del fiume Tamigi si consolidasse in modo così compatto bisogna osservare che i comuni inverni che abbiamo assistito nei decenni scorsi non sono sufficienti a livello termico per portare le temperature regionali inglesi a livelli simili, di conseguenza si può giungere alla conclusione che l’abbassamento termico in Europa, e probabilmente su scala mondiale, deve essere stato molto acuto e determinato da fattori che alla fine del XIX secolo, XX secolo e inizi del XXI secolo hanno cessato di esistere.
Questi fattori non sono difficili da individuare se si facesse un confronto sincronizzato cronologico fra tutti i processi storici fino alla storia contemporanea e cambiamenti ambientali e climatici che si sono susseguiti in tutta tale lunghezza.
Un simile sincronismo risolverebbe tutti i processi migratori, le crisi politiche, le guerre, le forme di governo sottoforma di autocrazie, un materiale di studio di cui molto probabilmente pochi al giorno d’oggi avrebbero la pazienza di analizzare e farne una tesi. Decisamente una delle carenze del livello culturale moderno nel studiare e argomentare le questioni come fossero sconnesse.
La questione di ciò che modella il pensiero generale sociale storico e moderno tuttavia va oltre il livello di quanto le temperature si siano abbassate e sollevate nell’infinito livello storico.
E’risaputo che la radiazione ultravioletta emessa dal sole determina la vita sia a livello biologico sia a livello comportamentale degli organismi che vanno da quelli unicellulari a quelli più complessi fino agli esseri umani e le piante, la vera posta in gioco da porsi è cosa succede quando tali livelli di radiazione UV mutano in risposta di un regresso dell’attività solare.
La risposta è che quando tali decrementi solari arrivano la vegetazione come determinate specie di alberi inizia a risentirne e nell’arco di diversi anni determinati tipi di specie di alberi diventano più vulnerabili e iniziano a morire e lasciare il posto ad una tipologia di piante più adatta; anche le persone ne risentono proprio in modo simile con cui l’arrivo di un temporale provoca mutamenti nello stadio di umore.
La società cambia quindi in base a quanto scendono i livelli di radiazione ultravioletta, in modo impercettibile all’occhio umano, ma a livello sensibile al ritmo del livello biologico.
Questo è molto probabilmente ciò che determina i livelli di pensiero sociali singoli e generali del passato.
E’un processo storico che si ripete costantemente, quando l’irradiamento solare è ai massimi si assiste al picco di prosperità di tutte le forme di governo passate determinato da temperature più alte, maggiori livelli di prosperità legati sia ad una maggiore produzione agricola ed alimentare e anche maggiori livelli di libertà.
Lo stadio successivo di tale picco è un progressivo decremento dei livelli di radiazione ultravioletta nell’arco di pochi cicli undecennali, un cambiamento del comportamento umano maggiormente improntato verso la difesa in contemporanea con un decremento dei livelli di vegetazione e della produzione agricola legato a sua volta non solo a minori livelli di radiazione UV ma ad un sistema meteorologico più aggressivo come prolungate siccità, tempeste e allagamenti e clima più cupo legato a inverni più freddi e lunghi oppure estati eccessivamente piovose.
L’instabilità meteorologica irregolare anticipa l’arrivo del raffreddamento termico di diversi anni.
Spesso durante tali mutamenti descritti il decremento demografico spinge le forme di governo di paesi economicamente più stabili ad abbassare i livelli di guardia permettendo l’arrivo di fenomeni migratori con lo scopo di colmare il vuoto lasciato dove tuttavia quando i problemi si fanno più seri determinano una maggiore instabilità e divisione politica nel sistema di governo centrale, proprio come avvenne con la scissione dell’Impero Romano divisosi ad est nell’Impero Bizantino, o Impero Romano d’oriente in corrispondenza con un drammatico raffreddamento del continente europeo tra tumulti sociali ad occidente, spesso causati dal peso di prezzi e tasse troppo alti, a loro volta determinati da una maggiore carenza e minore produzione agricola.
In quel periodo proprio come nel XIV secolo si verificò un profondo rallentamento dell’attività solare, un drammatico raffreddamento dell’Atlantico settentrionale e il cambiamento del clima fu accentuato improvvisamente da una ravvicinata sequenza di manifestazioni vulcaniche di eccezionale portata che schermarono la radiazione solare e in uno stufato di diversi ingredienti diedero inizio al gelido periodo storico chiamato Dark Ages.
Come osservato in precedenza tra il XIV secolo e il XIX secolo un profondo abisso nell’attività solare, nel decremento della radiazione ultravioletta fu determinò un tale abbassamento termico nel Vecchio Continente del periodo che i fiumi europei diventarono compatti di solido ghiaccio durante il periodo invernale, la produzione agricola diminuì drasticamente e fu un periodo in cui guerre, ribellioni, aumento dei prezzi del grano diventarono un fenomeno assai più frequente che durante il XX e il XXI secolo.
Le figure mostrano il prezzo del grano e della segale, rispettivamente, in vari paesi europei durante quel periodo.

Prezzi del grano espressi in fiorini olandesi per 100 kg. in vari paesi rispetto al tempo. (Fonte: Lamb, 1995)

Prezzo della segale in Germania rispetto al tempo espresso come indice. (Fonte: Lamb, 1995)

Ognuno dei picchi dei prezzi corrisponde a un raccolto particolarmente povero, soprattutto a causa di climi sfavorevoli con il picco più notevole dell’anno 1816 – “l’anno senza estate”.
Una delle peggiori carestie del diciassettesimo secolo avvenne in Francia a causa del fallimento del raccolto del 1693.
Milioni di persone in Francia e nei paesi circostanti furono uccise.
L’effetto sulle fattorie svizzere è stato grave.
A causa del clima più freddo, la neve copriva il terreno fino alla primavera.
Un parassita, noto come Fusarium nivale, che prospera sotto il manto nevoso, ha devastato i raccolti.
Inoltre, a causa dell’aumento del numero di giorni di innevamento, le scorte di fieno per gli animali sono finite e il bestiame veniva alimentato con paglia e rami di pino. Molte mucche dovevano essere macellate.
In Norvegia, molte fattorie situate a latitudini più elevate sono state abbandonate per migliorare la terra nelle valli. Nel 1387, la produzione e le entrate fiscali erano comprese tra il 12 e il 70 per cento di ciò che avevano intorno al 1300.
Negli anni ’60 del secolo scorso fu riconosciuto che questo cambiamento era permanente.
Ancora nel 1665, si dice che il totale raccolto di grano norvegese fosse solo del 67 – 70% di quello che era stato nell’anno 1300 (Lamb, 1995).
La stessa durata della vita della persona media rispetto a quella attuale divenne più breve, nello stesso periodo sorsero fortificazioni in tutto il territorio europeo e l’architettura militare si diffuse in un contesto sociale maggiormente improntato alla difesa, non solo condizionato dai livelli ambientali di allora ma anche dai minori livelli di radiazione ultravioletta.
Nei quadri che si osservano spesso nel periodo come quello soprastante si osserva inoltre che il cielo di quel periodo era spesso coperto e cupo, ciò potrebbe non solo essere stato causato non solo dal clima più cupo e freddo ma sopratutto dall’elevata concentrazione di parossismi vulcanici che si succedettero durante questo periodo di clima rigido, i quali proprio come alla fine dell’Impero Romano divennero molto più frequenti.
Durante il decremento solare del Minimo di Wolf dal 1280 al 1350 “La seconda metà del 13 ° secolo ha avuto il maggior vulcanismo qualsiasi periodo degli ultimi 1.500 anni”, dice Alan Robock, uno scienziato atmosferico presso la Rutgers University.
Campioni di ghiaccio polari hanno rivelato una serie di eruzioni: un’esplosione specialmente grande da qualche parte nel mondo nel 1258, e nel 1268, 1275 e 1284.
Invece durante il Minimo di Spoerer dal 1450 al 1550, nel 1477, il Bárðarbunga eruttò con una combinazione catastrofica di una eruzione fessura regionale, con un’eruzione subglaciale esplosiva, un ‘imponente flusso piroclastico, esplosioni freatiche e colate di lava che hanno inflitto gravi danni in Islanda. Con un indice di esplosivo di 6, questa è stata una delle eruzioni vulcaniche più grandi del mondo.
Questo evento ha prodotto la più grande conosciuta colata lavica durante gli ultimi 10.000 anni sulla Terra (più di 21 chilometri cubi di volume).
Un altro grande evento avvenne anche al vulcano Aniakchak, in Alaska, intorno al 1500 dC, durante uno degli eventi più violenti della storia recente, si stima che 0,75-1,0 km3 di materiale sia andato distrutto in un complesso vulcanico preesistente in semi cono e abbia inondato la maggior parte del pavimento della caldera con flussi piroclastici, sovratensioni, e spessa fallout per molti metri.
Durante la fase finale di questa eruzione, un flusso di lava ha riempito il bacino formato durante il collasso.
La potente eruzione è stata classificata Vei 5.
Un’eruzione ancora più grande avvenne nel 1480, classificata Vei 6.
Nel 1452 un’altra grande eruzione Vei 6, avvenne in una caldera sottomarina a Vanuatu, chiamata Kuwae, anche questa è stata una delle più grandi eruzioni degli ultimi 10.000 anni.
Il collasso associato alla formazione della caldera potrebbe essere stato di più di 1.100 metri.
Intorno a 32-39 km cubi di magma sono stati eruttati, rendendo l’eruzione di Kuwaee uno dei più grandi eventi negli ultimi 10.000 anni.
Un’altro evento di grado Vei 5 avvenne al vulcano Sakurajima, in Giappone, nel 1471, con una grande eruzione a carattere pliniano.
E lo stesso fenomeno si ripetè più volte anche sul vulcano Saint Helens durante questo periodo.
Lo stesso vale per il famoso Minimo di Maunder, cominciato nel 1645 e terminato nel 1715.
Le ricerche di Caspar M. Ammann si tratta del ruolo nei cambiamenti climatici determinatisi durante il Minimo di Maunder, in conseguenza dell’aumento del vulcanismo esplosivo.
Nel suo studio egli ricombina i risultati ottenuti dai carotaggi nei ghiacci con i dati dell’irraggiamento solare dell’epoca e propone una nuova rilettura dei dati noti.
Secondo questo autore l’abbassamento della temperatura durante il Minimo di Maunder non sarebbe stato determinato solamente dalla ridotta attività solare e lo stesso sottolinea che la maggior parte degli autori avrebbero ignorato nei loro studi gli altri importanti fattori che possono aver drammatizzato la variazione climatica.
Tra questi fattori Amman pone la responsabilità dell’aumentato vulcanismo nel determinare, nel perdurante periodo di freddo, dei picchi di ulteriore raffreddamento climatico, in particolare nell’ultimo periodo del Minimo di Maunder.
Una grande eruzione è quella del Komaga-take, in Giappone, l’eruzione del 1640 fu probabilmente la più grande nella storia del Giappone e ha iniziato un periodo di attività più frequente esplosiva.
Quest’eruzione è stata classificata Vei5.
Un’eruzione peggiore avvenne l’anno successivo nelle Filippine, scatenata dal vulcano Parker, classificata Vei6, tale vulcano era sconosciuto alla maggior parte dei vulcanologi fino ad anni recenti, ma è ormai noto per essere stato la fonte di una grande eruzione esplosiva nel 1641.
Il vertice di Parker è troncato da una caldera di 2,9 km di larghezza con pareti scoscese che si ergono 200-500 m sopra a forma di cuore sul lago Maughan.
Questo vulcano era sconosciuto alla maggior parte dei vulcanologi fino a questi ultimi anni, ma è ormai noto per essere stato la fonte di un importante eruzione esplosiva nel 1641.
Un’altra eruzione di proporzioni colossali e di simile potenza avvenne a Long Island nel 1660, Papua Nuova Guinea, anche questa classificata Vei6.
Quest’ultima è stato una delle più grandi eruzioni storiche in Papua Nuova Guinea e ha depositato tefrite andesitica in tutta la Nuova Guinea Highlands, spingendo leggende locali di un “Tempo di Oscurita”.
Il successivo periodo del Minimo di Dalton è il più conosciuto per gli effetti che diversi parossismi vulcanici svolsero nella storia europea incidendo sulle cause della Rivoluzione Francese e sull’ascesa e caduta di Napoleone.
La fessura vulcanica di Laki nel sud dell’Islanda è esplosa in un periodo di otto mesi, dall’8 giugno 1783 al febbraio 1784, con colossali fontane di lava, enormi quantità di ceneri nell’atmosfera e gas velenosi che hanno devastato l’agricoltura dell’isola, uccidendo buona parte del bestiame. Si stima che forse un quarto della popolazione islandese sia morta per la conseguente carestia.
Quindi, come ora, c’erano impatti più ampi. In Norvegia, nei Paesi Bassi, nelle isole britanniche, in Francia , Germania, Italia, Spagna, nel Nord America e persino in Egitto, l’eruzione del Laki ha avuto le sue conseguenze, poiché la foschia di polvere e particelle di zolfo sollevate dal vulcano è stata trasportata in gran parte l’emisfero nord.

