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SOLAR DRYAS MINIMUM : LA SUPERFICIE GLACIALE AVANZA DA 10.000 ANNI


Ci siamo fatti l’opinione che l’attuale decremento generale delle massa glaciale in diverse catene montuose in tutto il mondo rappresenti un anomalia prodotta da un drammatico aumento della temperatura, quasi come se la temperatura terrestre fosse una costante quanto quella gravitazionale.
Addirittura ci siamo fatti la tesi che non esistono più le mezze stagioni e che le nevicate sarebbero diventate un remoto ricordo della nostra storia.
Tale errore deriva dal fatto la terminologia delle quattro stagioni elabori un’ordinata transizione di temperature sempre più miti a sempre più fredde in modo graduale e viceversa quando si va verso la primavera.
Nella realtà dei fatti tuttavia le cose diventano semplici quando constatiamo che in realtà quasi nessuno riesce ad elencare nella propria memoria collettiva l’anno esatto o una sequenza di anni in cui l’estate è stata particolarmente fredda o rovente, oppure un inverno sia stato con o senza neve.
Nel 2006/2007 per esempio l’inverno nel nord Italia fu quasi del tutto senza neve e pressoché mite, nell’inverno 2007/2008 invece la neve cadde normalmente e il freddo arrivò puntuale, nel 2008/2009 invece l’inverno fu particolarmente freddo e nevoso, superando alcuni record di 20 anni prima, e lungo la catena alpina caddero metri di neve.
Andando indietro nei decenni scopriamo che nevicate eccezionali c’erano già allora come prolungati periodi siccitosi e inverni senza neve, di conseguenza la tesi della fine delle mezze stagioni è più una carenza della memoria storica popolare piuttosto che un reale fatto moderno.
La stessa tesi che l’attuale tasso di riscaldamento delle medie latitudini e il ritiro della massa glaciale in diversi settori del pianeta rappresentino un’anomalia, causata dall’ipotesi che l’anidride carbonica dell’industrializzazione umana accumulandosi nell’atmosfera abbia a alimentato un costante aumento della temperatura globale manca di qualunque base ed evidenza.
La crescita delle foreste su scala mondiale nel corso degli ultimi decenni in realtà può essere considerato l’unico reale effetto di tale industrializzazione, ma ciò comporta solo ad aumentare il tasso di umidità e di ossigeno nell’atmosfera con effetti positivi contrariamente a quelli sostenuti da organizzazioni di alternativi esperti che hanno saputo fare del linguaggio scientifico uno strumento per alimentare il proprio consenso politico e il profitto economico, tanto da alimentare un notevole effetto controproducente sulla classi politiche di interi paesi, come si può osservare dalle proteste diffuse in tutta Europa a causa della tassa sul carbonio che ha determinato un incremento del prezzo di elettricità e carburanti a danno delle società.
Tuttavia se dovessimo dare un occhiata più accurata al ritiro della massa glaciale, dovrebbe sorprendere una cosa più di ogni altra: il disgelo delle masse glaciali è stato davvero molto basso, troppo per sostenere una reale tesi che il pianeta si sia realmente scaldato, al contrario sembra che il recente aumento termico del recente XX e XXI secolo sia stato davvero troppo basso rispetto ai secoli scorsi.
Il tasso di ritirata della massa glaciale globale nonostante sia continuato in questi anni, è notevolmente minore rispetto al passato.
“La ritirata dei ghiacciai dopo il 1925 divenne rapida. Fu quasi interamente durante il riscaldamento del pre1950 del XX secolo che i ghiacciai alpini scomparvero dai fondovalle alle montagne. Allo stesso modo grandi ritiri si sono verificati in Scandinavia, Islanda, Groenlandia, nelle Americhe e sulle alte montagne vicino all’equatore. ” ha concluso lo scienziato H.H. Lamb in Climate, History, and the Modern World (1982), pg. 248.
Un nuovo documento scientifico ha concluso che il riscaldamento pronunciato che si è verificato durante gli anni che vanno dagli anni ’20 agli anni ’40 ha sciolto i ghiacciai dell’Islanda del Nord molto più estensivamente e ad un ritmo molto più rapido di quello osservato negli ultimi decenni.
Durante gli anni 1960 a 1980, i tassi di scioglimento dei ghiacciai non solo ha rallentato tra il 1920 al 1940, la massa glaciale in realtà e avanzata in alcuni casi, a causa di decenni di raffreddamento.
È solo dalla metà degli anni ’90 che i ghiacciai hanno iniziato a sciogliersi in continuazione, ma con minor vigore di quanto non fossero nella prima metà del XX secolo.
Fernández-Fernández e coautori (2017) indicano che i ghiacciai islandesi studiati si sono sciolti in media di oltre 1.000 metri (1.062) tra la fine dell’800 e il 1946.
Ma dal 1947 al 2005, questi stessi ghiacciai si sono ritirati solo di una media di 272 metri in più.
In altre parole, circa il 75% del disgelo dalla fine della Piccola Età del Ghiaccio (la fine del XIX secolo) avvenne prima della metà degli anni ’40.
Non c’è nulla di sorprendente in tutto ciò dal momento che nel periodo tra il 1913 e fino al XX secolo l’incremento radiativo solare ha determinato un incremento delle temperature su scala globale.
Il fatto interessante che sorge mettendo insieme un mosaico di dati sullo status delle masse glaciali del passato, mostra come già nel Periodo Caldo Romano, i ghiacciai della catena alpina erano assai molto più ridotti rispetto all’attuale Periodo Caldo Moderno.
Ulrich Joerin, uno scienziato svizzero erano in piedi davanti al ghiacciaio della Tschierva in Engadina, in Svizzera, a 2.200 metri (7.217 piedi). “Alcune migliaia di anni fa, qui non c’erano ghiacciai”, dice. “All’epoca saremmo stati in mezzo a una foresta.” Scava nel terreno con il suo scarpone da montagna finché non appare qualcosa di scuro: un vecchio tronco d’albero, coperto di ghiaccio, levigato dall’acqua e quasi nero per l’umidità. “Ed ecco la prova”, disse Joerin.
“All’epoca dell’Impero Romano, ad esempio, il fronte ghiacciaio era di circa 300 metri più in alto di oggi”, dice Joerin.
Anzi, probabilmente Annibale non vide mai un singolo pezzo di ghiaccio quando attraversò le Alpi con il suo esercito.
Il cambiamento più drammatico nel paesaggio avvenne circa 7.000 anni fa.
A quel tempo, l’intera catena montuosa era praticamente priva di ghiacciai – e probabilmente non a causa della mancanza di neve, ma perché il sole scioglieva il ghiaccio.
Anche la linea di legname era più alta di allora.
La conclusione degli scienziati mette i ghiacciai scomparsi degli ultimi 150 anni in un contesto completamente nuovo:
“Negli ultimi 10.000 anni, il cinquanta per cento delle volte, i ghiacciai erano più piccoli di oggi”, afferma Joerin in un saggio scritto insieme al suo consulente di dottorato Christian Schluechter.
Alcuni esperti hanno riconosciuto la tesi con grande interesse.
Includono Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research, che ha studiato i risultati di Schluechter.
Anche lui ritiene possibile che i ghiacciai alpini fossero più piccoli di quanto non siano oggi.
Non si tratta tuttavia solamente della Catena Alpina ad aver avuto un clima simile, ma piuttosto l’intero emisfero settentrionale era molto più mite e privo di ghiacciai di quanto non lo fosse nel periodo odierno.
I dati derivanti dalla Groenlandia mostrano che fino a migliaia di anni vasta parte dell’Oceano Artico era sgombra dalla banchisa, molto più di quanto non lo fosse oggi.

