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L’influenza solare sul clima a EGU2017, alcuni documenti scientifici

A metà Aprile e dintorni, come la maggior parte dei nostri lettori affezionati saprà,  il nostro blog si prende una piccola pausa. Nessun nuovo articolo verrà pubblicato. La motivazione è sempre la solita, sono in trasferta in terra austriaca. Vienna, EGU 2017 apre i battenti e anche quest’anno porterò un nuovo contributo scientifico all’assemblea delle geoscienze : http://www.egu2017.eu/

EGU 2017

Arriviamo al dunque, prima di salutarvi e portare il blog in modalità stand-by, spulciando sul portale EGU 2017, ho identificato due interessanti lavori. Documenti, dei quali vi riporto il riassunto. Occhio ai passi in grassetto …

😉

L’influenza della variabilità solare sul verificarsi dei vari tipi di meteo in Europa centrale dal 1763 al 2009

Mikhaël Schwander1,2, Marco Rohrer1,2, Stefan Brönnimann1,2, and Abdul Malik1,2

1Institute of Geography, University of Bern, Bern, 3012, Switzerland
2Oeschger Centre for Climate Change Research, University of Bern, Bern, 3012, Switzerland

Riassunto

L’impatto della variabilità solare sul clima in Europa centrale non è ancora ben compreso. In questo documento utilizziamo una nuova serie di dati temporali di indici meteorologici giornalieri, per analizzare l’influenza del ciclo solare di 11 anni sul tempo troposferico dell’Europa centrale. Utilizziamo una classificazione tipica del clima mensile giornaliero nel periodo 1763-2009 e indichiamo la frequenza dei tipi di meteorologia a livello basso, moderato oppure elevato di attività solare. I risultati mostrano una tendenza con pochi giorni di flusso occidentale e sud-occidentale sull’Europa centrale in condizioni di bassa attività solare. Parallelamente, aumenta la comparsa di fronti di tipo nordorientale e orientale. Le modifiche sono coerenti in diversi sottoperiodi. Per il periodo 1958-2009, una visione più dettagliata può essere ottenuta dalla reanalisi dei dati. Anche l’analisi della pressione a livello del mare con una bassa attività solare mostra un flusso di zona ridotto, con un aumento della frequenza di blocchi tra Islanda e Scandinavia. Le tipologie del meteo e i dati dimostrano che il ciclo solare di 11 anni influenza la circolazione atmosferica tardiva invernale sull’Europa centrale con condizioni più fredde (più calde) durante i periodi con bassa (elevata) attività solare. Le simulazioni di modelli utilizzate per un confronto non riproducono l’impronta del ciclo solare di 11 anni trovato nella reanalisi dei dati.

Fonte : http://www.clim-past-discuss.net/cp-2017-8/

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Attività solare come guida del grande anno minimo solare

Ralph Neuhäuser (1) and Dagmar Neuhäuser (2)
(1) University Jena, Astrophysics, Jena, Germany, (2) independant scholar, Schillbachstr. 42, 07745 Jena, Germany

In questo lavoro si discute il ruolo dell’attività solare sulla variabilità delle temperature dal 550 a 840 DC, circa gli ultimi tre secoli dell’età oscura. Questo intervallo di tempo include il cosiddetto grande minimo solare, la cui parte più profonda è datata fra circa il 650 a 700, dove si è registrato un grande aumento del radiocarbonio, con una diminuzione delle  osservazioni delle aurore ( con una mancanza di avvistamenti delle macchie solari a occhio nudo). Presentiamo relazioni storiche delle aurore di tutte le culture umane, con relazioni scritte in asia orientale, in Arabia e in europa. Per classificare correttamente tali rapporti, sono necessari criteri chiari, che vengono anche discussi. Confrontiamo il nostro catalogo di aurore storiche (e macchie solari) e i dati del C-14, cioè proxy dell’attività solare, con le ricostruzioni della temperatura. Dopo una maggiore attività solare fino al 600 circa, osserviamo una carenza di aurore e una maggiore produzione di carbonio. In particolare nella seconda metà del VII secolo, tipico grande minimo solare. Poi, dopo circa il 690 (il massimo in radiocarbonio, la fine del grande minimo), vediamo aumentare l’attività delle aurore, la diminuzione del radiocarbonio e l’aumentare della temperatura fino a circa il 775 dC. Raggiunto il 775, vediamo la ben nota variabilità C-14 (perdita dell’attività solare), poi immediatamente un’altra mancanza di aurore con un più alto valore C-14, indicando un’altra attività solare minima. Ciò è coerente con una depressione della temperatura occorsa da circa il 775 fino agli inizi del IX secolo. Successivamene un’attività solare molto elevata. I primi quattro decenni con quattro cluster di aurore e tre cluster di sunspot simultanei, e un basso valore C-14, con ancora una volta l’aumento della temperatura. Il periodo di crescente attività solare segnano la fine dei cosiddetto periodo oscuro: Mentre l’attività aurorale aumenta da circa il 793, la temperatura inizia ad aumentare abbastanza esattamente da 800. Possiamo quindi ricostruire i cicli di Schwabe con i dati delle aurore e e del C-14. In sintesi, possiamo vedere una chiara corrispondenza della variabilità dei proxy dell’attività solare e le ricostruzioni della temperatura superficiale. Ciò indica che l’attività solare è un importante driver climatico.