Le colture sono state colpite in quanto il ricadere dall’eruzione continua ha coinciso con un’estate insolitamente calda. Un pastore, il re Sir John Cullum, scrisse alla Royal Society che i raccolti di orzo “diventavano marroni e appassiti … come le foglie dell’avena, la segale aveva l’aspetto di essere ammuffita”.
Il naturalista britannico Gilbert White descrisse quell’estate nella sua classica Storia naturale di Selborne come :

“una straordinaria e portentosa … la foschia peculiare, o nebbia fumosa, che prevalse per molte settimane in quest’isola e in ogni parte d’ Europa , e anche oltre i suoi limiti erano un’apparizione straordinaria, a differenza di qualsiasi cosa conosciuta nella memoria dell’uomo.
“Il sole, a mezzogiorno, appariva vuoto come una luna offuscata e versava una luce ferruginosa color ruggine sul pavimento e sui pavimenti delle stanze, ma era particolarmente livido e color sangue al sorgere e tramontare. il calore era così intenso che la carne dei macellai non poteva essere mangiata il giorno dopo che era stata uccisa, e le mosche sciamavano così nei vicoli e nelle siepi da rendere i cavalli mezzi frenetici … la gente di campagna cominciò a guardare con un superstizioso timore, a il rosso, aspetto oscuramento del sole. “

Dall’altra parte dell’Atlantico, Benjamin Franklin ha scritto di “una nebbia costante su tutta l’Europa e su una grande parte del Nord America”.
Gli storici ambientali hanno anche indicato le perturbazioni causate alle economie del nord Europa, dove la povertà alimentare era un fattore importante per la costruzione della rivoluzione francese del 1789.
Il dott. John Murray ha dichiarato: “Le eruzioni vulcaniche possono avere effetti significativi sui modelli meteorologici, che a loro volta hanno conseguenze sociali ed economiche, ma non dobbiamo scartare il loro possibile impatto politico”.
L’eruzione del Laki del 1783 è stata solo l’inizio un’altra catastrofica eruzione vulcanica avvenne nello stesso periodo sul vulcano Asama, in Giappone, causando migliaia di morti e spingendo a sua volta cospicue quantità di polveri e solfati nell’atmosfera.
Seguita a sua volta da una sequenza di altre eruzioni vulcaniche, ciascuna aggiungendo ancora più polvere nell’atmosfera.
L’Etna era attivo nel 1780, 1792-93, 1802 e 1809 e ci fu una grande eruzione dal 27 Ottobre 1811 al maggio 1812 – un mese prima che la Grande Armata di Napoleone entrasse in Russia.
Il vulcano Urzelina nelle Azzorre entrò in eruzione nel 1808.
Quell’anno in Inghilterra, Luke Howard aveva notato un anomalo brillante crepuscolo.
L’anno seguente Constable dipinse un altro meraviglioso dipinto di polvere di ispirazione con il fiume Stour al tramonto quando l’Etna aveva eruttato.
Ci furono anche effetti di una grande eruzione da parte di un vulcano ‘sconosciuto’ nel 1811, e così come la grande eruzione in corso sull’Etna, vi era una maggiore attività vulcanica delle Azzorre e anche il Vesuvio eruttò quell’anno.
Nelle Indie Occidentali sull’isola di Saint Vincent, il Soufriere eruttò nel 1811 e aprile 1812 – di nuovo poco prima dell’invasione della Russia.
Così non dovrebbe essere una sorpresa che nella stessa Russia, la primavera sia arrivata tardi, nel 1812, e quindi i raccolti erano acerbi, quando arrivarono i francesi, l’estate era incredibilmente calda e polverosa, rotta da torrenziale acquazzoni artici come descritto da Coignet, l’autunno era insolitamente mite e l’inverno è stato uno dei peggiori mai registrati.
Un’altra grande eruzione avvenne sul vulcano Awu, in Indonesia, sempre nel 1812, uccidendo anche 953 persone, e a sua volta libera nell’atmosfera, ceneri, polveri e una gran quantità di gas (anche qui per un totale 550.000 Km3).
Anche in questo caso, sia i gas che le polveri sottili rimangono in sospensione nell’atmosfera e vengono anch’esse sparpagliate ai quattro angoli del globo, sommandosi a quelle del Soufriere e degli altri vulcani precedenti.
Nel 1813 ancora una volta il Vesuvio ebbe un brusco risveglio con una potente eruzione.
Una parte del cono vulcanico addirittura crollò, una certa quantità di ceneri vennero scagliate fino a Napoli ed Ischia, e almeno 75.000 Km3 di emissioni vennero liberate in aria.
L’anno successivo, il 1814 un altro vulcano addormentato, il Mayon nelle Filippine, improvvisamente si risvegliò con tutta la sua potenza distruttiva.
Fra lampi e bagliori infuocati un’enorme colonna di polveri e gas velenosi si innalzò verso l’alto, per poi ricadere alle pendici del cono bruciando e avvelenando ogni cosa al suo passaggio.
Almeno 1200 persone morirono a causa dell’eruzione, mentre la quantità di emissioni liberate nell’atmosfera fu all’incirca uguale a quelle sprigionatisi dal Soufriere e dall’Awu, cioè 500.000 Km3.
L’anno seguente, il 1815, invece avvenne la più grande di tutte le eruzioni, quando il vulcano Tambora eruttò con una violenza tale da demolire quasi completamente il suo edificio vulcanico, che disintegrò ben 1400 metri della sua struttura montuosa, liberando in aria nell’arco di cinque giorni – dal 7 al 12 aprile – non solo una quantità di gas pari a 200 milioni di tonnellate, ma soprattutto una enorme quantità di polveri e ceneri: tra i 100 ed i 300 chilometri cubici, secondo differenti calcoli.
Nel corso della campagna di Russia, Napoleone non solo dovette fronteggiare le tattiche militari dello Zar, ma piuttosto anche l’arrivo molto precoce dell’inverno con ben due mesi di anticipo.
A metà ottobre con la caduta della prima neve (il 14) giunse praticamente l’inverno con due mesi di anticipo, mentre il 5 ed il 6 di novembre – cioè esattamente tre mesi dopo l’eruzione dell’Awu – la temperatura scese a 20-22 gradi sotto zero, per poi raggiungere anche i -31 alla fine dello stesso mese.
E questi forti cali nelle temperature non furono un’esclusiva del territorio russo, ma coinvolsero anche le altre regioni europee.
A partire proprio dal 1812 per continuare poi anche negli anni successivi, in Francia e altrove, sia le primavere che le estati furono fredde, i frutti della terra ebbero difficoltà a maturare, e le vendemmie vennero effettuate in ritardo.
La campagna si concluse effettivamente dopo quasi sei mesi, il 14 dicembre 1812, con le ultime truppe francesi che lasciavano il suolo russo.
La campagna fu un punto di svolta nelle guerre napoleoniche .
Fu la più grande e sanguinosa delle campagne napoleoniche, coinvolgendo oltre 1,5 milioni di soldati, con oltre 500.000 morti francesi e 400.000 russi.
Le emissioni del Soufriere e dell’Awu rimasero in circolo nell’atmosfera terrestre anche nel successivo anno 1813 influenzando, con condizioni meteorologiche di abbondante pioggia, anche la campagna di Napoleone successivamente fuggito dall’esilio, in Germania, rallentando gli spostamenti delle sue truppe e intralciando il traino dei cannoni che si impantanavano nel fango.
Il colpo di grazie arrivò successivamente nel 1815 dopo la gigantesca eruzione di Tambora che sommandosi alle polveri dei vulcani precedenti ancora in circolo nell’atmosfera, influì su un evento storico di portata epocale come la battaglia di Waterloo del 18 giugno 1815.
A seguito dell’offuscamento del sole, durato mesi, in ragione della nube prodotta dalla polvere vulcanica, le piogge rendevano il terreno umido e cedevole anche in giugno, sconvolgendo i piani tattici di Napoleone Bonaparte. L’artiglieria di Napoleone non poté iniziare il cannoneggiamento prima di mezzogiorno ed inoltre fu quasi impossibile il tiro di rimbalzo, di solito micidiale, mentre gli inglesi disposero i fucilieri in lunghe file sparando a raffiche.
Seguì la scelta della carica di cavalleria con le sciabole, dato che i cannoni non operavano, ciò costò troppe perdite e sfiancò i cavalli.
E’ piuttosto lampante che le crisi solari e i processi storici avvengono di pari passo in ogni contesto storico anche se spesso sincronizzare gli eventi mondiali con quelli che avvengono in altre regioni del mondo potrebbe apparire difficile, specialmente quando si tratta di sommare un periodo storico già di per se freddo con gli effetti di manifestazioni vulcaniche i cui effetti meteorologici pongono fine a processi storici come la caduta dell’Impero Romano, oppure in questo caso l’ascesa e la caduta dell’impero francese.
Nel contesto storico decresciute dell’attività solare si sono manifestate diverse volte nella storia.
Duemila e ottocento anni fa un’altra crisi solare soprannominata Minimo Omerico portò a sua volta un’altro raffreddamento del Vecchio Continente.
Un brusco raffreddamento in Europa, insieme a un aumento dell’umidità e in particolare alla ventosità, ha coinciso con una prolungata riduzione dell’attività solare 2800 anni fa.
Scienziati del Centro di ricerca tedesco per le geoscienze GFZ in collaborazione con colleghi svedesi e olandesi hanno fornito le prove per un collegamento diretto solare-climatico su scale temporali centenarie. Utilizzando l’approccio metodologico più moderno, hanno analizzato i sedimenti del Lago Meerfelder Maar, un lago maar nell’Eifel / Germania, per determinare variazioni annuali dei proxy climatici e dell’attività solare.
I risultati mostrano che per un periodo di 200 anni un forte aumento dei venti primaverili durante un periodo di clima fresco e umido in Europa.
In combinazione con studi modello suggeriscono un meccanismo in grado di spiegare la relazione tra un sole debole e il cambiamento climatico.
“Il cambiamento e il rafforzamento dei sistemi eolici troposferici probabilmente è legato ai processi stratosferici che a loro volta sono influenzati dalla radiazione ultravioletta”, spiega Achim Brauer (GFZ), l’iniziatore dello studio. “Questa complessa catena di processi agisce quindi come un meccanismo di feedback positivo che potrebbe spiegare perché presumibilmente variazioni troppo piccole nell’attività solare hanno causato cambiamenti climatici regionali”.
Ciò corrisponde con la storicamente nota Età Oscura greca.
Secondo il Times , intorno al 1.200 aC “Una secolare siccità nelle regioni dell’Egeo e del Mediterraneo orientale ha contribuito – se non causato – a carestie diffuse, disordini e alla fine alla distruzione di molte città un tempo prospere”.
Il raffreddamento globale non ha risparmiato le civiltà del Mediterraneo orientale. Un recente studio pubblicato nel Journal of Archaeological Science ha riportato un raffreddamento delle temperature della superficie del mare nel Mar Mediterraneo intorno al 1.200 aC .
Il raffreddamento non solo accorcia le stagioni di crescita, ma ha anche provocato il calo delle precipitazioni.