La mappatura recente di un certo numero di dorsali montuose sollevate sulla costa settentrionale della Groenlandia suggerisce che la copertura di ghiaccio nel oceano Artico è stata notevolmente ridotta circa 6000-7000 anni fa. L’oceano Artico potrebbe essere stato periodicamente senza ghiaccio.
“Il clima nelle regioni settentrionali non è mai stato più mite dall’ultima era glaciale di circa 6000-7000 anni fa. Non sappiamo ancora se l’Oceano Artico fosse completamente privo di ghiaccio, ma c’era più acqua libera nella zona a nord della Groenlandia di quanto lo sia oggi “, dice Astrid Lyså, geologo e ricercatore presso il Geological Survey of Norway (NGU) .
Insieme con la sua collega NGU, Eiliv Larsen, ha lavorato sulla costa nord della Groenlandia con un gruppo di scienziati del Università di Copenhagen, mappando i cambiamenti a livello del mare e studiando un certo numero di caratteristiche del litorale. Ha anche raccolto campioni di legni provenienti dalla Siberia oAlaska e aveva datato questo, e ha raccolto gusci e microfossili dai sedimenti della riva.
“L’architettura di una spiaggia sabbiosa dipende in parte dal fatto che l’attività delle onde o la banchisa abbia influenzato la sua formazione.
I crinali della spiaggia, che sono generalmente distinti, lunghissimi, ampi tratti paralleli al litorale, si formano quando c’è attività delle onde e tempeste occasionali. Ciò richiede periodicamente acqua aperta “, dice Astrid Lyså.
Le creste di ghiaccio che si formano quando il ghiaccio galleggiante viene pressato sulla spiaggia, accumulando sedimenti sulla riva che si trovano sul suo percorso, hanno un carattere completamente diverso.
Sono generalmente più corti, più stretti e di forma più irregolare.
“Le dorsali della spiaggia che avevamo datato circa 6000-7000 anni fa erano modellate dall’attività delle onde”, dice Astrid Lyså.
Si trovano alla foce del fiordo di Independence, nel nord della Groenlandia, su una pianura aperta e piatta che si affaccia direttamente sull’Oceano Artico.
Oggi, il ghiaccio galleggiante forma una copertura continua dalla terra qui.
Astrid Lyså afferma che tali vecchie formazioni da spiaggia richiedono che il mare fino al Polo Nord sia periodicamente privo di ghiaccio per lungo tempo.
“Questo è in netto contrasto con la situazione attuale in cui si formano solo le creste ammucchiate dal pack di ghiaccio”, afferma.
Un’altro studio conclude che ancora poche migliaia di anni prima l’Oceano Artico era allo stesso modo sgombro dalla superficie glaciale.
Nuove conclusioni da parte di esperti (Mangerud e Svendsen, 2018) rivelano che durante il precoce periodo Holocene, quando le concentrazioni di CO2 si aggiravano intorno ai 260 ppm, “specie esigenti dal calore” vivevano in località 1.000 km più a nord di dove sono oggi nelle Svalbard artiche, indicando che le temperature estive devono essere state circa “6 ° C più calde di quelle attuali” .
Prove a carico di altri due nuovi documenti suggeriscono che lo Stretto di Hinlopen di Svalbard potrebbe aver raggiunto circa 5 – 9 ° C più caldo del 1955-2012 durante l’Olocene Iniziale (Bartels et al., 2018), e la Groenlandia potrebbe essere stata “da 4.0 a 7.0 ° C più calda che moderno [1952-2014] “tra 10.000 e 8.000 anni fa, secondo le prove trovate nelle formazioni rocciose sul fondo di antichi laghi (McFarlin et al., 2018).
Questo equivale a confermare che le temperature del periodo attuale sono molto più basse di quanto non lo fossero migliaia di anni fa, mostrando come il clima sia andato incontro ad un progressivo raffreddamento mentre le masse glaciali con l’alternarsi di periodi meno caldi e più freddi si sono espanse e ritirate ad un tasso minore rispetto al passato.
Un processo di glaciazione che si è fatto sempre più grande con il passare dei millenni dove il clima mite si è spostato sempre più a sud e la neve ha iniziato a cadere in pieno inverno in aree prima temperate e più calde.
Vediamo lo stesso modello dall’Inghilterra al Canada alla Groenlandia dove i vigneti un tempo venivano coltivati in territorio canadese e inglese e la Groenlandia prese il termine del come “Greenland” oppure “Terra Verde.”
Oggi Greenland potrebbe essere soprannominata “Whiteland”.

