L.E.S. (Lake Effect Snow)

La sigla L.E.S., che potremmo tradurre come “neve da effetto lago” indica un particolare tipo di evento nevoso molto inteso ed improvviso, caratteristico del Bacino dei Grandi Laghi nord americani.  La zona è caratterizzata da abbondanti precipitazioni nevose e da mutevoli condizioni climatiche, essendo spesso punto di passaggio o di incontro tra le masse d’aria artica che scendono dalle regioni polari e l’aria calda e umida che risale dal Golfo del Messico.  Molte depressioni invernali, che attraversano il continente, finiscono quindi per interessare in qualche modo il bacino dei Grandi laghi e il Nord Est degli Stati Uniti.

I laghi accentuano l’intensità dei fronti perturbati fornendo grandi quantitativi di vapore acqueo, soprattutto all’inizio dell’inverno quando l’acqua è ancora relativamente calda; la presenza delle imponenti masse d’acqua risulta quindi determinante nella distribuzione e nell’entità delle nevicate.

La nevosità media annua della zona oscilla tra i 100 e i 350 cm, valori assai elevati considerata la natura prevalentemente pianeggiante o collinare dei territori e la latitudine non elevata: la città di Syracuse, NY si trova a 43° N, la latitudine dell’Italia centrale.
Le “Lake Effect Snow” si manifestano quando aria artica irrompe sui bacini sollevando violentemente l’aria più calda presente sulle superfici lacustri con conseguente rapida formazione di imponenti cumulonembi che vanno a scaricare intensissimi rovesci di neve, spesso a carattere temporalesco anche in pieno inverno, lungo le coste sopravvento e nell’entroterra, l’evento può presentarsi improvviso, manifestandosi con rovesci di neve che investono la costa (la foto seguente si riferisce alla cittadina di Marquette sulla sponda meridionale del Lago Superiore)

Nel disegno, la città di Rochester nello stato di New York sotto l’effetto della neve prodotta dal Lago Ontario. Nell’immagine il muro di neve in avvicinamento a Marquette, Michigan sul Lago superiore Nell’altro schema, analoga situazione lungo le sponde del lago Erie tra Cleveland, OH e Buffalo, NY

Vari sono i fattori che contribuiscono a determinare l’entità e la distribuzione di queste violente tormente.
– La zona si trova non troppo a nord da determinare un completo congelamento della superficie dei laghi che, in tal caso, non fornirebbero più l’umidità necessaria allo sviluppo delle imponenti formazioni nuvolose.
– I laghi sono abbastanza grandi da consentire alle masse d’aria artica di arricchirsi di umidità transitando al di sopra di essi, ma non troppo estesi da mitigarle eccessivamente.
– L’assenza di barriere orografiche verso nord favorisce gli afflussi di aria artica, che dal Canada si portano verso latitudini più meridionali, attraversando la regione.
– Le depressioni di varia provenienza che interessano il Nord America nella stagione invernale, frequentemente transitano sulla zona dei Grandi Laghi richiamando al loro seguito aria fredda dai quadranti settentrionali.

Più è grande la differenza di temperatura tra l’aria in arrivo e la superficie lacustre e maggiore sarà il quantitativo di vapore acqueo che la massa d’aria riuscirà a raccogliere, infatti la massima frequenza di “Lake Effect Snow” si ha all’inizio dell’inverno quando la temperatura dei laghi è più elevata. L’interazione fra tali fattori determina spesso distribuzioni spaziali molto irregolari: può accadere che un area sia sommersa di neve, mentre in località anche molto vicine ne cadono solo pochi centimetri. Vi sono tuttavia alcune aree denominate “Snow Belt” (cintura di neve) dove il fenomeno ricorre con particolare frequenza, esse si trovano a sud e ad est dei Laghi, cioè sopravvento alle correnti artiche che qui giungono prevalentemente da nord-ovest.