Il Times ha sottolineato l’impatto devastante di questo sistema di raffreddamento globale: “L’era che seguì è conosciuta come la prima Età del Buio, durante la quale l’economia e le culture fiorenti del secondo millennio aC improvvisamente cessarono di esistere. Ci sono voluti decenni, e persino centinaia di anni in alcune aree, per le persone in queste regioni da ricostruire “.
All’incirca in questo periodo si sono verificate rivolte su larga scala in diverse parti del Mediterraneo orientale e i tentativi di rovesciare i regni esistenti sono stati causati dall’instabilità economica e politica da parte delle popolazioni circostanti, che erano già afflitte da carestie e disagi.
Parte del regno ittita fu invasa e conquistata dalle cosiddette popolazioni del mare, le cui origini, forse provenienti da diverse parti del Mediterraneo come il Mar Nero, le regioni dell’Egeo e dell’Anatolia, rimangono oscure
Il Professor Claude Schaeffer (1898-1982) del College de France era un archeologo rivoluzionario francese che è giunto alla conclusione centrale che
Nel corso degli ultimi due decenni, i ricercatori hanno trovato prove dell’improvviso cambiamento climatico e il collasso della civiltà così come i cambiamenti improvvisi del livello del mare, inondazioni catastrofiche, una diffusa attività sismica e i cambiamenti improvvisi nelle caratteristiche glaciali a circa il 2200 ± 200 aC.
I dati climatologici insieme ai cambiamenti improvvisi lacustri, fluviali e depositi eolici sono chiaramente rilevabili nel confine Atlantico Sub boreale nei documenti archeologici, geologici e dendrocronologici provenienti da tutto il mondo.
La maggior parte dei siti in Grecia (260), Anatolia (350), il Levante (200), Mesopotamia (30), il subcontinente indiano (230), Cina (20), Persia / Afghanistan (50), Iberia (70) sono improvvisamente crollate nel 2200 ± 200 aC,e mostrano i segni inequivocabili di calamità naturali e / o rapido abbandono.
Non fu solo il mutamento ambientale a decimare le civiltà di allora ma piuttosto anche le tensioni sociali, guerre, ribellioni, migrazioni e invasioni.
Questo fenomeno ci fa riflettere anche al ruolo che il decremento della radiazione ultravioletta ha biologicamente sulla percezione comportamento umano rendendolo più improntato per la sopravvivenza.
Tra il XIV e il XIX secolo d.C, come spiegato in precedenza si assistette ad un progressivo aumento dell’infrastruttura militare, come testimonia la percentuale di fortezze che si diffuse in quel freddo periodo progettate in primo luogo anche come strutture di difesa da incursioni straniere ma anche da parte di tumulti popolari come testimonia l’estrema povertà e miseria che dilagarono in quel periodo.
Tra il XX e inizio XXI secolo possiamo osservare come rispetto al recente passato la nostra società dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ha vissuto un relativo periodo di pace, specialmente legato al fatto che dopo il XIX secolo il clima mondiale la lentamente iniziando a riscaldarsi comportando l’aumento demografico, la progressiva fine dei sistemi di governo improntati su sistemi imperiali come l’Impero Ottomano, l’Impero Britannico ecc dove il ruolo sociale nelle forme di governo è diventato più centrale come nel periodo medievale, ma se osserviamo il passato che fa oltre i grafici delle prime due guerre mondiali possiamo osservare come durante il periodo freddo descritto che comprende i secoli antecedenti era assai molto più costellato di guerre e rivolte.

Oltre ai singoli conflitti, viene mostrato il tasso di mortalità di tutti i conflitti in tutto il mondo.
Il seguente diagramma di Gantt mostra gli anni in cui i paesi europei (oi loro stati predecessori) hanno preso parte a guerre internazionali. Sotto la visualizzazione paese per paese vediamo la somma (per mezzo secolo) di tutti gli anni in cui i paesi europei hanno combattuto le guerre.

Percentuale di anni in cui le “Grandi Potenze” si sono combattute a vicenda, 1500-2015.

Il successivo declino nel corso del XX secolo e inizi del XXI avvenne in corrispondenza di un aumento dell’irradiamento solare come si può osservare nel grafico sottostante.

Tutto ciò determinò un miglioramento del tenore di vita della popolazione e sopratutto molte malattie scomparvero, non solo grazie all’introduzione della medicina ma sopratutto perché maggiori livelli di radiazione ultravioletta e il riscaldamento climatico hanno reso meno probabili e meno gravi le grandi epidemie.
Le analisi statistiche mostrano che dall’inizio del 1800 l’aspettativa di vita alla nascita ha visto un tasso di crescita lineare.
In questo periodo, sono stati i progressi umani nei servizi igienico-sanitari, l’aumento dell’offerta di cibo, il migliore accesso all’acqua e la medicina preventiva di base che ha aiutato a guidare questi costanti aumenti nel mondo sviluppato.
Nel freddi secoli passati tuttavia la società era radicalmente differente, anche nel modo di pensare, non solo si diffusero sistemi autoritari, guerre e tumulti ma il livello intellettuale si abbassò a livelli tali che si diffuse la famosa accusa di pratica della stregoneria alimentata dalla chiesa cattolica del periodo in cui spesso l’accusato veniva torturato a morte fino a estorcergli una confessione dove successivamente veniva “purificato” mediante il rogo.
Il più delle volte era sufficiente una semplice accusa per portare un’innocente alla tortura o direttamente sul rogo.
Diversi esempi delle pratiche usate in quel periodo.

Sembra che per gli standard della popolazione europea del periodo, decimata dall’epidemia di ebola o pesta nera agli inizi del 1300 simili pratiche si siano diffuse a tal punto in tutta Europa le stime “ufficiali” calcolano che furono assassinate 40.000 persone in quella che viene soprannominata “Caccia alle Streghe.”

Tale fenomeno sembra che divenne diffuso proprio con il raffreddamento del Vecchio Continente, infatti la più grande percentuale di “epurazioni” venne praticata a nord del territorio euroopeo.

E’ piuttosto probabile che non furono solo le condizioni miserabili del periodo ad aver condizionato simili livelli nel comportamento umano ma anche i livelli minori di radiazione ultravioletta che influenzarono il livello comportamentale della società di allora, simili pratiche vennero applicate anche nella società cinese del periodo.

Nel periodo moderno dopo i livelli massimi di irradiamento solare tra la fine del XX e inizio XXI secolo i livelli di irradiamento solare e la produzione di radiazione ultravioletta stanno ora nuovamente mostrando forti segnali di decrescita dove l’intensità degli ultimi tre cicli undecennali è stata sempre più bassa raggiungendo nuovi minimi storici che non si osservavano da oltre un secolo, vale a dire dalla fine del periodo freddo tra il XIV e XIX secolo e segnali di un nuovo freddo cambiamento climatico si stanno concretizzando in una situazione sociale che sta già a sua volta diventando simile a quella del passato, più improntata alla difesa che alla condivisione.
Anche lo stesso processo di globalizzazione sta mutando e diventando sempre più improntato ad una revisione dei trattati commerciali e delle riforme economiche più inclinate verso politiche protezionistiche e nazionaliste-conservatrici, divise tra una guerra commerciale e una politica molto simile a quella della Guerra Fredda.
Diversi paesi stanno nuovamente approntando nuovamente riforme per l’ammodernamento e rafforzamento delle forze armate e allo stesso modo dall’America Latina, al Messico, agli Stati Uniti fino all’Europa le vecchie classi di politica liberista stanno lasciando il posto ad una nuova generazione di governi spinti dal consenso popolare volti a rivedere e possibilmente rimuovere processi politici ed economici che hanno dominato negativamente gli ultimi decenni, perlopiù da parte della classe operaia.
Questo potrebbe essere tradotto come un nuovo mutamento del comportamento sociale e della percezione che esso stesso ha nella sicurezza stessa.
In effetti le politiche in Europa e negli Stati Uniti nel contrasto ai processi migratori e lo stesso rafforzamento delle forze armate in tutto il mondo può essere visto come un fatto che i livelli di minaccia sono saliti, necessitando maggiori livelli di protezione e quindi di difesa.
Molto probabilmente anche i picchi di criminalità sono legati a tale processo, e in effetti osservando alcuni dati scopriamo come nel corso degli ultimi anni vi è stato un effettivo incremento dei crimini violenti per esempio nel Regno Unito.