Fonte : http://meetingorganizer.copernicus.org/EGU2017/EGU2017-7224.pdf

Allarme siccità !

Alcuni articoli ripresi dalla rete ……

Veneto, record storico siccità

Secondo il bollettino Arpav  il “Water Scarcity Index” in Veneto, indicatore che rileva la criticità della situazione idrica, è il secondo peggiore degli ultimi 27 anni: solo nel 2002 la situazione era più critica. Come scrive Silvia Giralucci sul Mattino a pagina , le cause sono le poche piogge cadute nella nostra regione da ottobre a oggi. «La piovosità media di marzo è di 70 mm. Già all’inizio del mese avevamo un deficit di precipitazioni di 124 mm accumulato dal 1 ottobre. Non sappiamo quanto pioverà, ma di certo il deficit della risorsa idrica sta ancora peggiorando», spiega Italo Saccardo, responsabile del servizio Idrogeologico dell’Arpav. Ad aggravare la siccità anche la mancanza di neve sulle montagne il cui disgelo avrebbe dovuto in primavera rinforzare le falde. Il deficit di precipitazione nevosa di quest’anno è circa -50% nelle Dolomiti e -70% nelle Prealpi (ne è caduta circa mezzo metro tra Alpi e Prealpi). Se non ci saranno altre nevicate fino alla fine del mese, si tratterebbe del terzo valore più basso dal 1966. «Una delle criticità maggiori in questo momento è quella delle risorse idriche sotterranee – spiega Saccardo – siamo prossimi ai minimi storici. Minimi, preciso, che di solito si colgono in aprile, maggio, non così presto». In sofferenza anche la portata dei maggiori fiumi veneti ancora nettamente inferiore alle medie storiche del periodo. La preoccupazione ora investe il mondo dell’agricoltura che a breve dovrà iniziare il lavoro di semina e irrigazione dei campi.

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Siccità, adesso siamo proprio in emergenza

Agricoltori costretti ad irrigare il grano: “In aprile non era mai successo”. Fiume in secca come in piena estate. Coldiretti preoccupata:a rischio i raccolti.
“Se mi avessero detto che ad aprile avrei dovuto irrigare il grano, non ci avrei creduto”. È il commento del presidente di Coldiretti Rovigo, Mauro Giuriolo, sul protrarsi dell’allarme siccità in Polesine, dove si stanno registrando temperature elevate rispetto alla media ed assenza di precipitazioni.  “Da dicembre ad oggi – ricorda allarmato Giuriolo – sono caduti solo 80 millimetri di pioggia, di cui la maggior parte nella prima settimana di febbraio”.
A preoccupare è anche la portata dei fiumi: “L’Adige, secondo le rilevazioni effettuate a Boara, ha segnato i meno 4,15 metri cubi al secondo ed i sifoni toccano ormai il fondo sabbioso del fiume rendendo vana la loro azione. Addirittura sono stati chiusi a Rosolina dove il cuneo salino ha già superato la barriera antisale”.  La siccità, che sta superando ogni record storico negativo registrato negli ultimi 20 anni, obbliga i coltivatori ad irrigare i campi ma l’acqua scarseggia. “La situazione è paragonabile a quella del periodo estivo ma in primavera le piante attraversano una fase cruciale per la buona riuscita delle produzioni”.
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Siccità, scatta l’allarme per gli ospedali

Solo quello di Feltre è dotato di vasche di accumulo. I vigili del fuoco: «Tutte le strutture sensibili dovrebbero averle»