Località Stato Posizione geografica Nevosità media
South Bend Indiana SE Lago Michigan 180 cm
Marquette Michigan S Lago Superiore 343 cm
Erie Pensylvania SE Lago Erie 219 cm
Syracuse New York E Lago Ontario 293 cm

Le nevicate da “effetto Lago” avvengono generalmente dopo il passaggio del fronte perturbato, all’instaurarsi di venti freddi post frontali, la loro direzione, spesso tra ovest e nord-ovest, localizza le aree di maggior nevosità a sud e a est dei laghi, il vento deve poter disporre di almeno 80 -100 Km di fetch per poter raccogliere umidità sufficiente per generare corpi nuvolosi consistenti; di conseguenza città come Syracuse, Rochester, Buffalo e Cleveland ricevono quantitativi di neve molto superiori a Chicago Detroit o Toronto, che devono attendere situazioni meteorologiche molto meno frequenti per subire l'”effetto lago”. Se i venti soffiano per molte ore lungo l’asse maggiore del lago, si forma una fascia di convergenza che richiama aria continentale verso il centro del lago stesso, favorendo la formazione di una banda nuvolosa imponente che, insistendo sulla medesima zona costiera, come un nastro che si arrotola sulle sponde del lago, può scaricare enormi quantitativi di neve su aree molto localizzate.

Bande nuvolose “singole” sui laghi Erie e Ontario (1999)

Se le correnti spirano invece lungo l’asse minore del lago si possono formare tante fasce di convergenza parallele con bande più piccole ma molto numerose, che interessano più uniformemente, ma con fenomeni meno intensi, tutta la costa esposta.

 

Bande nuvolose multiple sui laghi Superiore e Michigan

L’intensità del vento determina poi la profondità di penetrazione dei fenomeni nevosi nell’entroterra: solitamente le zone più interessate sono comprese in una fascia profonda tra 10 e 20 Km, tuttavia il contributo dei Grandi Laghi alla nevosità della regione influenza anche zone lontane centinaia di chilometri, è noto, infatti che circa un quarto delle precipitazioni nevose che interessano i Monti Appalachi settentrionali derivino direttamente dalla loro presenza. I rilevi collinari, pur modesti, presenti lungo le coste esposte al vento, determinano un effetto orografico sufficiente ad incrementare i fenomeni nevosi creando zone di massima nevosità; così il Tug Hill Plateau a est del Lago Ontario, le basse colline tra Cleveland e Buffalo, le alture della Upper Peninsula nel Michigan e nella zona del Lake Superior Provincial Park nell’Ontario canadese, battono i record di nevosità di tutta la regione.

Anche le città di grandi dimensioni si contendono il primato dell’area urbana più nevose degli Stati Uniti; nonostante i radar permettano di prevedere per tempo l’insorgere di questi fenomeni, riducendo al minimo i disagi per la popolazione; è evidente quale sia lo scenario durante queste tempeste di neve in aree densamente popolate; le efficienti attrezzature per lo sgombero della neve e la preparazione della popolazione ad affrontare tali eventi, non evitano a città come Cleveland, Buffalo, Rochester, Syracuse negli USA e London in Canada, il blocco di tutte le vie di comunicazione per molte ore e ingenti spese per il ripristino della viabilità.

Alcuni record di nevosità di Syracuse, NY:

Anni più nevosi (cm) Le più abbondanti nevicate in 24 ore (cm)
1993……………… 528 15/02/1946 ………………………………………86
1958 ………………432 22/01/1945 ………………………………………58
1992 ………………393 13/03/1993 ………………………………………56
1978 ………………393 31/01/1966 ………………………………………56
1997 ………………387 04/02/1961 ………………………………………53

Una situazione analoga a quella dei Grandi Laghi, si manifesta sulle sponde meridionali Grande Lago Salato dello Utah, nonostante le dimensioni più ridotte del bacino lacustre.

La massa d’acqua che determina l’insorgere del fenomeno può essere anche una baia o un braccio di mare, come avviene lungo le coste della Baia di Hudson e del San Lorenzo in Canada.  Anche alcune baie lungo le coste atlantiche degli Stati Uniti, a causa della loro conformazione, vengono interessate da nevicate, quando l’aria fredda irrompe dall’interno del continente verso l’oceano (“Bay Effect Snow”): il promontorio di Cape Cod, sulla omonima baia presso Boston, l’isola di Long Island (New York) e la baia di Chesapeake tra Virginia e Maryland risultano talvolta interessate da tali situazioni.