Invece se osserviamo i tassi di omicidio tra il XIV e inizi XX secolo scopriremmo che il tasso era enormemente più elevato per poi abbassarsi fino agli inizi del XXI secolo nello stesso modo con cui il grafico del totale irradiamento solare (TSI) è andato aumentando per poi iniziare nuovamente a scendere nel corso degli ultimi cicli undecennali.
Eisner (2003) descrive la tendenza secolare dei tassi di omicidio in Europa e ha raccolto i dati per questo documento di ricerca. Dal suo database Eisner ha costruito dati per diverse regioni europee e lo ha presentato in una tabella. Utilizzando le stime dell’Istituto di metriche e valutazioni della salute (IHME), abbiamo esteso questo set di dati fino al 2016. I tassi di omicidio europei sono diminuiti drasticamente nel corso dell’ultimo millennio e sono rimasti costantemente bassi negli ultimi 50 anni. L’Italia ha storicamente avuto tassi di omicidio più elevati rispetto ad altri paesi europei, ma oggi tali tassi hanno raggiunto i livelli del Nord Europa.

L’attuale aumento del tasso di criminalità violenta nel Regno Unito ( es. accoltellamenti) potrebbe essere parte di una nuova tendenza all’aumento come mostra il grafico nel corso degli anni.
Tale situazione non sembra essere legato alla situazione economica dal momento che l’Inghilterra ha un economia estremamente solida, e proprio dal punto di vista economico possiamo notare come l’Europa sta sviluppando un sistema commerciale molto simile a quello che si manifestò agli inizi del XIV secolo quando la crisi solare iniziata nel periodo portò un forte abbassamento termico.

Tale sistema commerciale basato su sistemi ferroviari ad alta velocità che attraverseranno diverse tappe del continente eurosiatico e rotte marittime che sarà completato entro il 2020 e sviluppato ad a oltranza è pressoché identico a quello che venne sviluppato nel XIV secolo, un periodo che gli storici definiscono “Globalizzazione Arcaica”.

Durante la seconda parte l’inizio del XIII fu sviluppato un sistema commerciale internazionale tra Stati che andavano dall’Europa nordoccidentale alla Cina.
Durante il 1500 emersero altri imperi asiatici, che includevano il commercio su distanze più lunghe rispetto a prima.
Durante i primi scambi tra Stati, l’Europa aveva ben poco da offrire ad eccezione degli schiavi, dei metalli, del legno e delle pellicce.
La spinta alla vendita di articoli nell’est ha guidato la produzione europea e ha contribuito a integrarli nello scambio.
L’espansione europea e la crescita delle opportunità di scambi rese possibili dalle Crociate accrebbero il rinascimento dell’agricoltura, delle miniere e della produzione.
L’urbanizzazione rapida in tutta Europa permise un collegamento dal Mare del Nord a Venezia.
I progressi nell’industrializzazione, accompagnati dalla crescita della popolazione e dalle crescenti richieste del commercio orientale, hanno portato alla crescita di una vera emporia commerciale con sbocchi sul mare.
Tale processo che un tempo richiedeva secoli oggi si sviluppa nell’arco di pochi anni grazie alle moderne tecnologie e all’industria pesante.
In un periodo in cui (come descritto su “IL MOSAICO DEL PANE“) il sistema alimentare mondiale è fortemente compromesso a causa della siccità, degli eventi meteorologici estremi causati dal mutamento ambientale il decremento ultravioletto solare si sta nuovamente manifestando in un contesto sociale, economico e geopolitico dove i modelli del passato prima della globalizzazione si stanno nuovamente riconsolidando evolvendo in nuove forme di economia conservatrice e sovranista.
Allo stesso modo eventi vulcanici e sismici come quelli avvenuti negli ultimi anni in Indonesia, Papua Nuova Guinea, Hawaii, America Latina e Guatemala stanno nuovamente aumentando e già si osservano i primi effetti meteorologici estremamente precoci di tale raffreddamento termico.

In Canada le nevicate molto anticipate già alla fine di settembre hanno messo fine alla vendemmia nei vigneti e impedito la normale routine stagionale del raccolto di fine estate.
Il contadino Warren Sekulic ha sperimentato quasi l’intero spettro del dolore quando la neve ha ricoperto i suoi raccolti passando da negazione, rabbia, contrattazione, all’accettazione.
“Sono un po ‘incredulo, un po’ arrabbiato”, ha detto, aggiungendo: “Molto arrabbiato, forse, sono un po ‘più giovane, quindi forse sono un po’ più testa calda di mio padre”.
I primi segni dell’inverno stanno mantenendo alcune coltivazioni inutilizzate nel Canada occidentale.
Parti dell’Alberta hanno ricevuto diversi giorni consecutivi di neve, mettendo in attesa la raccolta dei cereali.
Gli agricoltori dell’Alberta hanno raccolto il 31,3% del loro raccolto di grano primaverile dal 18 settembre, secondo un rapporto di Alberta Agriculture .
Quel numero è ben al di sotto della media quinquennale del 55,9 per cento.
Per il periodo di ottobre, Calgary ha ricevuto un importo di neve che non si vedeva dal 1961.

In Svezia invece dopo cinque giorni consecutivi di temperature diurne congelate (in media -2,2 ° C), il primo giorno di inverno ufficiale è registrato come il primo dei cinque, quindi nel caso di Stekenjokk, sarà il 23 settembre, uno dei primi al mondo di sempre all’inverno meteorologico.

Sulle catene montuose dell’India invece una “grossa fetta di meli, broccoli, cavolfiori, lattuga iceberg e patate sono morte nella neve”, ha detto Suresh Vidyarthi, un contadino di Udaipur nella bassa valle di Pattan, la prima area in cui iniziare la coltivazione delle mele a Lahaul negli anni ’90.
“Abbiamo dovuto affrontare periodi anomali di neve durante l’anno”, ha dichiarato Amar Singh, un altro agricoltore.
Secondo la stima preliminare, oltre il 95 per cento dei meli e delle colture sono morti nella recente nevicata, ha detto Ashwani Chaudhary, DC, Lahaul-Spiti.
Ci sono molti che fanno ipotesi sul tipo di crisi solare in arrivo, alcuni fanno riferimento ad un Minimo di Maunder altri un Minimo di Dalton, tuttavia l’errore sta proprio nel fatto che ogni tipologia di crisi solari del passato storico dal Minimo Omerico fino al Minimo di Maunder sono stati tutti diversi l’uno dell’altro di conseguenza tali possibili ricerche e paragoni cadono nel vuoto.
Possiamo decisamente considerarci già all’interno di un nuovo processo di raffreddamento termico senza elaborare le date sui titoli di giornali, il processo inizia in modo graduale e poi progressivamente accelera come già accade.
Le stime della temperatura media globale sono inaffidabili in quanto il territorio terrestre montuoso, oceanico, alte latitidini ed equatore hanno tendenze termiche troppo estese, marcate e variabili per poter fare una stima realistica, gli impatti regionali sono più importanti.
Dal punto di vista economico invece visto il progressivo declino agricolo su scala mondiale, si può facilmente dedurre che la prossima recessione non sarà nell’industria ma piuttosto un forte aumento dei prezzi alimentari.
Probabilmente l’economia dei prossimi decenni sarà maggiormente spinta dall’industria pesante ma in un contesto sociale più povero e prezzi alimentari in aumento.
Ricorda molto l’URSS del periodo stalinista, molto probabilmente quel modello socialista fu basato proprio a causa di un contesto simile.
Resta da chiedersi se entro il prossimo decennio ci saranno di nuovo bancarelle invernali o eventi di Street Food sulla superficie congelata del fiume Tamigi, la famosa Fiera del Gelo, oppure se si celebreranno sagre sulla superficie ghiacciata della Laguna Veneta.

Fonti:
http://www2.sunysuffolk.edu/mandias/lia/little_ice_age.html
http://web.mclink.it/MJ0660/guest/Climatologia.html
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https://en.wikipedia.org/wiki/Mount_Asama#Tenmei_eruption_(1783)
https://en.wikipedia.org/wiki/Bocas_de_Fogo
https://it.wikipedia.org/wiki/Tambora
https://www.independent.co.uk/news/science/napoleon-bonaparte-defeat-battle-of-waterloo-volcano-indonesia-france-mount-tambora-sumbawa-a8503116.html
https://www.sciencedaily.com/releases/2012/05/120506160119.htm
https://ktwop.com/tag/homeric-minimum/
https://www.forbes.com/sites/jamestaylor/2014/05/29/global-cooling-not-global-warming-doomed-the-ancients/#1c37f62c7869
https://en.wikipedia.org/wiki/Late_Bronze_Age_collapse
https://en.wikipedia.org/wiki/Greek_Dark_Ages
https://ourworldindata.org/war-and-peace

Total Solar Irradiance Data


https://www.bbc.com/news/uk-42815768
https://ourworldindata.org/homicides
http://www.ship2shore.it/en/logistics/switzerland-holds-the-balance-of-the-new-silk-road_66322.htm

Surprise Snow Brings an End to Pumpkin Growing Season


https://www.sott.net/article/395965-A-taste-of-the-future-Disbelief-as-snow-hits-and-northern-Alberta-farmers-scramble-to-save-crops-worth-millions
https://www.sott.net/article/397150-Snow-hampers-harvests-in-Saskatchewan-and-Alberta
Edmonton ships snow plows and crews to Calgary to help with storm
https://www.ctvnews.ca/canada/pandas-puppies-enjoying-early-calgary-snowstorm-while-residents-groan-1.4117743
https://electroverse.net/winter-has-officially-arrived-in-one-swedish-town/

Fonte originale: https://2020ce.blogspot.com/2018/10/un-nuovo-grand-minimum-termico.html

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I MITI DELL’OZONO

È un lungo post (forse troppo) ma la costruzione del mito del buco dell´ozono serve da esempio di come é nato un altro mito, quello del riscaldamento globale. A proposito lo dico da sempre che é esistito un riscaldamento globale negli anni 90 ma che in maggior parte questo é dipeso dalla fortissima attivitá solare nei cicli 20-21-22 e 23, e in minima parte dall´attivitá umana.

Negli anni ’70 la paura della desertificazione era ampiamente diffusa, quasi fosse una predicazione quasi religiosa. In seguito a questo test preliminare, l’ozono e la sua variabilità sono apparsi come un primo problema da risolvere in tutto il mondo, come se fosse causato direttamente dall’uomo. Questo fu a seguito da un ordine del giorno creato nel Club di Roma nel 1962, dove fu tracciato il futuro dell’umanità.

I MITI DELL’OZONO:
Proprio come non c’è vita come la conosciamo senza anidride carbonica (CO2), non c’è ozono naturale (O3) senza luce solare. Queste sono affermazioni che non possono essere confutate. In questo modo, è necessario comprendere il processo di formazione dell’ozono, la sua variazione e la storia che ha registrato il considerato “errore scientifico del XX secolo”, in cui un fenomeno naturale è stato trasformato in un’emergenza globale.

L’ozono è conosciuto giá dall’antica Grecia, e non era intesao come gas, ma già si associava la sua presenza al maltempo. Il prefisso “ozo” deriva dal significato di “con aroma o odore forte e caratteristico” ; alcune definizioni lo descrivono come penetrante e spiacevole. La letteratura riferiva al chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein la scoperta di questa molecola, proprio come la percepivano i Greci: l’odore acre, forte, ossidante che appare durante i temporali, che, attraverso i loro fulmini causava l’elettrosintesi delle molecole, usando ossigeno molecolare (O2) presente nell’aria (TOMASONI, 2011). In questo modo, richiede energia per la sua formazione, e poiché è una sostanza altamente reattiva, è una delle componenti variabili dell’atmosfera terrestre, che viene continuamente riciclata nei processi naturali, di cui il principale, la radiazione sarà discusso in questo articolo.