In tempi medievali i vigneti venivano coltivati in Inghilterra, Russia e Norvegia.
Secondo le prove geologiche pubblicate negli anni ’50, i resti dei vigneti di uva da vino sono stati portati alla luce nelle regioni più a nord dell’orso polare – che abitava il 55 ° parallelo durante il Periodo Caldo Medievale (~ 800 a 1300 d.C.).
Lamb, 1959
” C’era un ottimo clima secondario tra il 400 e il 1200 d.C., il picco probabilmente era 800-1000 dC.
Nel complesso era un periodo caldo e asciutto e apparentemente straordinariamente privo di tempeste nell’Atlantico e nel Mare del Nord.
Era il tempo dell’insediamento di pianura nelle terre sassoni e della notevole fioritura delle culture celtiche e della Northumbria.
Le missioni dalla chiesa celtica in Irlanda furono inviate fino all’Africa e all’Islanda.
Fu anche l’epoca dei grandi viaggi vichinghi e dell’insediamento dell’Islanda e della Groenlandia.
Le prime sepolture norvegesi in Groenlandia erano in un terreno profondo che ora è permanentemente ghiacciato .
Ci sono state diverse visite in America (probabilmente molti viaggi timbrici tra la Groenlandia e il Labrador) e ci sono prove che suggeriscono che almeno una nave vichinga ha attraversato il Passaggio Nord-Ovest e alla fine ha raggiunto il Golfo di California (cfr Ives 1953). ”
“Nel Domesday Book (1085) 38 vigneti furono registrati in Inghilterra oltre a quelli del re . Il vino era considerato quasi uguale al vino francese sia per quantità che per qualità fino a nord come il Gloucestershire e la zona di Ledbury nell’Herefordshire, dove si dice che il terreno assomigli a quello dei distretti del vino del Reno e della Mosella. Anche il bacino di Londra, la valle del Medway e l’isola di Ely erano distretti favorevoli.
I vigneti più settentrionali erano vicini a York [Inghilterra settentrionale], ma il paese più favorito proveniva da Northants e dalla Fenlandia verso sud. Ciò implica temperature estive forse da 1 a 2 ° C più alte di oggi, libertà generale dalle gelate di maggio (particolarmente suggerite dall’esposizione a nord di diversi siti di vigneti bassi, ad esempio a Tewkesbury, nelle Fens e a Teynham, nel Kent) e per lo più buoni Settembre. ”
Vino prodotto in Prussia orientale, Lituania, Norvegia meridionale
” Un tempo (1128-1437) il vino era stato prodotto nella Prussia orientale “.
“L’ uva è cresciuta anche a Tilsit (55 ° N) in Lituania [Russia] …”
“… e nel sud della Norvegia …”
Vino prodotto a 220 metri di altezza più alta del 1959 … e oggi
“… [l’uva cresceva] fino a 780 m sopra il livello del mare nella Foresta Nera [Germania].”
” I vigneti più alti della Germania oggi [1959] sono circa 560 m vicino al Mare di Boden a Baden “.

In Groenlandia invece la memoria storica ci dimostra come durante il Periodo Caldo Medievale una porzione del territorio meridionale aveva resistito all’avanzata delle masse glaciali e manteneva ancora un clima sufficientemente caldo da permettere l’insediamento delle colonie di vichinghi.
Nel 1300 più di 3.000 coloni vivevano su 300 insediamenti distribuiti lungo la costa occidentale della Groenlandia (Schaefer, 1997).
Le ossa di animali e altri materiali raccolti da siti archeologici rivelano che i vichinghi islandesi avevano grosse fattorie con bovini da latte (una fonte di carne), suini, pecore e capre (per lana, capelli, latte e carne). di orzo utilizzato per la fabbricazione della birra e queste aziende erano situate vicino alle scogliere di uccelli (fornendo carne, uova e sdraiate) e zone di pesca costiere.
La pesca è stata fatta principalmente con linee a mano o da piccole imbarcazioni che non si avventurano all’orizzonte (McGovern e Perdikaris, 2000)
Ivar Bardsson, un prete norvegese che abitava in Groenlandia dal 1341 al 1364, ha scritto: “Da Snefelsness in Islanda, alla Groenlandia, due giorni e tre notti. Commerciando verso ovest … In mare ci sono scogliere chiamate Gunbiernershier, che era la vecchia via, ma ora il ghiaccio era venuto dal nord, così vicino alle scogliere che nessuno può navigare dall’antico percorso senza rischiare la sua vita “. (Ladurie, 1971.)