Fenomeni analoghi avvengono in altre parti del mondo: coste georgiane e turche del Mar Nero, coste inglesi orientali, coste iraniane affacciate sul Caspio.
In Giappone: le frequenti ed intense correnti provenienti dalla Siberia, raccolgono grandi quantitativi di umidità sul Mare del Giappone che viene scaricata lungo le coste e i rilievi occidentali di Hokkaido e Honshu sotto forma di abbondanti nevicate; più a sud, nevicate prodotte dallo stesso tipo di circolazione, interessano parte della Corea, dove i venti freddi provenienti dal nord della Cina si arricchiscono di umidità sul Mar Giallo.
In Europa è documentato un fenomeno simile solo nel Golfo di Finlandia: quando le correnti fredde di Nord Est si incanalano lungo il golfo, ancora sgombro da ghiacci, intese nevicate possono interessare le coste dell’Estonia ed estendersi verso Finlandia e Svezia. Occasionalmente anche le coste italiane dell’Adriatico, possono vedere eventi questo tipo come le nevicate occorese tra Rimini e Pesaro nel dicembre 2010

Fonte : http://marcopifferetti.altervista.org/les.htm

Trecento scienziati accusano il NOAA di utilizzare dati contaminati

NOAA
Questi scienziati sostengono che il NOAA ha eliminato la pausa di 15 anni nelle registrazioni della temperatura globale (regolazione tra il 1998 e il 2012) così improvvisamente, che oggi, i nuovi dati mostrano più di due volte tanto un riscaldamento.  Circa 300 scienziati, tra ingegneri, economisti e altri esperti del clima hanno inviato una lettera al comitato scientifico della camera degli Stati Uniti, presidente Rep. Lamar Smith (R-TX) a sostegno di una indagine seria sul National Oceanic Atmospheric Administration (NOAA). I trecento scienziati, pensano che il NOAA potrebbe aver violato le leggi federali quando hanno pubblicato il loro studio nel 2015. Studio che eliminava la pausa di 15 anni nel riscaldamento record delle tempearture globali. “Noi sottoscritti, scienziati, ingegneri, economisti e altri, che abbiamo esaminato con attenzione gli effetti dell’anidride carbonica liberata dalle attività umane vogliamo registrare il nostro sostegno agli sforzi della commissione per la scienza, per garantire che l’agenzia federale rispetti le linee guida federali che ha implementato nel Data Quality Act, “ leggere la lettera al Presidente del Comitato della Scienza, Texas – Lamar Smith.

Nel giugno del 2015, il NOAA ha pubblicato un rapporto nel quale si scriveva che la Terra ha continuato a scaldarsi durante gli ultimi di due decenni. 20 anni nei quali gli altri set di dati mostravano una pausa o interruzione nella crescita delle temperature. “A nostro parere … il NOAA non ha osservato le linea guida del OMB [Office of Management and Budget] stabilite per rispettare la qualità dei dati.” Il Data Quality Act richiede che le agenzie federali, come ad esempio il NOAA, “garantiscano la massima qualità, l’obiettività, l’utilità e l’integrità delle informazioni, comprese le informazioni statistiche.” Smith ha avviato un’indagine su gli studi del NOAA la scorsa estate, ma successivamente è stato spinto fuori, per rafforzare l’agenda politica del presidente Barack Obama. “Gli americani sono stanchi di una ricerca condotta a porte chiuse in cui si vedono raccontare sempre le solite conclusioni-ciliegina e non i fatti”, ha detto Smith, alla fondazione del Daily News Caller. Questa lettera dimostra che centinaia di scienziati ed esperti rispettati concordano sul fatto che gli sforzi del NOAA per alterare i dati storici della temperatura, meritano un serio esame.” Fra i 300 firmatari della lettera ci sono : 25 climatologi o scienziati atmosferici, 23 geologi, 18 meteorologi, 51 ingegneri, 74 fisici, 20 chimici e 12 economisti. Inoltre, 150 firmatari avevano dottorati in un settore affine, uno era un fisico vincitore del premio Nobel e due erano astronauti. L’aumento delle temperature riportato dagli scienziati del NOAA e rilevato dalle prese dei motori navali, sono rilevamenti utilizzati per eliminare la pausa nel riscaldamento globale delle temperature. Queste letture sono influenzate dal calore assorbito o riflesso dagli scafi o dal travaso dei motori. “Come è stato riconosciuto da numerosi scienziati, i dati provenienti dalle aspirazione dei motori sono chiaramenti contaminati dalla conduzione di calore della struttura e come tali non possono essere destinati per uso scientifico”, questo è quanto ha scritto lo scienziato del clima Dr. Patrick J. Michaels e il dottor Richard S. Lindzen del Cato Institute, sul blog Watts Up With That . “Se sottraiamo i dati vecchi, dai nuovi dati … possiamo vedere che questo è esattamente ciò che ha fatto il NOAA,” l’esperto del clima Bob Tisdale e il meteorologo Anthony Watts hanno scritto lo stesso sul loro blog scientifico“. E’ nuovamente la stessa storia; le regolazioni vanno verso un passato raffreddamento e oggi verso l’aumento della pendenza nella traccia della crescita delle temperatura.”