. I primi strati dell’atmosfera e la formazione dell’ozono

Comprendere la formazione dell’ozono richiede l’interpretazione di alcuni punti fondamentali e importanti nella fisica e della chimica dell’atmosfera. La formazione di gas atmosferici è praticamente stabile fino all’altitudine di 80 km. I principali gas sono l’azoto, con il 78,0% e l’ossigeno, con il 21,0%. L’argon è la terza e la più bassa, con solo lo 0,93%. Tutti gli altri sono chiamati trattini, contenuti in 0,07%. Il gas dissigeno, con due atomi nella sua formazione, è chiamato ossigeno molecolare. Agisce come materia prima per la formazione del gas dell’ozono, che diventerà uno stato transitorio di ossigeno, quando capita di avere tre atomi nella sua formazione. La durata dell’ozono nell’atmosfera è molto breve perché la sua molecola è altamente reattiva. L’ozono ha bisogno di energia che possa causare instabilità nell’ossigeno molecolare stabile. L’unica fonte di energia è quella del sole, la frequenza delle onde corte, in particolare la radiazione ultravioletta. Poiché l’atmosfera terrestre agisce in modo selettivo sulle energie esterne al sistema, le frequenze ultraviolette sono le prime a essere bloccate, cominciando a verificarsi in alta quota. Questa interazione richiede massa, cioè  molecole.

La troposfera, il primo strato dell’atmosfera, vicino alla superficie della Terra, detiene circa il 90% dell’intera massa. Inoltre c’è uno strato intermedio chiamato tropopausa e sopra questo, la stratosfera, dove la pressione atmosferica può variare da 50mb nella parte inferiore, a 10mb nella parte più alta, essendo estremamente tenue, poiché la pressione del mare medio – PNMM è 1013.25mb. Tuttavia, anche con una densità sottile, la massa atmosferica è sufficiente in modo che le interazioni con le brevi lunghezze d’onda elettromagnetiche della radiazione ultravioletta dal Sole possano verificarsi in tutta la stratosfera. Poiché la densità è più alta nella stratosfera inferiore, avremo la più alta concentrazione di gas ozono. Per quanto riguarda le temperature, i valori più alti, intesi come energia cinetica, sono registrati nella parte più alta, perché queste molecole intercettano i raggi elettromagnetici di maggiore energia. In questo modo, la stratosfera presenta un profilo molto stabile, poiché è caldo nella parte superiore, presentando generalmente zero gradi Celsius e freddo nel fondo, con circa -56,0 ° C, valori medi verificati in un’atmosfera considerata standard dall’Organizzazione Meteorologica mondo.

Durante il processo di intercettazione delle radiazioni avviene la fotolisi o la fotodisessione, in cui le molecole si rompono formando alcuni radicali liberi o atomi. Nel processo, l’energia ultravioletta viene assorbita per rompere la stabilità molecolare, con conseguente emissione di radiazioni a onda lunga nella banda a infrarossi, che a sua volta riscalda notevolmente lo strato. In questo modo, dovrebbe essere compreso che tutte le molecole che raggiungono la stratosfera o qualsiasi strato superiore saranno fotodiallocate da radiazioni ad alta energia incidente. Quindi, i due principali gas, l’azoto e quindi l’ossigeno, sono molto più soggetti a questi processi. Poiché la quantità di ossigeno e radiazioni UV è molto grande, la formazione di ozono è stimata in circa diversi milioni di tonnellate al secondo, poiché solo allora potrebbe contribuire significativamente a riscaldare e stabilizzare la stratosfera.

Pertanto, l’ozono è un gas che si forma quando il secondo gas principale nell’atmosfera, il gas dell’ossigeno interagisce con la radiazione ultravioletta della banda C-UV C, altamente dannoso per gli esseri viventi. In questi termini, questa radiazione fatale non raggiunge la superficie a causa dell’ossigeno molecolare. Da questa interazione nasce l’ossigeno atomico (O “), altamente instabile, ma necessario per essere il precursore della formazione di ozono. Quindi, nella sua breve esistenza, l’ozono interagisce anche con le radiazioni ultraviolette, ma a causa delle sue proprietà chimiche, la frequenza dell’interazione si verifica nella banda B – UV B, ad un’altitudine di almeno 10 km superiore all’altitudine della sua formazione. In questo modo, il controllo dell’incidenza delle radiazioni ultraviolette B sulla superficie terrestre viene misurato dalla concentrazione di ozono nella stratosfera, che è altamente volatile, poiché le probabilità che una molecola ne trovi un’altra sono molto alte e quando questo si verifica, tre di nuovo le molecole di ossigeno, ritornando alla stabilità e rilasciando più calore nella stratosfera. Il processo di scambio tra questi gas è espressivo veloce. Poiché la concentrazione di gas è più elevata alla base della stratosfera, anche la concentrazione di ozono (O3) sarà così, e questa parte della base della stratosfera è conosciuta come ozonosfera perché contiene la maggior parte della concentrazione di nubi di ozono che si formano e scompaiono con incredibile velocità. Pertanto, non esiste un tale “strato di ozono”, ma è più probabile che questo settore osservi la sua formazione. Va notato che la radiazione UV-A non ha la stessa interazione con le molecole di O 2 come la radiazione UV C o UV B, partecipando così di più al processo di diffusione, che non è sufficiente a bloccare gran parte del suo flusso , che finisce sulla superficie terrestre (figura 4.1.1).

immagine 1

Fig.4.1.1 : Bande spettrali di radiazione ultravioletta e loro estinzione mentre attraversano gli strati inferiori dell’atmosfera. La più grande produzione di ozono si verifica alla base della stratosfera (Fonte: adattamento di Felicio, 2009).

La produzione eseguita dai processi fotochimici è solitamente insignificante sotto i 20 km di altitudine:

 

formula

In effetti, la quantità di ozono che esiste è così insignificante che Gordon Miller Bourne Dobson (1889-1976), un fisico britannico e meteorologo, uno dei principali ricercatori sull’argomento, ha creato una procedura per la sua valutazione. Se l’intera colonna di aria atmosferica fosse concentrata e ridotta ad una pressione atmosferica nota, il NMM, quindi 1atm o 1013.25mb, e ad una temperatura fissa nota, nel caso Celsius zero gradi, lo spessore della quantità totale di ozono sarebbe solo 3 mm. Dobson attribuiva ogni millimetro a 100 unità Dobson e trovava che la media di questa concentrazione sarebbe 300UD. Qui è importante sottolineare che, proprio come la scienza crea medie per essere in grado di fare riferimento, come l’esempio PNMM stesso, dove i valori superiori a 1013.25mb sono considerati come alta pressione superficiale o anticicloni, e al di sotto di questa, bassa pressione atmosferica in superficie, o cicloni, qualsiasi valore superiore a 300UD sono solo “anomalie” positive e valori al di sotto, anomalie “negative”. Tali anomalie non dovrebbero mai essere intese come un problema, ma come una variante di un sistema o di un processo che non è fisso e che si verifica migliaia di anni fa, se non di più. Questo è talmente ovvio per la Scienza che è sorprendente che non abbiamo ancora commentato la variabilità del parametro stesso, sebbene ci siano diversi articoli che riportano che tale variabilità è naturale, come dimostrerebbe lo stesso Dobson.

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La variabilità dell’ozono è sempre stata naturale

Variazioni nella concentrazione di ozono sono sempre esistite e sono state segnalate giá dal 1930. Nel 1950, R. Penndorf del laboratorio United States Air Force (USAF) di Cambridge, USA, analizzò i dati del TronsØ , Norvegia settentrionale, da una serie dal 1926 al 1942. Durante questa valutazione, ha trovato valori inferiori a 50UD, seguiti nell’ora successiva da valori superiori a 500UD. Ha concluso che la variazione ha raggiunto il 1000% da un’ora all’altra, la dimensione era l’effetto reattivo di questa molecola come uno stato transitorio di ossigeno. Erano queste anomalie che chiamava “buchi nello strato di ozono” come espressione figurativa che non è mai stata presa in considerazione fino alla fine degli anni ’80.

Con la pianificazione dell’Anno geofisico internazionale – l’AGI, in programma dal 1957 al 1958, prorogato fino al 1959, Dobson decise di partire per lavorare nel continente antartico. Tra le misurazioni giornaliere, concordava con quella precedentemente verificata nell’emisfero settentrionale: la variazione oraria è sorprendente e non può essere utilizzata senza la realizzazione di somme orarie e medie. Registrò anche valori di 125UD al Polo Sud presso la stazione americana di Amundsen-Scott , mentre i francesi a Dumont d’Urville sulla costa antartica registrarono valori simili, come ad esempio quelli di Halley Bay . Pertanto, con le banche dati formate, comprese le misurazioni utilizzando la fase di Luna piena, è stato verificato che il conteggio dell’ozono dei periodi stagionali presentava una variazione significativa, con una grande perdita durante l’inverno e il recupero solo alla fine della primavera. Nel suo libro e articolo, Dobson ha riferito che le anomalie dell’ozono rispetto all’Antartide erano naturali. Dobson non ha mai usato il termine “buco”, sebbene queste anomalie sull’Antartide siano più espressive di quelle osservate nell’emisfero settentrionale (DOBSON, 1968a, 1968b). La variazione stagionale dell’ozono sull’Antartide è risultata molto più elevata in inverno, data l’assenza di luce solare (Fig. 4.2.2). Tuttavia, mentre la notte polare segna in modo significativo i mesi centrali dell’anno, con la presenza del Sole, l’incidenza dell’energia è vigorosa, presentando un equilibrio maggiore della parte equatoriale in energia ricevuta in 24 ore (Fig.4.2.2) raggiungendo il segno di 1.400 MJ.m-2 (KING e TURNER, 1997).

immagine 2

Fig.4.2.1 : La misurazione triennale dell’Anno Geofisico Internazionale. Le file complete sono misurazioni dell’ozono nell’emisfero settentrionale, a Spitzbergen , in Norvegia (78º45 “N 016º00” E). Notare i valori bassi durante i mesi invernali. Punti e pallini trapelati sono misurazioni dell’ozono a Halley Bay , in Antartide, durante lo stesso periodo. Nota i bassi valori di ozono nella primavera meridionale e quanto velocemente crescono a novembre, in un momento in cui la stratosfera si sta riscaldando. Notare anche il modello invertito tra gli emisferi, che dimostra la necessità della presenza di radiazione solare per la formazione di ozono. I granuli fuoriusciti vengono misurati nelle fasi lunari dell’Antartide (fonte: DOBSON, 1968a, p.401).