Nel 1492 il papa si lamentava che nessun vescovo avesse potuto visitare la Groenlandia per 80 anni a causa del ghiaccio (Calder, 1974).
Oggi la Groenlandia si presenta come un territorio estremamente freddo adatto per pochi abitanti residenti da generazioni adattate a quel clima freddo.
Tuttavia la Groenlandia si sta ancora raffreddando e la stessa superficie del Mar Glaciale Artico è maggiore oggi di quanto non lo fosse mezzo secolo fa, mostrando come il processo di glaciazione seppur rallentato dal recente moderatamente mite Periodo Caldo Moderno, prosegue.
Secondo un articolo pubblicato nel Journal of Geophysical Research, lo spessore medio osservato del ghiaccio marino nella regione a nord di (Artico) Svalbard era sostanzialmente più sottile (0,94 m) nel 1955 di quanto non fosse negli ultimi anni (~ 1,6 m , 2015/2017).

Uno studio di Mikkelsen et al., 2018 conclude che le temperature superficiali della Groenlandia che risalgono a oltre 150 anni sono inferiori a quelle degli anni ’30.

Fonte: Mikkelsen et al., 2018 , Figura 2. Anomalie di temperatura superficiale ottenute da (KNMI), “Twentyeth Century Reanalysis V2c” dal 1851 al 2011 in una scatola che va da 68 N a 80 N e da 25 a 60 W.

Guardando il grafico della temperatura superficiale della Groenlandia sopra, vediamo che il mercurio è crollato di circa 5 ° C dagli anni ’30 agli anni ’80, prima di rimbalzare per fortuna negli anni ’90 e ‘2000.
Inoltre, con grande sorpresa degli scienziati del riscaldamento globale, le temperature della Groenlandia sono nuovamente scese dal 2000. Westergaard-Nielsen et al., 2018 ha esaminato le tendenze più recenti e dettagliate basate su MODIS (2001-2015) e ha concluso che se c’è una tendenza generale per la Groenlandia che è “per lo più di raffreddamento”.
Anche l’Islanda rispetto al passato sta diventando sempre più fredda e la massa dei ghiacciai del periodo attuale mostra chiaramente un maggiore volume rispetto al passato.
Più dell’11% del territorio dell’Islanda è ricoperto dalla coltre glaciale, tra la quale il Vatnajokull che è il più esteso d’Europa.

Prima degli insediamenti umani del X secolo, gli alberi coprivano circa il 30-40% dell’isola, ma oggi gli unici esempi di foresta di betulle sono a Hallormstaðarskógur e Vaglaskógur.
Quando i vichinghi arrivarono prima in Islanda durante l’anno 874, tutte le pianure islandesi erano coperte di superfici forestali, anche se solo di betulla, sorbo e salice, la copertura forestale era di circa il 25-40%.
Durante gli anni 800 dC – 1200 dC, la Groenlandia e l’Islanda sono state conquistate e abitate dai Vichinghi, proprio per il fatto che in quel periodo esisteva un clima di gran lunga più caldo dell’attuale.
Sull’Atlas Danicus islandese (1684) vi è un racconto di un’eruzione vulcanica a Grímsvötn e nel cosiddetto ghiacciaio Gríms Vatna Jökull.
Mappe che per la prima volta mostrarono la caldera nella giusta posizione apparve nel 1730.
Ma man mano che i ghiacciai avanzarono, le storie divennero meno chiare e cominciarono a sembrare quasi mitiche.
Questo sembra confermare che probabilmente a causa di eruzioni la massa glaciale sulla superficie del ghiacciaio Vatnajokull era assai minore rispetto al periodo attuale, e successivamente è andata incrementando con il passare dei secoli fino al periodo attuale dove ancora oggi la caldera del vulcano è circondata dalla spessa massa glaciale.
Oggi come oggi, le superfici glaciali dell’Islanda sono ancora molto estese e secondo recenti osservazioni scientifiche sono in aumento.
Negli anni passati, i ghiacciai Vatnajökhul e Langjoökull hanno perso circa 1,5 metri di ghiaccio ogni anno, misurato dall’autunno all’autunno.
Nell’anno 2018 hanno invertito la tendenza.

Hofsjōkull è cresciuto leggermente, mentre Mýrdalsjōkull “ha un’aggiunta davvero significativa”.
Questi sono i più grandi ghiacciai in Islanda. Hofsjökull è il terzo ghiacciaio più grande in Islanda dopo Vatnajökull e Langjökull, mentre Mýrdalsjōkull è la quarta maggiore calotta glaciale del paese.

Non solo è stato più freddo, agosto ha visto più nevicate del solito.
In effetti, recentemente a Akureyri sono caduti più di un metro di neve
Akureyri, la seconda città più grande in Islanda, è stata avvolta da una tempesta di neve in stile alpino che ha scaricato più di 105 cm di neve in meno di 24 ore.