Il loro intento e metodi sono così evidenti che sono ridicoli.

 

Fonte : http://iceagenow.info/17805-2/

La geometria dei Babilonesi per inseguire Giove

Le fondamenta del calcolo integrale potrebbero essere state gettate dagli astronomi e sacerdoti babilonesi, almeno 14 secoli prima di quanto conosciuto finora. È la novità più eclatante riportata nell’articolo sul metodo di calcolo geometrico del movimento di Giove rintracciato in antiche tavolette cuneiformi, in copertina sull’ultimo numero di Science. Media INAF ha intervistato l’autore, Mathieu Ossendrijver della Università Humboldt di Berlino

Pubblicato sull’ultimo numero della rivista Science, che vi dedica anche la copertina, uno studio che costringerà a rivedere i libri di storia. La ricerca è frutto del certosino lavoro di un unico autore, Mathieu Ossendrijver, professore di Storia della Scienza Antica alla Università Humboldt di Berlino.

Ossendrijver, che si è specializzato nella traduzione e interpretazione di tavolette d’argilla babilonesi in caratteri cuneiformi dal contenuto matematico-astronomico, ha trovato in cinque reperti databili tra il 350 e il 50 a.C. la prova che gli astronomi babilonesi prevedevano la posizione in cielo del pianeta Giove tramite sofisticati calcoli geometrici, e quindi non solo concetti aritmetici come si riteneva finora.

In altre parole, gli astronomi babilonesi per i loro calcoli non utilizzavano solo tabelle di numeri, ma anche figure geometriche. Trapezi, in particolare, e vedremo perché. Nel nuovo studio, Ossendrijver descrive “procedure trapezoidali” contenute nelle tavolette, ovvero una lista di istruzioni attraverso le quali, calcolando delle aree di una specifica figura trapezoidale, si potevano determinare le posizioni di Giove lungo l’eclittica per i successivi 60 e 120 giorni, a partire da un determinato giorno in cui il pianeta gigante faceva la sua comparsa come “stella del mattino”, appena prima dell’alba.

Ora, l’utilizzo in epoca così antica di questo tipo di calcolo basato sulle aree, in cui la geometria viene usata in senso astratto per rappresentare tempi e velocità, è stupefacente. Anche perché costringe a retrodatare l’invenzione di tale sofisticata tecnica di almeno 14 secoli! Come ha meglio spiegato lo stesso Mathieu Ossendrijver in questa intervista rilasciata a Media INAF:

Che tipo di formazione ha? Possiamo definirla un archeoastronomo?

«La mia formazione di base è in astrofisica, di cui ho anche conseguito un dottorato. Ma ho anche fatto studi orientali e sulla scrittura cuneiforme, quella che viene chiamata assiriologia, ottenendo un dottorato anche in questo campo, specificamente sull’astronomia babilonese. Mi considero uno storico della scienza antica. L’archeoastronomia è più focalizzata nel cercare la connessione tra architetture antiche e astronomia, mentre io sono più interessato ai testi storici e alla loro traduzione.»

Ci può descrivere l’importanza della sua scoperta?