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Fig.4.2.2 : Somma della radiazione solare mensile media globale nelle stazioni dell’Antartide. Linea continua, dati dalla stazione di Faraday britannica (Base “F” 65 ° 15 “S 064 ° 16” W) dal 1963 al 1982; linea tratteggiata, dati dalla stazione britannica di Halley (75 ° 35 “S 026 ° 34” W nel 2001, mentre Halley “Z” V si muove mentre sposta la piattaforma del ghiaccio di Brunt ) dal 1963 al 1982; e linea tratteggiata, dati dalla stazione russa Vostok (78º27 “S 106º50” E) dal 1963 al 1973 (fonte: KING e TURNER, 1997, p.

È anche importante sottolineare che durante il periodo invernale, a causa di un problema geometrico, la radiazione solare, anche in modo obliquo nella stratosfera, non è sufficiente a fornire la radiazione UV C per la formazione di ozono, proprio perché l’atmosfera intercetta questa radiazione in latitudini inferiori, consentendo solo il passaggio della radiazione infrarossa, che non viene utilizzata per la fotodiscitation, ma solo per il riscaldamento parziale della stratosfera durante l’inverno antartico. Pertanto, senza la radiazione UV C, non vi è alcun rinnovo dell’ozono, quindi durante l’inverno polare si prevede che la concentrazione di questo gas diminuisca bruscamente. Alleati a questo, i flussi di getto intorno all’Antartide isolano la base stratosferica polare della stratosfera a media latitudine, rendendo difficile lo scambio di aria rarefatta superiore, dove a bassa latitudine si ha una maggiore concentrazione di ozono, a differenza dell’alta latitudine, carente in inverno. Tuttavia, con l’arrivo della primavera, la situazione si stabilizza e le concentrazioni aumentano fino all’estate australe (Fig.4.2.3A a D). Non c’è da meravigliarsi se il vanto di tale anomalia si verifica a settembre, quando la differenza della parte polare rispetto alla parte delle latitudini medie è molto evidente. In anni di minimo solare, le concentrazioni sono basse sull’Antartico, ma non dovrebbero essere considerate allarmanti, ma piuttosto relative al loro ciclo naturale, cioè, sono anomalie della presunta normalità. Questa marcata differenza di ampia anomalia invernale differisce da quella dell’emisfero settentrionale.

 

A B

C D

Fig.4.2.3A a D : esempi di planisferi creati con dati medi dell’ozono, ottenuti mediante telerilevamento tramite lo spettrometro di mappatura dell’ozono totale – TOMS, nell’anno 2000. Si noti che mentre i mesi primaverili attraversano l’estate (A a D), c’è un aumento significativo dell’ozono medio sull’Antartide e, generalmente, nell’emisfero australe.E curiosamente, l’informazione dall’emisfero settentrionale è stata omessa quando a dicembre, passa attraverso il suo periodo invernale, dove le anomalie negative compaiono anche nel calcolo di ozono (Fonte: NASA, 2000).

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Creare un’ipotesi fraudolenta.

È chiaro che le anomalie dell’ozono sono sempre state conosciute e che sono naturali. Era anche chiaro che le anomalie sono differenziate tra l’Artico e l’Antartico e sono stati condotti studi per comprendere e descrivere tali fenomeni, compresa la loro geometria. In questo modo, con l’avvento dell’era dei satelliti, sono stati creati diversi esperimenti di misurazione, teorie e procedure per essere in grado di rilevare da remoto una vasta gamma di fenomeni, molti dei quali, ovviamente, per scopi militari. Questi includono la misura passiva dell’ozono usando lo spettrometro di mappatura dell’ozono totale – TOMS, o spettrometro di mappatura dell’ozono totale . Questo lavoro è stato eseguito dal satellite Nimbus 7 , lanciato nel 1978, due anni dopo la morte di Dobson. Il Nimbus 7 era un satellite in orbita polare che passava in rassegna l’atmosfera terrestre con il suo TOMS incorporato, usando un complicato processo teorico in cui due radiometri venivano usati per bilanciare, il che alla fine generò una media. Queste medie dissimulano o attenuano l’informazione di alti e bassi, così importante nel calcolo dell’ozono e per la sua comprensione.

Ciò che seguì fu un completo allarmismo globale, in cui la frase “buchi nello strato di ozono”, coniata per la prima volta da R. Penndorf nel 1950, ma poi figurativamente, in modo impreciso e occasionale, divenne famosa dopo JB Farman , del British Antarctic Survey – BAS, ha pubblicato un articolo sulla rivista Nature nel 1985, utilizzando le informazioni di Nimbus 7 che stava assemblando una serie di dati dal 1979, chiudendola solo nel 1992. Farman ha usato i dati mensili dal 1980 al 1984, ottenuti dallo spettrometro TOMS per trarne le conclusioni. Ha trovato basse concentrazioni di ozono. Finora, nessuna notizia dopo aver controllato i lavori passati. Nota allora che sapeva già molto bene cosa avrebbe trovato, una significativa anomalia dell’ozono tra settembre e ottobre. Inoltre, sapeva anche che nel corso degli anni l’anomalia avrebbe avuto buone probabilità di essere più negativa, cioè di presentare una minore concentrazione di ozono sull’Antartide.

Ci sono informazioni precedenti che ci permettono di ricostituire queste affermazioni. Il primo dei quali, nel 1974, Molina e Rowland ha iniziato a evocare un problema di ozono, dovuto in particolare a una famiglia di sostanze contenenti cloro nella loro composizione. Solo tre anni dopo, nel 1977, a un anno dalla morte di Dobson, gli Stati Uniti vietarono l’uso di clorofluorocarburi (CFC) in aerosol non essenziali, e altri paesi come Canada, Norvegia e Svezia stavano riducendo la produzione e l’uso . Nello stesso anno iniziarono a formarsi alcune commissioni. Nel marzo 1985, in particolare, dopo la “segnalazione” di Farman, la Convenzione di Vienna stabilì il Protocollo di Montreal, che gestiva il mondo dietro ai firmatari. Nel 1987, la NASA è stata responsabile della creazione del primo pannello “scientifico” al mondo per risolvere un “problema”: Ozone Trends Panel – OTP, che è stato creato per supportare legittimità) per le decisioni politiche che sono state prese. Questo stesso pannello ha pubblicato nel 1988 che lo “strato di ozono” negli Stati Uniti e in Europa era diminuito di circa il 3% tra il 1969 e il 1986. Questi studi sono stati tenuti segreti e non sono stati pubblicati fino a due anni dopo ( FERREYRA, 2006). Curiosamente, hanno iniziato un anno dopo la chiusura della ricerca di Dobson, che ha funzionato con la misurazione dell’ozono dal 1928 al 1968 senza interruzioni (DOBSON, 1968a, 1968b).

In effetti, le informazioni scientifiche disponibili e pubblicate sulla rivista Science il 12 febbraio 1988 da J. Scotto del ramo biostatico del National Cancer Institute , hanno presentato forti prove scientifiche che la quantità di Le radiazioni UV B che raggiungevano la superficie negli Stati Uniti non solo non erano aumentate, ma erano anche diminuite del 7% tra il 1974 e il 1985. Questi studi, che erano completamente ignorati dai media internazionali, erano basati su una rete di monitoraggio della superficie che ha registrato le radiazioni ultraviolette quotidiane dal 1974 da  Robertson-Berger . Secondo lo stesso Scotto:

” I record annuali UV UV B ottenuti durante periodi consecutivi di sei anni (dal 1974 al 1979 e dal 1980 al 1985) mostrano un cambiamento negativo in ogni stagione, con diminuzioni che variano dal 2 al 7% (…) mostrano che non c’è una tendenza positiva nelle letture annuali UV B per il 1974 fino al 1985 (…) La variazione della media annuale stimata variava dal -1,1% a Minneapolis , Minnesota ; a -4,0% a Philadelphia, in Pennsylvania. Per tutte le stagioni, le letture dei raggi UV B sono diminuite dello 0,7% all’anno dal 1974. “(Fonte: SCOTTO et al ., 1988, p.762).

Oltre a Scotto, molti altri scienziati all’epoca stavano registrando una diminuzione dell’incidenza delle radiazioni ultraviolette che raggiungevano la superficie terrestre. Ha inoltre respinto in un altro articolo di Science la possibilità che la contaminazione dell’aria urbana potesse disperdere la radiazione UV B, causando l’effettiva riduzione della radiazione UV B alla superficie. Ha anche ricordato le informazioni dalla stazione di misurazione sull’isola vulcanica di Mauna Loa, nelle Hawaii, che misura l’anidride carbonica, “teoricamente” priva di contaminazione dell’aria, dove le analisi preliminari condotte non hanno mostrato alcun aumento dell’incidenza di Radiazione UV B tra il 1974 e il 1985 (FERREYRA, 2006). Prendendo in considerazione la spiegazione precedente, se una minore quantità di radiazione UV B raggiungesse la superficie, significherebbe che c’era un equilibrio positivo nella produzione di ozono stratosferico nei periodi menzionati (Fig.4.3.1).

Dopo questo fatto di “ribellione” scientifica, prendiamo nota di ciò che l’ establishment scientifico mondiale ha preparato per la voce dissenziente. Scotto non è stato in grado di continuare la sua ricerca dopo il 1985 perché i fondi per il finanziamento della maggior parte delle stazioni di monitoraggio della radiazione UV B sono stati cancellati e le stazioni, che erano ancora i resti dell’AGI, sono state chiuse. Lo stesso Scotto, uno specialista del cancro di fama mondiale, non ha ricevuto ulteriori sussidi per recarsi a congressi internazionali per presentare le sue scoperte sulla riduzione dell’incidenza delle radiazioni UV B inserendo il cosiddetto “cono d’ombra” progettato dalla potente lobby politica di Ecologia Internazionale, qualcosa di molto comune tra gli attuali scienziati climatici che non rimangono in silenzio davanti alla pseudoscienza dominante del “riscaldamento globale antropico” e dei “cambiamenti climatici”. Le voci degli scienziati che lavorano con la misurazione diretta dell’ozono sono state categoricamente silenziate (FERREYRA, 2006). Le stazioni furono chiuse solo perché le informazioni raccolte indicavano una situazione che non corroborava ciò che era politicamente ed economicamente necessario per vantarsi in quel momento: l’idea allarmistica che l’ozono si sarebbe assottigliato.

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Fig.4.3.1 : serie di dati di diverse stazioni situate negli Stati Uniti d’America, dal 1974 al 1985. Il conteggio totale delle radiazioni ultraviolette B ha mostrato una riduzione nel corso degli anni, indicando chiaramente che ha aumentato la produzione di ozono, non al contrario, come annunciato dai media del tempo e da altri impegnati nella causa (Fonte: SCOTTO et al ., 1988).