BELLUNO. Anche gli ospedali bellunesi dovranno dotarsi di vasche di accumulo dell’acqua per gestire un’emergenza, come quella che da due anni sta interessando la provincia. Ad oggi, come rilevato nel corso del vertice in Prefettura dal rappresentante dell’Usl 1 Dolomiti, Mauro Soppelsa, «soltanto l’ospedale Santa Maria del Prato di Feltre è dotato di una vasca che può garantire 4-5 giorni di autonomia idrica alla struttura. Si tratta di acqua potabile che arriva dall’acquedotto e passa attraverso la vasca per poi rifluire nell’acquedotto, questo a garanzia che non si verifichino fenomeni di ristagno». «Dopo l’emergenza dello scorso anno», sottolinea ancora Soppelsa, «l’allora Usl 2 ha chiesto alla Regione Veneto di poter aumentare la portata di questa cisterna. Il piano è quello di realizzarne alcune che possano funzionare con le condotte acquedottistiche tramite il principio dei vasi comunicanti, così da avere sempre il riciclo d’acqua»……

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Siccità, l’allarme di Confagricoltura: “Stagione compromessa per i frumenti”

Il clima di questi mesi, con la scarsità di piogge, rischia di “incidere, e non poco, sui bilanci delle aziende agricole dell’Emilia-Romagna”. E’ quanto sostiene, in una nota, la Confagricoltura regionale secondo cui le colture sono in sofferenza da Rimini a Piacenza e lo stress idrico delle piante sposta inevitabilmente verso l’alto i costi produttivi della campagna 2017″. A giudizio del presidente dell’associazione, Gianni Tosi, le imprese iniziano “l’anno con un +10% di costi aziendali dovuti all’irrigazione anticipata. Speriamo che ci sia disponibilità di risorsa idrica per il territorio e che tale servizio non diventi un ulteriore fardello per gli agricoltori”. A causa della siccità, osserva l’associazione, “è allarme per i produttori di cereali, dal grano al mais: i frumenti, soprattutto i teneri, soffrono per la mancanza di acqua anche perché non è stato possibile alimentarli”. Quindi, conclude Tosi, “la stagione è compromessa se non pioverà nel breve: è lotta contro il tempo per non perdere il raccolto”.

Fonti :

http://www.polesine24.it/Detail_News_Display/Rovigo/siccita-adesso-siamo-proprio-in-emergenza

http://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2017/04/12/news/siccita-scatta-l-allarme-per-gli-ospedali-1.15180949

http://www.sulpanaro.net/2017/04/siccita-le-imprese-agricole-aumentano-costi/

http://www.vvox.it/2017/03/22/veneto-record-storico-siccita/

 

 

Allacciate le cinture, turbolenze in aumento. Gli scienziati: “Colpa del cambiamento climatico”

Un’analisi condotta dall’università di Reading mette per la prima volta in correlazione il riscaldamento globale e l’aumento delle turbolenze ad aria chiara, cioè quelle che si verificano anche in assenza di nubi. Ma si tratta di previsioni a lungo termine

ALLACCIATE le cinture! E rimanete seduti ai vostri posti. In un futuro, anche se in realtà non proprio immediato, sarà meglio essere pronti ad ascoltare questa litania sempre più spesso durante i voli. Perché le turbolenze in aereo si potrebbero verificare in maniera doppia, se non persino tripla, rispetto a quanto accade oggi. Un aumento da associare al cambiamento climatico, sostengono gli scienziati in un nuovo studio che per la prima volta mette in correlazione il riscaldamento della Terra al fastidioso fenomeno che affligge i passeggeri dei viaggi ad alta quota. Un’analisi condotta dall’università di Reading, nel Regno Unito, e pubblicata su Advances in Atmospheric Sciences, un bimestrale che ospita articoli scientifici revisionati.

“Al momento è la fotografia più dettagliata che abbiamo su come le turbolenze aeree risponderanno al cambiamento climatico”, spiega Paul Williams, autore della ricerca. Lo studio ha preso in esame le turbolenze ad aria chiara, così chiamate perché si verificano anche in assenza di nubi, e consistono in una brusca modifica della direzione di provenienza e dell’intensità del vento. Un fenomeno che determina una discontinuità del flusso d’aria che sostiene l’aeroplano, provocando quegli improvvisi e forti sobbalzi che sbatacchiano passeggeri e personale di cabina.