«Ho lavorato sull’astronomia babilonese per diversi anni, traducendo un grande numero di tavolette contenenti istruzioni su come calcolare le posizioni dei pianeti. Queste istruzioni erano aritmetiche, si basavano cioè su operazioni numeriche. Ora, nell’articolo pubblicato da Science, descrivo tavolette che contengono anche geometria, provando che gli astronomi babilonesi non facevano i loro calcoli solo utilizzando numeri ma anche – almeno in certe occasioni – con figure geometriche. Questo fatto non era conosciuto e la sua scoperta rappresenta certamente un’importante novità, ma non è questa la parte più interessante.»

«L’aspetto più eclatante, nonché la ragione principale per cui Science ha deciso di pubblicare l’articolo, è che non abbiamo solo a che fare con la geometria, ma con un tipo veramente particolare di geometria. Un tipo di geometria di cui non si trova traccia in alcun altro luogo nell’antichità, e che troviamo per la prima volta solamente nel XIV secolo in Europa, un’infinità di tempo dopo. Si è finora ritenuto, infatti, che il tipo di geometria utilizzato in queste tavolette sia stato inventato assai più tardi, attorno al 1350 d.C. da filosofi e matematici di Oxford e Parigi. Ma ora l’abbiamo trovata nelle tavolette babilonesi!»

Che cos’è la procedura trapezoidale e perché è così importante?

«Queste tavolette ci parlano di una figura che è un tipo di trapezio: come un rettangolo, ma con un lato superiore inclinato. Questa figura è menzionata su quattro tavolette, che sono tutte danneggiate, quindi incomplete, e nessuno capiva di cosa si trattasse. Sta di fatto che i calcoli che riguardano questo trapezio sono scritti su tavolette che contengono altri calcoli, e questi altri calcoli riguardano Giove. Finora non potevamo affermare con certezza che questi calcoli trapezoidali si riferissero proprio a Giove. Ma ora è sicuro che riguardano Giove e ne descrivono il moto.»

La tavoletta cuneiforme che ha fornito la chiave per decifrare i metodi geometrici per individuare la posizione di Giove. Crediti: M. Ossendrijver / Science

«L’ho scoperto grazie a una quinta tavoletta, che nell’articolo su Science è indicata con la lettera A. Questa tavoletta descrive il moto di Giove con numeri, quindi non menziona il trapezio, ma ho scoperto trattarsi dello stesso calcolo. Descrive come la velocità di Giove, espressa in gradi al giorno (quindi, per quanti gradi si muove ogni giorno rispetto alle stelle), cambi con il tempo, e descrive diversi intervalli di tempo in cui la velocità di Giove cambia. E così il primo intervallo, che dura 60 giorni, è un intervallo in cui, secondo questa nuova tavoletta, la velocità di Giove diminuisce lentamente e linearmente, da un certo valore (che è di 12 minuti d’arco al giorno) fino a un valore inferiore. Questo è in accordo con fatti empirici. Se si osserva Giove, e si misura la sua velocità, non lo vediamo muoversi a una velocità costante, ma a volte rallenta, fa una battuta d’arresto, poi fa un movimento all’indietro, che noi chiamiamo “moto retrogrado”, e infine riprende la direzione iniziale. Sappiamo che questo è essenzialmente un effetto di proiezione, perché stiamo entrambi girando intorno al Sole, ma la Terra si muove più velocemente, cosicché una volta all’anno la Terra supera Giove. In quel periodo Giove sembra andare all’indietro, ma in realtà siamo noi che lo stiamo sorpassando. Questa è la spiegazione “moderna” del perché vediamo questa diminuzione della velocità.»

«Se volessimo tracciare questo movimento con metodi “moderni”, dovremmo tracciare un grafico in cui la velocità viene messa in relazione con il tempo, ottenendo proprio una figura trapezoidale. Ed è esattamente questo trapezio che viene menzionato nelle altre quattro tavolette, mentre nella quinta viene descritto. Quindi questa nuova tavoletta, che parla della velocità di Giove, è una chiave: è la chiave per comprendere tutte le altre tavolette, perché questo movimento, se lo rappresentiamo in maniera moderna, risulta un trapezio. Esattamente il trapezio in questione.»