Con il campo aperto e privo di ostacoli, Molina e Rowland hanno sollevato la questione, proprio quando la produzione di gas CFC ha raggiunto un milione di tonnellate all’anno, principalmente per soddisfare i paesi in via di sviluppo. Poiché entrambi non capivano l’atmosfera, come ci si poteva aspettare, con il loro lavoro passato per “l’era nucleare”, si consultarono con alcuni esperti di dinamiche atmosferiche e conclusero che i CFC rilasciati sulla Terra tendono ad essere dispersi dai venti in tutta l’atmosfera, indipendentemente da dove sono stati emessi ( FERREYRA). Tuttavia, è sufficiente eseguire un piccolo calcolo per vedere che i gas CFC, come Freon -11®, con peso molecolare 137,51 e Freon -12®, con 121.01, sono 4,66 e 4,10 tempi più pesanti dell’aria e che gli stessi gas siano 2.46 e 2.16 volte più pesanti del ferro. In questo modo, non è mai stato spiegato come questi gas, solitamente scartati in ambienti controllati, più pesanti dell’aria, possano viaggiare attraverso l’atmosfera in quantità eccezionali. Tendono a scendere ai livelli più bassi della troposfera e possono anche circolare all’interno dei fenomeni per un certo periodo, ma in un dato momento, alla fine, si stabiliranno, specialmente sugli oceani. Quindi, poiché sono troppo pesanti, i CFC antropogenici non salgono nella stratosfera. Notare la differenza tra questo processo di rilascio umano, che si verifica sulla superficie, e quello dei vulcani, che rilasciano i gas altamente energizzati e riscaldati nella stratosfera. Così, Molina e Rowland lanciano la prima ipotesi antropica per l’emergere del cloro nella stratosfera, come il grande cattivo del cosiddetto “buco dell’ozono”. I gas umani CFC, anche altamente stabili e non reattivi, in presenza della radiazione UV C, che si verifica nella parte più centrale e più alta della stratosfera, verrebbero interrotti, causando quello che chiamavano il “ciclo catalitico del cloro”:

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Si noti che nel passaggio gli atomi di cloro rilasciati sono estremamente reattivi e devono scegliere le molecole di ozono per produrre il monossido di cloro del passaggio, anche se è altamente improbabile che ciò accada. Inoltre, il monossido di cloro avrebbe ancora bisogno di trovare un ossigeno atomico rilasciato per eseguire il passaggio .  Hanno inoltre affermato che un solo atomo privo di cloro sarebbe responsabile della distruzione di 100 (cento) migliaia di molecole di ozono. È interessante notare che hanno ancora affermato che il biossido di azoto (NO2), essendo uno dei molti gas atmosferici, potrebbe “dirottare” il cloro , producendo nitrato di cloro (ClNO3). Questa reazione è stata definita una “reazione di interferenza”. Ne consegue che non sono mai state trovate molecole di CFC sufficienti nei campioni di stratosfera che potrebbero avere alcun significato per tali reazioni catalitiche del cloro. Ciò che è stato dimostrato in tali campioni è che ci sono molti altri gas, come l’idrogeno, l’elio, il metano, il monossido di cloro, il biossido di cloro, tutti gli ossidi di azoto, nonché diverse famiglie di gas con bromo, fluoro, iodio, in aggiunta di anidride carbonica e tutti i nobili. Inoltre, la necessità della radiazione UV C sceglie il CFC come un grande galleggiante, il che non lo è, poiché le radiazioni di questa banda si verificano a circa 40 km di altitudine, dove l’ossigeno e l’azoto sono gli eletti ad arrivare (MADURO e SCHAUERHAMMER, 1992). In effetti, l’ipotesi chimica di Molina nell’ambiente naturale sarebbe impossibile da verificarsi, poiché richiede calore per il suo verificarsi. Ad alta quota della stratosfera sul polo sud, le temperature raggiungono -82,0 ° C nella notte polare. Quindi, mentre le magiche reazioni chimiche di Molina richiedono calore, l’ozono, da solo, reagisce con un’altra molecola, senza particolari esigenze. L’assenza di ozono nella stratosfera non può essere associata al cloro, ma piuttosto alla nullità che le molecole di ozono producono mediante intercettazione, insieme alla completa mancanza di radiazione UV C che farebbe rinnovamento dell’ozono, derivato dall’ossigeno molecolare.

Il problema va oltre. C’è il fatto che le caratteristiche estremamente particolari richieste per l’esaurimento dell’ozono sono possibili solo sul nucleo antartico entro circa tre o quattro settimane dopo la metà di settembre. Curiosamente, e mai divulgati dai media internazionali, in questo stesso periodo ci sono anche molte assenze di altri gas nell’alta stratosfera e che dovrebbero essere opportunamente chiamati anche “buchi”. Questi sarebbero i casi del “foro dell’ossido di azoto”, “foro del vapore acqueo”, non a caso gas derivati ​​dalle maggioranze nell’atmosfera, dove il vapore acqueo, come sostanza variabile, può entrare nell’atmosfera fino al 4%, superando qualsiasi altro gas, tranne i due principali, N2 e O2 (FERREYRA, 2006).

Non soddisfatta, Molina, da sempre assistente di Rowland, insiste ancora su un’ipotesi chimica incredibilmente complessa che definisce chimica “eterogenica” o “dimera” dove le temperature dovrebbero essere estremamente basse, sotto i -78,0 ° C. Questa situazione, come visto in precedenza, può verificarsi, in una remota possibilità, quando il Sole “ritorna” nell’emisfero australe, nelle prime settimane di settembre; queste sarebbero quindi le condizioni ideali per l’esaurimento dell’ozono per subire una nuova e più intricata combinazione di reazioni chimiche che esisterebbe solo nel mondo fantastico di Molina. Vediamo perché:

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Quindi, Eberstein giustamente critica:

Non esiste un meccanismo che giustifichi la creazione del “buco dell’ozono”. Questo è un enorme difetto. Se qualcuno ha una teoria, dovrebbe essere in grado di fornire un meccanismo definitivo. Altrimenti, è solo speculazione. Questo problema della riduzione dell’ozono in Antartide deve essere messo su basi scientifiche più solide. “(Fonte: EBERSTEIN, Geophysical Research Letters , maggio 1990).

C’era di più. Dopo una serie di esperimenti di laboratorio estremamente complessi, Lawrence, Clemitshaw e Apkarian (1990) arrivarono a una conclusione sulle ipotesi di Molina:

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Nell’intervallo spettrale riportato di recente, in cui il ClOO passerebbe attraverso una dissociazione monomolecolare per produrre Cl + O2 (…) abbiamo condotto studi per stabilire che se un tale canale di foto-dissociazione esiste realmente, allora la sua resa quantica è inferiore a 5 × 10 -4, un processo con una prestazione quantica così piccola sarebbe irrilevante per la fotochimica ClOO nella distruzione dell’ozono stratosferico. (Fonte: LAWRENCE, CLEMITSHAW, APKARIAN, Journal of Geophysical Research , 10/20/1990).

Infine, la luce del sole, che era così necessaria per l’ipotesi “dimera” chimica di Molina, come il grande innesco per l’emergere del “foro nello strato di ozono” massimizzato all’ingresso della primavera fu nuovamente rovesciato dalla Natura, che insiste nel non seguire le regole umane. I satelliti in orbita polare della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), o National Oceanic and Atmospheric Administration , hanno rilevato che l’apparizione della massima anomalia dell’ozono si è verificata per un intero mese prima della comparsa del Sole. Quindi, le anomalie sarebbero state molto ben sviluppate prima quella luce solare e la sua radiazione UV-C erano nella stratosfera, e questo è esattamente l’opposto dell’ipotesi “precedente” di Molina. Quindi, se si verificano reazioni chimiche per creare l’anomalia dell’ozono nella stratosfera, queste reazioni si verificherebbero nella piena oscurità, il che di per sé invalida completamente l’ipotesi, quindi deve essere scartata (FERREYRA, 2006).

Quindi, anche se non fosse possibile riprodurre l’ipotesi in laboratorio, come sarebbe possibile farlo nella stratosfera antartica? Inoltre, è stato verificato che la notte polare presentava temperature estremamente basse, non permettendo che l’energia fosse fornita alle reazioni suggestionabili (Fig.4.3.2). Questo ha dimostrato che se le reazioni si verificano per la diminuzione dell’ozono, si verificano dai loro stessi shock. Il recupero dell’ozonosfera avviene naturalmente con l’arrivo della luce solare, rinnovando la rapida azione di scambio tra l’ossigeno molecolare e lo stadio transitorio dell’ozono. Con la presenza del Sole, le temperature della stratosfera sono molto alte, data l’incidenza permanente di radiazioni. Così, ancora una volta, a temperature elevate, la teoria di Molina fallì, poiché non ci sono temperature inferiori a -78,0 ° C per tutto il periodo in cui il Sole è apparente (Fig. Di nuovo, l’ipotesi che queste condizioni siano stabilite nella stratosfera antartica è partita per il mondo surreale (KING e TURNER, 1997).

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Fig.4.3.2 : Profilo di temperatura sulla stazione russa di Vostok (78º27 “S 106º50” E) nel luglio 1989, piena notte invernale polare. C’era una forte inversione della temperatura più vicina alla superficie. La linea completa indica il profilo della temperatura media. Notare le bassissime temperature della stratosfera, dove la pressione è inferiore a 150mb, rendendo impossibile l’energia per l’ipotesi Molina (Fonte: KING e TURNER, 1997, p.86).

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Fig.4.3.3 : Profilo di temperatura media sulla stazione di Halley britannica (75º30 “S 026º20” E, nel 1996) a luglio e gennaio, con dati del periodo dal 1957 al 1993. Si noti che in alta quota, alla base del stratosfera, anche ad una latitudine più bassa, le temperature sono molto basse in inverno per i mesi di luglio, ma aumentano significativamente in estate per i mesi di gennaio (Fonte: adattamento di FELICIO de KING e TURNER, 1997, p.88) .

Cloro naturale X antropico

E da dove è arrivata la CFC in questa storia? Come il presunto fornitore di cloro libero nella stratosfera. L’indagine diventa sorprendente quando si esaminano le fonti di cloro per l’atmosfera e le sue scale. Pertanto, si ritiene che sia stato molto finto pensare che il raro lancio di un gas magro nell’atmosfera avrebbe potuto, in meno di 50 anni, essere distrutto in un tale “strato di ozono”, qualcosa che non esiste nemmeno. Come, ad esempio, potrebbero pensare che la produzione di cloro, presumibilmente dai CFC, abbia superato la produzione di oceani e vulcani? Diamo un’occhiata agli ordini scalari e ad alcuni processi. Se i CFC potessero produrre al massimo 7,500 tonnellate all’anno al loro picco di produzione, solo il biota oceanico rilascia 5 (cinque) milioni di tonnellate di cloro; gli incendi boschivi aggiungono altri 9 (nove) milioni di tonnellate; i vulcani del mondo contribuiscono 36 (trentasei) milioni di tonnellate e infine, la stragrande maggioranza, gli oceani aggiungono 600 (seicento) milioni di tonnellate di cloro (Fig.4.4.1). Pertanto, la quantità di cloro naturale rilasciato nell’atmosfera supera di 80.000 volte i CFC incriminati. Non c’è da meravigliarsi se queste molecole di CFC non si trovano facilmente nell’atmosfera terrestre (MADURO e SCHAUERHAMMER, 1992).