Se osserviamo i dati ricavati dai carotaggi in Groenlandia, essi indicano che nel corso degli ultimi 10.000 anni i periodi caldi sono diventati sempre più brevi alternati da periodi freddi sempre più lunghi.
Questo spiega la ragione per la quale con il passare dei millenni la presenza di ghiaccio negli archivi geologici sembra farsi sempre più consistente, mentre più lontano andiamo meno presenza di ghiacciai viene ritracciata lungo le catene montuose: il fronte artico si sposta lentamente verso sud e la linea delle nevi tende ad abbassarsi.
E’ una tendenza della durata di 10.000 anni alternata da picchi caldi sempre più in decrescita e come il Periodo Caldo Romano, il Periodo Caldo Medievale e il Periodo Caldo Moderno, succeduti da picchi al ribasso sempre più freddi e lunghi le cosiddette Piccole Età del Ghiaccio (Piccole Ere Glaciali).

Ricostruzione dell’attività solare oltre 11.400 anni. Periodo di altrettanto alta attività oltre 8.000 anni fa segnato.
Ciò che appare interessante è che allo stesso ritmo anche l’intensità dell’attività solare sembra decrescere nel corso degli ultimi millenni.
Per qualche strana ragione geologica ciò sembra essere connesso con le escursioni del campo magnetico in un ciclo di 10.000 anni.

Durante le evidenziate escursioni magnetiche, il clima discende da periodi di caldo come quello di oggi a una vera e propria glaciazione in meno di 20 anni. (Kya = migliaia di anni fa).

Riferimenti:
http://www.ngu.no/sciencepub/eng/pages/Whatsup_20_10_08.html
http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0959683617715701
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/bor.12325
http://www.pnas.org/content/early/2018/05/30/1720420115.short
https://rmets.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/j.1477-8696.1959.tb00533.x
https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/2017JC012865
https://www.the-cryosphere.net/12/39/2018/tc-12-39-2018-supplement.pdf
https://www.nature.com/articles/s41598-018-19992-w

Largest glaciers in Iceland growing for first time in decades


https://icelandmag.is/article/icelandic-glaciers-expand-first-time-over-20-years

Fonte originale: https://2020ce.blogspot.com/2018/12/solar-dryas-minimum.html

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Un minimo di Maunder decisamente discusso in questo 2015

Disegno di un gruppo di macchie solari osservate nel mese di agosto 1671, come pubblicato nel numero 75 della Philosophical Transactions, corrispondente al 14 agosto 1671.

Premessa

In questo 2015, l’indagine e lo studio sul conosciuto minimo solare del Maunder è tornato decisamente in auge. Due carte sono state pubblicate. A Febbraio, in una carta scientifica pubblicata da Zolotova & Ponyavin a titolo :  “Il Minimo di Maunder non è un grande minimo come sembrava essere”, si affermava che in detto periodo storico l’assenza delle macchie solari non era stata così totale come si pensava. A Maggio, l’accademico Vaquero e colleghi pubblicano una carta a titolo : Livello e durata della ciclica attività solare durante il minimo di Maunder, come dedotto statisticamente dall’ attività giornaliera”.  Adesso, abbiamo un terzo documento a prima firma Ilya Usoskin a titolo : Il minimo di Maunder (1645-1715) è stato davvero una grande minimo: Una rivalutazione da più datasets

Sommario dello studio

  • Obiettivi. Anche se il noto perido del minimo di Maunder (1645-1715) è conosciuto come un periodo di estremamente bassa attività solare, affermazioni recenti, mettono in discussione che l’attività solare in quel periodo potrebbe essere stata moderata o addirittura superiore rispetto a quella dell’attuale ciclo solare 24. In questa ricerca abbiamo rivisitato tutti i set di dati esistenti, sia diretti che indiretti, per valutare il livello dell’attività solare durante il minimo di Maunder.
  • Metodi. Discutiamo le asiatiche osservazioni delle macchie solari ad occhio nudo, le osservazioni solari con i telescopici, la frazione delle macchie solari giornaliere attive, l’estensione, la latitudine e la posizione delle macchie solari, gli avvistamenti delle aurore alle alte latitudini, i dati dei radionuclidi cosmogenici così come le osservazioni delle eclissi solari per quel periodo. Consideriamo anche le caratteristiche peculiari del Sole (la forte asimmetria emisferica di posizione delle macchie solari, l’insolita rotazione differenziale e la mancanza della K-corona) che implica una modalità speciale dell’attività solare durante il minimo di Maunder.
  • Risultati. Il livello dell’attività solare durante il minimo di Maunder è rivalutato sulla base di tutti i set di dati disponibili.
  • Conclusioni. Concludiamo che l’attività solare era davvero ad un livello eccezionalmente basso durante il minimo di Maunder. Anche se il livello esatto non è ancora chiaro, è stato sicuramente inferiore a quello occorso durante il minimo di Dalton, intorno al 1800 e nettamente inferiore a quello del corrente ciclo solare 24. Le rivendicazioni di un livello moderato-alto dell’attività solare durante il minimo di Maunder vengono quindi respinte a un livello elevato di fiducia.

Figura n°1La Figura n°1 ripresa dalla carta : Numero del gruppo annuale delle macchie solari durante e intorno al minimo di Maunder, secondo Hoyt & Schatten (1998) – GSN, Zolotova & Ponyavin (2015) – ZP15, e modello proposto da Vaquero et al. (2015A) (vedi par. 2.1), come indicato nella legenda.