I ricercatori hanno poi utilizzato un modello di simulazione del clima per calcolare in che modo la loro frequenza cambierà a un’altitudine di circa 12 chilometri quando il livello dell’anidride carbonica nell’atmosfera raggiungerà un livello doppio rispetto a quello odierno. Un cambiamento che secondo la letteratura scientifica dovrebbe verificarsi per la fine del secolo, se nulla dovesse mutare: quindi non proprio domani. A queste condizioni, i risultati mostrano che le turbolenze cosiddette leggere aumenteranno del 59%, quelle da leggere a moderate del 75%, quelle moderate del 94%, da moderate a gravi del 127% e gravi del 149%.

“Non è strano che il riscaldamento dell’atmosfera possa determinare un aumento delle turbolenze, dato che c’è maggiore convezione: l’aria calda si sposta dal basso verso l’alto”, commenta Vito Vitale ricercatore dell’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, che però rimane cauto sui risultati presentati nella ricerca: “Le percentuali vanno lette alla luce della realisticità dello scenario considerato e un raddoppiamento dell’anidride carbonica è molto di là da venire”.

Guido Guidi, tenente colonnello dell’Aeronautica Militare, assegnato al servizio meteorologico, trova lo studio “interessante” dato che le turbolenze, quando sono forti, rappresentano un problema per la sicurezza in volo. Ma sono necessarie alcune precisazioni: “È la prima volta che questo fenomeno viene studiato in relazione al cambiamento delle condizioni climatiche – specifica Guidi – quindi, per validarne i risultati, sono necessarie delle nuove ricerche. Inoltre il periodo a cui fa riferimento è lunghissimo, si parla infatti di decadi. E un conto sono l’osservazione e la previsione a breve e medio termine, un altro queste tendenze a lungo termine da verificare”.

Fonte : http://www.repubblica.it/ambiente/2017/04/07/news/allacciate_le_cinture_turbolenze_in_aumento_gli_scienziati_colpa_del_cambiamento_climatico_-162398413/

Il clima, se lo conosci non ti uccide

In questi giorni di freddo intenso al nord e maltempo al sud, impazzano gli articoli di giornali e gli interventi di “esperti” che ricorrono al solito schema del Riscaldamento globale (Global warming). Ma vediamo come stanno davvero le cose.

Temperature e precipitazioni: L’anomalia dell’inverno 2016-2017

L’inverno 2016-2017 è stato fin qui segnato da una sensibile carenza di precipitazioni al Nord, cui sono corrisposte precipitazioni abbondanti al centro-sud, spesso in forma nevosa, il tutto accompagnato da temperature che a partire da gennaio si sono collocate su valori decisamente inferiori alla norma su tutta l’area italiana.

Limitandoci a quanto accade in Lombardia, ho riportato in tabella i dieci bimestri dicembre-gennaio meno piovosi della serie storica di Milano (dal 1764 al 2000 ho utilizzato i dati di Milano Brera mentre dal 2001 ho fatto ricorso a dati misurati direttamente da me). Come si vede, il bimestre dicembre 2016 – gennaio 2017 è al momento il meno piovoso in assoluto, seguito a ruota da 1873-74, 1883-84, 1835-36 e 1980-81. Tuttavia questa classifica non è ancora definitiva in quanto le previsioni indicano la possibilità di modesti quantitativi di precipitazione per il 28 gennaio (1-2 millimetri di pioggia su Milano) e quantitativi più consistenti dal pomeriggio del 31 gennaio, allorché è atteso l’ingresso sulla nostra area di una robusta saccatura atlantica che dovrebbe apportare precipitazioni abbondanti soprattutto per l’1 febbraio.

A onor di cronaca ricordo poi che su Milano il 2016 ha presentato una piovosità lievemente superiore alla norma (1040 mm contro una media trentennale 1981-2010 di 976 mm), frutto della piovosità abbondante di febbraio, maggio, giugno, ottobre e novembre.

Parlando poi di quanto accade in Lombardia, per la quale si è già da più parti parlato di siccità, mi limito solo a segnalare che:

1. non si può parlare di siccità in termini agronomici poiché in inverno le colture sono in riposo vegetativo e dunque hanno necessità idriche modestissime

2. la norma climatica prevede che il minimo precipitativo dell’anno a Nord del Po si registri proprio fra dicembre e gennaio, per cui l’auspicio è che il trimestre febbraio-aprile, che specie dopo la metà di febbraio è di norma segnato da precipitazioni abbondanti, consenta di riassorbire l’anomalia negativa manifestatasi in questi due mesi.