«Quello che i Babilonesi stanno facendo qui è la visualizzazione del movimento attraverso un grafico tempo-velocità nello spazio. Questo metodo è molto, molto moderno. E anche inaspettato, poiché si pensava fosse stato inventato intorno al 1350, nel Medioevo. Ma ora lo abbiamo su tavolette babilonesi, dove, in aggiunta, viene calcolata l’area del trapezio. Ora, chiunque abbia delle basi di fisica o matematica sa che se si calcola l’area della curva della velocità in funzione del tempo, si ottiene la distanza percorsa dal corpo in movimento. Questo è molto moderno, trattandosi di una parte del calcolo integrale. Un tipo di calcolo che è stato compiutamente sviluppato da Newton e Leibniz nel XVII secolo, ma le cui origini si presume risalgano attorno al 1350, quando si sono cominciati a fare i grafici di velocità rispetto al tempo di corpi in movimento. Quindi, qui nella tavoletta babilonese abbiamo qualcosa di molto, molto simile a quel metodo. Un metodo che ritenevamo inventato nel XIV secolo, ma che ora sappiamo essere stato già utilizzato dai Babilonesi. Questa è la cosa sorprendente.»

Il dio babilonese Marduk

Qual era l’importanza del pianeta Giove per i Babilonesi?

«Loro calcolavano la posizione di tutti i pianeti, da Mercurio a Saturno, ma sembrano mostrare un particolare interesse per Giove. L’unica spiegazione che mi viene in mente è che questi astronomi che facevano i calcoli erano anche sacerdoti del più importante tempio di Babilonia, dove la divinità principale era Marduk , il cui pianeta simbolo era proprio Giove. Probabilmente, per gli astronomi babilonesi Giove era particolarmente importante perché pensavano fosse una manifestazione della divinità suprema di Babilonia. Naturalmente è solo un’ipotesi, perché nelle tavolette astronomiche i Babilonesi non ci hanno lasciato scritto né che Giove fosse un dio, né tantomeno la motivazioni dei loro calcoli.»

L’intervista

Per saperne di più:

 

Fonte : http://www.media.inaf.it/2016/01/28/geometria-babilonesi-giove/

Aumento dell’attività sismica legata alle anomalie di El Niño?

Si tratta di un argomento estremamente controverso nella scienza, come ci spiega , del famoso sito Metsul.com. Anche negli anni ’80, Daniel A. Walker, dell’Istituto di Geofisica presso l’Università delle Hawaii, ha pubblicato uno studio che collega il verificarsi di terremoti nella parte orientale della catena del Pacifico (East Pacific Rise o EPR, è situata lungo il margine orientale del Pacifico ed è un vasto e basso rigonfiamento sul fondo oceanico. Questa elevazione si erge fino a circa 3 Km al di sopra del circostante fondo oceanico e si estende mediamente per circa 3000 Km. E’ presente una zona centrale di avvallamento, ma ha scarsa rilevanza dal punto di vista topografico. L’elevazione interseca l’America Settentrionale nel golfo di California, e la sua continuazione riappare al largo dell’Oregon e si estende nel golfo d’Alaska. I due segmenti del sistema d’elevazione sono collegati dalla faglia di Sant’Andrea), e gli episodi di El Niño (acque calde dell’Oceano Pacifico nella regione equatoriale). Con oltre 285 mesi di dati fino a settembre 1987, Walker ha trovato una sorprendente coincidenza tra l’energia dei terremoti nella regione e ricorrenti episodi Niño in EPR.

I ricercatori si sono concentrati sulla micropiastra dell’Isola di Pasqua (Cile), perché è relativamente isolata da altri faglie, il che la rende più facile da distinguere nei cambiamenti causati dal tempo. Dal 1973, l’arrivo periodico di El Niño è stato accompagnato da una maggiore incidenza di tremori nei fondali marini, con una magnitudo compresa tra 4 e 6 gradi. Gli scienziati che appoggiano la teoria della correlazione tra El Niño e la sismicità sostengono che il fenomeno aumenterebbe il livello del mare, generando un maggiore peso e aumentando la pressione di fluidi nelle rocce dal letto dell’Oceano Pacifico.