La ricerca : http://arxiv.org/pdf/1507.05191v1

Livello e durata della ciclica attività solare durante il minimo di Maunder, come dedotto statisticamente dall’ attività giornaliera

di JM Vaquero, GA Kovaltsov, IG Usoskin, VMS Carrasco e MC Gallego
A & A, 577 (2015) A71

Pubblicato online il 6 maggio 2015

Doi : http://dx.doi.org/10.1051/0004-6361/201525962

Riassunto

 

Obiettivi.

Il minimo Maunder (MM), noto periodo dalle notevolmente attività solare ridotta ha avuto luogo tra il 1645-1715, ma l’esatto livello dell’attività solare è incerta perché si basa, in larga misura, su dichiarazioni generiche storiche dell’assenza di macchie sul Sole. Utilizzando un approccio conservativo, ci proponiamo di valutare il livello e la durata del ciclo solare durante il MM, sulla base di documenti storici diretti da astronomi di quel tempo.

Metodi.

Un database dei giorni attivi e non attivi (giorni con e senza macchie solari registrate sul disco solare) è costruito per tre modelli di differenti livelli di conservatorismo (libero, ottimale e modello rigido) in materia di generici record non in loco. Abbiamo usato la frazione giornaliera attiva per stimare il numero di gruppo di macchie solari durante il MM.

Risultati.

Una chiara variabilità ciclica si trova in tutto il MM con picchi dell’attività solare intorno al 1655-1657, 1675, 1684, 1705, ed eventualmente nel 1666, con la frazione attiva giorni non superiore a 0,2, 0,3, 0,4 o durante il nucleo MM, per i tre modelli . Il numero di macchie solari stimate si trova ad essere molto basso in accordo con un grande minimo dell’attività solare.

Conclusioni.

Per il nucleo MM tra il 1650-1700, abbiamo trovato che (1) Una grande porzione di registrazione non-spot, che corrispondono alle osservazioni meridiani solari, può essere inaffidabile nel database convenzionale. (2) La frazione dell’attiva giornaliera è rimasta bassa (al di sotto di 0,3-0,4) in tutto il MM, ciò indica un basso livello di attività delle macchie solari. (3) Il ciclo solare appare chiaramente nel nucleo MM. (4) La durata del ciclo solare durante il nucleo MM appare di 9 ± 1 anni, ma questo è incerto. (5) La grandezza del ciclo delle macchie solari durante MM è valutato al di sotto 5-10 in numero di macchie solari. L’ipotesi di cicli ad alta attività solare durante il MM non è confermata.

Dalla sezione : “Lunghezza dei cicli solari” :

“….Ci sono quattro massimi dell’attività solare nel nucleo centrale del MM, tra il 1657 e il 1684. Questo porta ad una stima della durata media del ciclo solare (max-to-max) di 9 ± 1 anni. Tuttavia, la nostra visione dell’evoluzione ciclica dell’attività delle macchie solari durante MM è incerta a causa della situazione poco chiara intorno al 1648, 1666 e 1693. Se assumiamo due ipotetici massimi solari mancanti durante questi periodi; per esempio, Waldmeier (1961) ha proposto un ciclo con massimo nel 1649, mentre Usoskin et al. (2001) suggerivano un massimo intorno 1695, così si può stimare una durata media dei cicli solari nel MM (1636-1711) che potrebbe essere di 9,5 ± 0,5 anni. Se, tuttavia, si assume che non c’erano ulteriori massimi nel ciclo solare intorno al 1648 e il 1693, la durata media del ciclo (max-to-max) sarebbero di 13,2 ± 0,6 anni. In questo caso, tuttavia, la lunghezza dei singoli cicli varia notevolmente, tra i 9 ei 18 anni. La stima della durata del ciclo è simile ma leggermente più breve rispetto ai risultati proposti da Mendoza (1997) e Usoskin et al. (2001), che suggeriscono una lunghezza del ciclo di 10,5-11 anni durante il MM con osservazioni delle macchie solari. Nel frattempo, il raggruppamento dell’attività con intervalli di  ≈20 anni (1650-1670, 1670-1690, e 1690-1710) è chiaramente visibile, in accordo con i risultati precedenti di una dominante periodicità di 22 anni durante il MM (Usoskin et al. 2001). Questo raggruppamento dell’attività, tuttavia, potrebbe anche essere prodotto dalla scarsità di dati affidabili nel 1648, 1669, e 1693...”

Sulla piattaforma personale di Ilya Usoskin è possibile scaricare l’intero documento : http://cc.oulu.fi/~usoskin/personal/aa25962-15.pdf

 

Fonte : https://tallbloke.wordpress.com/2015/05/08/level-and-length-of-cyclic-solar-activity-during-the-maunder-minimum-as-deduced/

Il caso delle macchie scomparse (5° ed ultima parte)

Svariate testimonianze dimostrano che, tra il 1645 e il 1715, l’attività solare subì un drastico rallentamento: probabilmente quello non fu un episodio isolato

– Articolo ripreso dalla rivista “Le scienze” n°109 del Settembre 1977 su segnalazione del nostro Zambo-

La prima parte è disponibile al seguente link : http://daltonsminima.altervista.org/?p=22855

La seconda parte è disponibile al seguente link : http://daltonsminima.altervista.org/?p=22892

La terza parte è disponibile al seguente link : http://daltonsminima.altervista.org/?p=24552

La quarta parte è disponibile al seguente link : http://daltonsminima.altervista.org/?p=25968