Cambiamento climatico ed eventi estremi

Dobbiamo a questo punto domandaci se le anomalie precipitative dell’inverno 2016-2017 siano in qualche modo causate dal fenomeno del Global Warming, e cioè dall’aumento delle temperature medie in superficie cui stiamo assistendo dalla fine della Piccola Era Glaciale e che per il periodo 1850-2015 è stimabile in +1,3°C a livello europeo e +0,85°C a livello globale (di cui +0.69°C nel XX secolo). Su questo argomento i media si lanciano spesso in elucubrazioni che tendono ad associare al Global Warming qualsiasi anomalia (ondate di caldo, ondate di freddo, fasi siccitose, fasi a piovosità eccessiva, ecc.). Si deve essere molto prudenti nello stabilire nessi causali di questo tipo, vuoi perché il Global Warming è un fenomeno globale mentre noi ragioniamo in genere di fenomeni molto più locali (o meglio “a mesoscala” in termini meteorologici, come lo sono una siccità padano-alpina o le nevicate sul centro Italia), vuoi perché i risultati delle ricerche scientifiche sono tutt’altro che concordi in tal senso, tant’è vero che i ricercatori negli ultimi anni hanno ad esempio messo in luce che (in parentesi metto i lavori scientifici da cui emergono queste evidenze):

– la frequenza degli eventi alluvionali in Europa è stata sensibilmente più bassa durante le fasi calde (es: optimum romano, optimum medioevale) che durante quelle fredde (es: piccola era glaciale) (Wirth et al., 2013; Glaser et al., 2010).

– nel XX secolo a livello globale una larghissima parte delle stazioni meteorologiche (oltre il 90%) non manifesta tendenze all’incremento delle precipitazioni intense (Westra et al., 2013). Preciso che tali analisi sono state condotte su dati giornalieri in quanto i dati orari sono in gran parte di durata troppo breve e di qualità troppo scadente per poterci lavorare.

– a livello globale il rischio di siccità non ha manifestato variazioni di rilievo negli ultimi 60 anni come ci dimostra ad esempio un lavoro uscito su Nature nel 2012 a firma di Justin Sheffield e altri e dall’emblematico titolo “Little change in global drought over the past 60 years”.

Antiche cronache

Per restituirci un poco di senso della realtà, consiglio la lettura di alcuni brani tratti da cronache più o meno antiche che evidenziano, spesso con tono accorato, i gravi problemi che i nostri antenati vissero in tempi non sospetti di Global Warming.

TIRANO 1619  «Il 30 ottobre: …Il raccolto dell’uva che si è fatto in questi giorni in generale fu scarso ma il peggio è che nei luoghi più caldi e nelle migliori situazioni non si è rinvenuto un grappolo maturo. La costiera di sopra S. Gervaso non presentò che uve, se non in uno stato, quale solitamente si osserva nel mese di Agosto, cioè senza avere ombra di tintura. Il vino dell’anno scorso si paga l. 214 alla soma…».
(D. Zoia, Vite e vino in Valtellina e Valchiavenna – La risorsa di una valle alpina, Sondrio, 2004).

CLUSONE 1815-1816 «Le due estati degli anni 1815-1816 furono cattivissime, fredde, burrascose […] così che nelle nostre valli […] fu un raccolto così scarso che non vi è memoria di simile. Le famiglie, quasi tutte, sono senza grani e senza soldi e di cento famiglie, ottanta vanno questuando, ma con poco utile perché in giornata sono pochissime le famiglie che possono fare limosine. Si introducono anco nei nostri paesi  in questi due anni, li pomi di terra, ossia patate, ma in poca quantità e la maggior parte furono derubate in tempo immaturo senza profitto” e poi “[nel 1815] la primavera fu tardiva per la gran neve e terminò di scoprirsi la campagna solo alla metà di aprile e li frumenti erano tutti, o quasi tutti morti. L’estate fu sempre fredda e piovosa e si raccolse quel poco frumento che era rimasto, solo in agosto. L’anno 1816 fu freddo e di grandiose piogge, con danni grandiosi su fiumi e torrenti».
(A.M. Pedrocchi, 2013. Ol feròs. Giovan Maria Pedrocchi, un borghese bergamasco tra ‘700 e ‘800, Centro culturale Baradello, Clusone, 191 pp.)