L’argomento è molto controverso in geologia. El Niño potrebbe causare o è il risultato di attività sismica? Sarebbe un cambiamento importante e improvviso nel profilo di temperatura del Pacifico, in fase di transizione da El Niño o La Niña, che porterebbe a un aumento dell’attività sismica? O non hanno alcuna correlazione?

AG Hunt critica il lavoro di Walker nel suo studio (“Predittori sismici di El Niño rivisitati”), pubblicato nel 2000, osservando che tutti gli eventi di El Niño dal 1960 (forse con l’eccezione della manifestazione del 1982) sono stati preceduti da un cambiamento del livello del mare (inferiore nel Pacifico orientale e più alto in quello Occidentale). “Se un aumento delle condizioni oceaniche associate a livello di El Niño può essere in grado di indurre un aumento dell’attività sismica nella catena orientale del Pacifico (EPR), livelli così bassi potrebbero essere in grado di generare lo stesso effetto”, dice. Dice anche che i cambiamenti nel livello degli oceani nell’ordine che si osserva (legato al trasferimento di massa di acqua nei cicli ENSO) comportano variazione trascurabili nella pressione, e che sarebbe sufficiente a cambiare la frequenza dei terremoti (sismicità)

Controversie, del resto, che sono presenti anche nel lavoro di Walker (“Sismicità della East Pacific Rise: correlazioni con l’indice di oscillazione meridionale”), che rilevano come una volta appurato il ruolo del vento nello scatenare il fenomeno oceanico-atmosferico El Niño, la teoria che il riscaldamento è causato da attività vulcanica sul fondo dell’oceano sarebbe usa e getta. “La correlazione apparente tra El Niño e terremoti è solo una coincidenza”, conclude.

Un altro ricercatore, che ha affrontato il controverso argomento El Niño / sismicità, era Serge guilas (“L’analisi statistica del El Niño-Southern Oscillation e la sismicità marina e terrestre nel Pacifico tropicale orientale”). Nel suo studio, ha concluso che l’aumento dell’attività sismica nella regione orientale della catena del Pacifico nasce da un forte gradiente di temperatura della superficie del mare in movimento da est a ovest, portando ad un livello inferiore del mare a Oriente, e una riduzione della pressione nel letto marino a pochi chilopascal (kPa), stabilendo che i valori più alti della SOI (Southern Oscillation Index) portano più terremoti in 2, 3 e 6 mesi di fila, e valori più bassi dell’oscillazione meno terremoti.

In uno studio intitolato “Magma e ciclo El Niño“, pubblicato nel giugno 2011, i ricercatori Herbert R. Shaw e James G. Moore dell’USGS (United States Geological Survey) hanno riportato che grandi colate laviche sottomarine, a loro volta, potrebbero produrre anomalie termiche in grado di interrompere il processo ciclico del mare, il che può essere un fattore nella genesi di El Niño. Secondo i ricercatori, i principali eventi magmatici associati alla fluttuazione della sismicità lungo la catena del Pacifico orientale, sono possibili a intervalli più lunghi e potrebbero spiegare episodi di grande entità di El Niño, come il 1982-1983.

In un altro articolo (“Tettonica a placche e il ciclo El Niño“), pubblicato nell’aprile 2003, Maria Gausman analizza la frequenza dei terremoti, eruzioni vulcaniche, tsunami e la loro correlazione con il SOI (Southern Oscillation Index), una variabile utilizzata per monitorare il ciclo ENSO nel Pacifico equatoriale. “La correlazione delle varie attività tettoniche con la SOI non ha mostrato alcuna correlazione tra gli eventi.” Nel grafico dello studio (sopra), tuttavia, lo scienziato evidenzia un maggior numero di terremoti immediatamente precedenti e seguenti eventi gli eventi temporali di El Niño.

Quindi, ci sono studi scientifici che sostengono diverse teorie che sono ancora contraddittorie, e l’argomento solleva ancora più domande che risposte, come del resto è fatta la scienza in generale.

Fonte : http://www.meteoportaleitalia.it/sismologia/sismologia/editoriali-sismologia/15956-il-controverso-rapporto-tra-el-nino-e-l-attivita-sismica-nel-pacifico.html