Fig.N°8

Le variazioni nell’attività del Sole a partire dall’Età del bronzo possono essere dedotte dall’abbondanza di carbonio 14 negli anelli di crescita di Pinus aristata, usando il minimo di Maunder per calibrare le variazioni del carbonio 14 in termini di variazioni solari. Le escursioni più pronunciate nei dati del carbonio 14 sono rappresentate dal grafico in alto; ampiezza e durata di tali escursioni sono state ricavate dalle informazioni sul carbonio 14. In base a questi dati, l’autore ha ricavato la curva della storia dell’attività solare (seconda dall’alto}. Tale curva pub essere vista come l’inviluppo su lunga scala dell’ampiezza di un possibile ciclo delle macchie solari. E’ evidente che negli ultimi 5000 anni ci sono state almeno 12 variazioni dell’attività solare pronunciate quanto il minimo di Maunder; i nomi suggeriti per le variazioni precedenti fanno riferimento all’epoca storica. Sono poi rappresentate una stima della temperatura media annuale in Inghilterra a partire dall’anno 1000 (al centro) e una curva che descrive il rigore degli inverni a Parigi e a Londra (seconda dal basso). L’ultima curva da i tempi in cui i ghiacciai alpini avanzarono o si ritirarono. Per gli ultimi 5000 anni tutte le curve climatologiche sembrano seguire le variazioni a lungo termine dell’attività solare.

A questo punto non mi rimane che un ultimo confronto, un confronto che come suggerì una volta Maunder, può collegare le variazioni di attività solare a lungo termine con effetti importanti sulla Terra. Il minimo di Maunder corrisponde quasi esattamente alla punta più fredda della “piccala età glaciale”, un periodo di freddo insolitamente intenso in Europa dal XVI secolo. Nei momenti più freddi di quel periodo la temperatura media era più bassa di quella odierna di circa un grado centigrado, secondo il climatologo britannico Hubert H. Lamb.

In quel periodo i ghiacciai alpini si spinsero più avanti di quanto avessero mai fatto dopo l’ultima grande glaciazione 15 000 anni fa. In quel periodo andò distrutta la colonia scandinava nella Groenlandia sud occidentale, isolata dal resto del mondo dal ghiaccio della banchisa che per anni e anni non si sciolse.

E’ possibile che quell’anomalia del clima – il più rigido dell’ultimo millennio – sia correlata alla lunga assenza delle macchie solari?

E’ possibile che la sparizione delle macchie solari e la modifica delle caratteristiche della rotazione solare indichino che il flusso di radiazione dal Sole e diminuito leggermente`?

I modelli moderni che descrivono il clima mostrano che periodi di freddo su scala mondiale, freddi quanta la piccola  era glaciale, possono essere prodotti da una diminuzione non più grande dell’uno per cento della radiazione solare totale, un cambiamento cosi  impercettibile che sarebbe difficilmente rivelabile con misure dirette, anche se durasse per decenni.

D`altra parte e possibile che la coincidenza sia casuale, cioè che il minimo di Maunder e la piccala et glaciale siano anomalie prive di qualsiasi  correlazione. Un collega mi mise in guardia, un giorno, dai rischi cui si va incontro facendo simili associazioni: egli fece notare che si potrebbe ipotizzare  altrettanto bene una connessione tra il minimo di Maunder e il contemporaneo regno di Luigi XIV. Potremmo dunque affermare che un minimo  prolungato delle macchie solari produce un Re Sole ?

Ora pero che i dati sul carbonio 14 hanno reso disponibile un’estesa registrazione della storia del Sole, possiamo verificare se esiste una correlazione  significativa tra i cambiamenti solari e il clima, confrontando tutte le variazioni solari di maggiore ampiezza, dedotte dalle variazioni del carbonio 14,  con la storia del clima nello stesso periodo. Nel fare questo confronto saremo limitati soprattutto dall’incertezza nella registrazione del clima: infatti,  ormai conosciamo meglio la storia del Sole che non quella del nostro stesso pianeta !

Ho confrontato la storia del Sole dedotta dal carbonio 14 con la storia del clima mondiale che Lamb e altri hanno derivato da resoconti storici  e dall’avanzare e regredire dei ghiacciai alpini. A ogni diminuzione dell’attività solare, quale fu per esempio il minimo di Maunder delle macchie solari,  corrisponde un periodo di avanzata dei ghiacciai in Europa; a ogni aumento dell’attività solare, come il massimo medievale, fa riscontro un periodo di ritiro  dei ghiacciai. Il minimo di Sporer delle macchie solari corrisponde per profondità e durata alla prima grande diminuzione della temperatura nella piccala età glaciale.  Il massimo medievale di attività solare corrisponde alla calda età medievale ben studiata, in cui la temperatura media mondiale fu elevata quanta quella odierna, se non di più. Questi risultati preliminari sul confronto tra storia solare e clima rivelano che i cambiamenti sul Sole sono la causa principale delle variazioni climatiche di durata compresa tra 50 anni e varie centinaia di anni.

Stranamente, la connessione evidente tra le variazioni solari e quelle climatiche ci può dire poco sugli effetti che i cambiamenti solari a breve periodo, come il ciclo di 11 anni delle macchie, potrebbero `avere sulle condizioni atmosferiche a breve termine. Trattando il minimo di Maunder o il massimo medievale non ci occupiamo dei singoli su e giù connessi al ciclo delle macchie, ma solo dell’inviluppo a lungo termine che connette i picchi di molti cicli. E possibile, secondo me, che l’inviluppo lentamente variabile sia il riflesso di piccole variazioni, di pochi percento,  nell’emissione totale di energia dal Sole, variazioni che potrebbero essere indipendenti dal fatto che il ciclo di 11 anni fosse in fase di massimo o di minimo. Un’emissione solare variabile potrebbe modulare l’ampiezza o l’intensità di una successione continua di cicli undecennali, tutti dotati di un picco e di una valle. Come avviene per i segnali radio a modulazione di ampiezza, il messaggio non sarebbe trasportato dai singoli cicli dell’oscillazione continua, ma dalla loro variazione in ampiezza, cioè, essenzialmente, dall’inviluppo dei picchi.