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Fig.4.4.1 : Schema pittorico delle fonti atmosferiche di cloro, in milioni di tonnellate, confrontato in scala con il cloro immagazzinato in CFC e il rilascio teorico di cloro nell’atmosfera da parte degli stessi composti (Fonte: Adattamento di Félicio de Maduro e Schauerhammer, 1992 ).

La maggior parte del cloro nell’atmosfera è indiscutibilmente dagli oceani, perché durante il processo di evaporazione, che è immenso alla superficie del mare, le molecole altamente energizzate finiscono per trasportare sali di cloruro di sodio, uno dei principali aerosol marini. Il NaCl è facilmente caricato dai processi convettivi perché è leggero e partecipa in particolare ai processi di nucleazione delle goccioline. Un fatto che attirò l’attenzione fu la notizia che i telescopi terrestri ad alta definizione venivano calibrati dai fasci pulsanti di LASER, che ionizzava gli atomi (Na) liberi di sodio nella ionosfera, per simulare le stelle. La domanda che dovrebbe essere posta è: come è arrivato il sodio? Se troviamo che il cloruro di sodio potrebbe anche essere fotodissociato dall’UV C, avremmo un atomo di sodio libero e, categoricamente, anche il cloro libero.

Oltre agli oceani, abbiamo i vulcani. In Antartide, in particolare, il Monte Erebus , a un’altitudine di 3.794 metri sull’isola di Ross e attivo dalla data della sua scoperta nel 1841, rilascia circa 1.200 tonnellate al giorno di gas cloridrico (HCl) e 500 tonnellate al giorno di gas fluoridrico (HF) continuamente perché è un tipo a vapore. Poiché la troposfera è molto superficiale e la stratosfera diventa molto bassa a questa latitudine, specialmente durante l’inverno, solo il Monte Erebus rilascia 438.000 tonnellate di cloro all’anno direttamente nella fascia in cui si formerebbe l’ozono. Si noti che oltre all’elevata quantità di cloro, abbiamo ancora il lancio di 182.500 tonnellate di fluoro, più attivo persino del cloro stesso. Confrontando questi valori con il lancio annuale della stagione CFC di 7.500 tonnellate all’anno, si è riscontrato che solo Erebus copre la “fornitura” umana di cloro di circa 58,4 volte, cioè meno di uno settimana il vulcano avrebbe già rilasciato tutta la produzione umana annuale di gas CFC nell’atmosfera (MADURO e SCHAUERHAMMER, 1992). Ferreyra ha anche ricordato le tre campagne condotte dal Dr. Haroun Tazieff al vertice del Monte Erebus per studiare i gas liberati, dove ha dimostrato le quantità specificate, principalmente a causa della cura delle circolazioni sottovento verso la stazione statunitense McMurdo , che si trova vicino vulcano. Considerando che questo fatto era noto, Susan Solomon, un membro dell’OTP, eseguì palloni con sensore di cloro vicino alla stazione di McMurdo Sound e, naturalmente, “dimenticò” che il Monte Erebus si trovava nelle vicinanze. Né menzionò che i palloncini, quando gettati nel vento “favorevole” al sopravvento al Monte Erebus , entrarono nei pennacchi di gas lanciati dal vulcano, con le loro centinaia di tonnellate di HCl al giorno, che, in una troposfera estremamente secca, dato l’altitudine, hanno molte possibilità di rimanere più a lungo rispetto alle regioni tropicali. Convenientemente, ha anche dimenticato che la tropopausa a quelle fermate di solito si verifica molto più in basso. Quindi, i gas riscaldati attraverserebbero rapidamente questo strato e raggiungerebbero la base della stratosfera, che può essere alta circa 6 km. Quando il dott. Tazieff attirò l’attenzione sul contributo di Mount Erebus , lo ignorarono semplicemente, perché dopotutto, come Lino sottolineò, che cosa deve fare un vulcanologo a una domanda trascendentale? (MADURO e SCHAUERHAMMER, 1992).

Quindi, se c’è una presunta alta presenza di cloro nell’atmosfera antartica, potrebbe essere solo di origine naturale. Non avrebbe mai dovuto accettare che il 90% dei CFC che erano stati rilasciati nel mondo potessero viaggiare nella stratosfera antartica e venire fotodisocializzati lì, specialmente quando la maggior parte di questi gas veniva prodotta nell’emisfero settentrionale. Infatti, un certo numero di fattori importanti, come il cloro naturale proveniente da una varietà di fonti, sono stati deliberatamente trascurati , il che avrebbe invalidato i commenti di un regista di Du Pont ® al momento sostenendo che il 95% del cloro trovato in Antartide era di origine antropogenica (SAGAN, 1998).

Si può andare oltre? Sì, quando i vari gas che fanno parte delle grandi famiglie di CFC, i cosiddetti organofluorocarburi o anche gli alocarburi, sono stati studiati in letteratura, molti di essi fanno parte di cicli naturali come la “esplosione di bromo” (CHBr3) di cui l’origine è legata alle alghe. In aggiunta a ciò, le varie reazioni che si verificano nella neve e nel ghiaccio stesso quando sono appena precipitate e non maturate sotto forma di ghiaccio permanente e il CH3Cl appena scoperto, la cui fonte sarebbe piante tropicali e materiale vegetale in decomposizione, di cui ancora non si sa nulla ( TOMASONI, 2011, apud GEBHARDT, 2008). È stato notato che gli alocarburi hanno fonti naturali che non possono essere ignorate, anche se possono sembrare una grande sorpresa, sono state trovate nelle emissioni di Vulcano , in Italia e misurate direttamente. Le concentrazioni andavano da parti per trilione – pptv a parti per milione – ppmv. Tra i gas trovati abbiamo CH3Br3, CH3Cl, CH3I, C2H5Br, oltre al benzene-clorurato, oltre allo stesso CFC, Freon -11®. (Schwandner et al ., 2004). Tuttavia, altri ricercatori come Lutgen, Khalil e Rasmussen hanno dimostrato che la maggior parte dei CFC, poiché sono gas pesanti, come spiegato in precedenza, si depositano nel suolo e negli oceani e servono da cibo per i batteri. Nel caso degli oceani, possono ancora essere dissolti dall’acqua marina (LUDGEN, 2006). È anche noto dalla letteratura che ci sono batteri che vivono nei crateri vulcanici o negli sbocchi dei vulcani sottomarini, che consumano quantità estremamente elevate di zolfo, che sarebbe considerato tossico per altri esseri viventi, così come lieviti neri che si nutrono di sostanze estremamente diverse, come olio, benzene e altri prodotti altamente tossici. Altri esempi possono ancora essere elencati, come il microrganismo della specie Emiliania huxleyi , che vive in alte concentrazioni di anidride carbonica, nel caso in cui gli oceani potessero tenerlo, dove poi lo consumerebbero. Quindi, questi esseri viventi si sono adattati solo negli ultimi 60 anni all’apprendimento a mangiare i CFC, in particolare il Freon- 11®? Certo che no. Tali esseri viventi sono già stati adattati a questo per migliaia di anni, forse anche di più, così che ancora una volta la Natura ha presentato i suoi meccanismi di autoregolamentazione. Quindi, probabilmente dagli studi sui gas emessi dai vulcani, gli specialisti hanno trovato applicazioni specifiche per le caratteristiche dei materiali alogeni e li hanno brevettati, non essendo una scoperta chimica artificiale in particolare, ma qualcosa trovato o adattato dalla natura stessa.

Va anche notato che molti altri gas naturali, che rappresentano una porzione infinitamente maggiore dei gas di traccia, come NO2, CO2 e H2O, questi ultimi nel loro vapore acqueo formano fino al 4%, sono anche fotodistrati quando raggiungono la stratosfera o talvolta quando sono correlati alle attività elettriche del fulmine. La sua fonte principale è di nuovo gli oceani e i vulcani, che possono generare monossido di azoto (NO), monossido di carbonio (CO), ossigeno atomico (O “), radicale idrossile (OH) e idrogeno libero (H).

. CONCLUSIONE

In questo primo volume intendevamo dimostrare i fatti principali riguardanti la fisica e la chimica della formazione dell’ozonosfera altamente variabile, le fonti di cloro, la geometria della radiazione incidente e i lavori di lunga data sulla misurazione dell’ozono e la sua variazione, molto noti. È stato anche dimostrato che l’ipotesi antropica come fonte di cloro è totalmente fragile, specialmente contro le fonti naturali di cloro.

Nel corso della storia del lavoro, è stato dimostrato che l’atteggiamento scientifico nei confronti delle questioni relative all’ozono cambia. Lo spostamento di messa a fuoco da due diversi periodi è stato chiaro: dall’inizio del ventesimo secolo fino alla morte di Gordon Dobson e poi in sequenza, l’uso del satellite Nimbus 7 fino ai giorni nostri, con l’ambientalismo che guida le decisioni mondiali.

Viene nuovamente sottolineato che nella controversia sull’uso del satellite Nimbus 7 , sapevano esattamente cosa avrebbero trovato: un’anomalia dell’ozono sull’Antartide. Nel caso della stratosfera, la stessa cosa, cioè la presenza di cloro, ma in effetti, se fosse originata dai CFC, non è mai stata dimostrata . Un’assurda ipotesi fisico-chimica, che era difficile da eseguire in laboratorio, era necessaria in aggiunta alla presenza di cloro nell’atmosfera, misurata solo in Antartide, per corroborare la trasformazione dell’ipotesi fraudolenta in una teoria. Questo è stato un esempio della completa distorsione del metodo scientifico consacrato.

REFERÊNCIAS

DOBSON, G.M.B. (a) Forty years’ research on atmospheric ozone at oxford: a history. In: Applied Optics, Vol. 7, nº 3, março p.387-405, 1968.

(b) Exploring the atmosphere. Oxford University Press, Londres, Inglaterra, 1968.

EBERSTEIN, I. J. Photodissociation of Cl2O2 in the spring Antarctic lower stratosphere. In: Geophysical Research Letters, Vol. 17, (6) maio, p.721-724, 1990.

FERREYRA, E. El fraude del ozonio. In: Ecologia: mitos y fraudes, FAEC, México, Cap. 2, 2006.

KING, J. C. e TURNER, J. Antarctic meteorology and climatology, Cambridge Atmospheric and Space Science Series, Cambridge, Inglaterra, Cap. 1 e 2, 1997.

LAWRENCE, W. G., CLEMITSHAW, K. C. e APKARIAN, V. A. On the relevance of OClO photodissociation to the destruction of stratospheric ozone. In: Journal of Geophysical Research, Vol. 95 (D11):18, 20/outubro, p.591-595, 1990.

LUTGEN, P. El Agujero de Ozono se Cierra. 2006. Disponível em <http://www.mitosyfraudes.org/Ozo/OzonoLutgen.html> Acesso em 30 de julho de 2012.

Articolo originale qui https://fakeclimate.files.wordpress.com/2013/03/tupa2012-ricardo340-674-1-sm.pdf

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