L’intensità del ciclo delle macchie solari potrebbe essere modulate. per mezzo della dinamo salare, quando lente variazioni nel flusso de1l’energia solare  alterano la struttura della zona convettiva del Sole e, conseguentemente, lo schema di flusso alla superficie. E possibile che l’irraggiamento del Sole sia  quasi del tutto indipendente dalla fase del ciclo undecennale delle macchie salari. Un meccanismo di questo tipo potrebbe spiegare perché gli studi sulla  connessione tra il Sole e le condizioni atmosferiche non abbiano mai dato risultati positivi, quando si cercavano correlazioni col ciclo undecennale delle macchie,  il quale potrebbe essere solo la frequenza portante.

Sembrerebbe dunque che Maunder e Sporer avessero ragione e che la maggior parte di noi abbia avuto torto. Come capita spesso nella corsa in avanti della scienza  moderna abbiamo dimenticato troppo in fretta il passato, abbiamo dimenticato che il ciclo delle macchie solari non ha certo un <<pedigree>> perfetto e che la  sua stessa scoperta fu una sorpresa. Abbiamo assunto una sorta di postulate di uniformità del Sole, supponendo arbitrariamente che il suo comportamento odierno  fosse quella normale su scale temporali molto pin lunghe. Come uomini e come scienziati abbiamo sempre voluto che il Sole fosse migliore delle altre stelle, e migliore anche di quanto sia in realtà. Molto tempo fa si pensava che il Sole fosse perfetto, e quando il telescopio dimostro che c’erano macchie sulla sua superficie si trovo sollievo pensando che per lo meno avesse un comportamento regalare. Ora appare chiaramente che tutto ciò non è vero, e che probabilmente il Sole non ha nemmeno un’emissione costante. Sapere tutto questo  ci apre però la via verso una più completa conoscenza del Sole e del suo importante influsso sulla Terra.

 

(Da <<Le Scienze n. 109, settembre 1977.)

Il caso delle macchie scomparse (4°parte)

Svariate testimonianze dimostrano che, tra il 1645 e il 1715, l’attività solare subì un drastico rallentamento: probabilmente quello non fu un episodio isolato

– Articolo ripreso dalla rivista “Le scienze” n°109 del Settembre 1977 su segnalazione del nostro Zambo-

La prima parte è disponibile al seguente link : http://daltonsminima.altervista.org/?p=22855

La seconda parte è disponibile al seguente link : http://daltonsminima.altervista.org/?p=22892

La terza parte è disponibile al seguente link : http://daltonsminima.altervista.org/?p=24552

 

A questo punto del mio lavoro di detective la natura del caso era ovviamente cambiata completamente. Ben pochi dubbi potevano sussistere: Maunder e le antiche compilazioni erano nel giusto. Un ultimo potente indizio restava a disposizione negli anelli annuali di crescita di vecchi alberi.

L’isotopo radioattivo carbonio 14 è prodotto nell’alta atmosfera terrestre dall’azione dei raggi cosmici galattici. Il flusso di quei raggi cosmici è però modulato dall’attività solare, che modifica la struttura del campo magnetico esteso del Sole. Quando il Sole è molto attivo, il suo campo magnetico esteso fa da schermo alla Terra contro parte dei raggi cosmici galattici, cosi che un numero minore di essi può interagire con l’alta atmosfera e solo una quantità più ridotta di carbonio 14 può essere sintetizzata.

Quando il Sole è meno attivo, il suo campo magnetico esteso si indebolisce; la Terra riceve allora una dose più elevata di raggi cosmici e il contenuto di carbonio 14 nell’atmosfera cresce. E vero che la produzione di carbonio 14 non dipende solo dall’attività solare. Ciò nonostante, se potessimo disporre di informazioni precise sulla quantità di carbonio 14 che fu presente nell’atmosfera in passato, avremmo contemporaneamente una indicaziane dell’attività del Sole nei tempi passati. Gli alberi ci forniscono proprio quelle informazioni, già organizzate in suddivisioni annuali mediante gli anelli di accrescimento. Il carboniò 14 sintetizzato nell’alta atmosfera finisce negli alberi con l’assorbimento di anidride carbonica nella fotosintesi. Il rapporto tra l’abbondanza di carbonio 14 e quella dell’isotopo comune del carbonio nell’anidride carbonica all`atto di formazione di ogni anello può essere determinate analizzando il legno che forma l’anello. Questa analisi viene effettuata accuratamente da molti anni in appositi laboratori in cui si studiano gli anelli degli alberi, saprattutto perchè le informaziani sull’abbandanza del carbonio 14 nel passato sono indispensabili per una precisa datazione, mediante carbonio 14, in archeologia e in altre discipline. Numerosi specialisti in quel campo hanno posto in rilievo la potenziale importanza dei dati del carbonio 14 come un metodo per valutare l’attività del Sole nel passato…. Continua la lettura di Il caso delle macchie scomparse (4°parte)