TOSCANA, 1765: Il freddo «fra le ore 2 e 4 della mattina del 14 aprile 1765 in momenti bruciò nelle pianure della Toscana gli Occhi delle viti, dei Peschi dei Fichi e dei Noci…», tanto che «da molti anni in qua abbiamo perso la bussola e non si riconoscono più le stagioni… abbiamo avuta la primavera nell’inverno, l’inverno nella primavera, la primavera nell’estate e l’estate è iniziata a mezzo settembre». Insomma «l’ordine antico delle stagioni pare che vada pervertendosi, e qui in Italia è voce comune, che i mezzi tempi non sono più».
Giovanni Targioni Tozzetti, 1767. Cronica meteorologica della Toscana per il tratto degli ultimi sei Secoli relativa principalmente all’Agricoltura (Alimurgia, pt. III).

MEAUX (Francia), 1788: «Nel 1788 non c’è stato inverno, la primavera non è stata favorevole alle colture, ha fatto freddo, la segale non è stata buona, il grano è stato abbastanza buono ma il caldo eccessivo ha disseccato i chicchi, cosicché il raccolto di grano era molto scarso….; il 13 luglio c’è stata un’ondata di grandine che, cominciata dall’altra parte di Parigi, ha attraversato tutta la Francia fino alla Picardia e ha fatto grossi danni; la grandine pesava 8 libbre e ha falciato grano e alberi al suo passaggio; si estendeva su una fascia larga due leghe e lunga 50…..; invece la vendemmia è stata buonissima e i vini eccellenti. L’uva è stata raccolta a fine settembre; il vino valeva 25 lire dopo la vendemmia e il grano 24 lire dopo il raccolto.
Dal diario di un viticoltore dei dintorni di Meaux (fonte: Emmanuel Le Roy Ladurie, 2011. Les Fluctuations du climat de l’an mil à aujourd’hui, avec Daniel Rousseau et Anouchka Vasak, Fayard, 332 pages).

TOSCANA, 1590: «Trovandosi la Toscana afflitta da grandissima Carestia, e non essendo potuti ottenere Grani dalla Sicilia, dal Levante, dalla Barberia, state le male Ricolte, che erano state ancora in quei Paesi soliti essere Granaio dell’Italia, il serenissimo Granduca Ferdinando I, con somma prudenza riflettè, che le medesime Cause Meteorologiche, dovevano aver cagionato una copiosissima Ricolta nei paesi più settentrionali di noi. Perciò si voltò alle più remote Provincie verso il Baltico, allora non molto praticate, e spedì per le poste a Danzica Riccardo Riccardi Gentiluomo fiorentino, ricchissimo e principalissimo Mercante, per incettar Grani e Biade, ed in questa maniera, da niun’altro prima immaginata, gli riuscì di metter l’abbondanza nella Toscana».
Giovanni Targioni Tozzetti, 1767. Cronica meteorologica della Toscana per il tratto degli ultimi sei Secoli relativa principalmente all’Agricoltura (Alimurgia, pt. III).

Quale morale

Da queste cronache emerge on evidenza il fatto che l’età dell’oro non è mai esistita e che le anomalie termiche e pluviometriche affliggono da sempre i nostri simili. Emerge inoltre che determinante per evitare gravi danni a cose e persone è da sempre la previdenza (idonee scorte di cibo ed energia, mezzi operativi in buono stato di manutenzione, ecc.) e la capacità di auto-attivazione delle comunità locali (che oggi potremmo chiamare principio di sussidiarietà o “aiutati che il ciel t’aiuta”).

C’è poi da considerare un aspetto di cultura generale su cui da anni mi capita di insistere ma con risultati all’apparenza scarsi, almeno a giudicare da quanto viene costantemente riproposto sui grandi media: a Est dell’Italia c’è la Siberia che nella stagione invernale è il “polo del freddo” del nostro emisfero, ospitando le masse d’aria più gelide in assoluto. In tali condizioni, che si ripetono tutti gli inverni, è sufficiente che un anticiclone si piazzi sul Centro-Nord Europa in idonea posizione per far si che l’Italia sia investita dall’aria siberiana con ondate di freddo i cui casi più estremi negli ultimi 100 anni sono stati nel febbraio 1929, nel febbraio 1956, nel gennaio 1985 e nel febbraio 2012 (in media un caso ogni 25 anni). Per questo, prima ancora di ragionare di cambiamento climatico aderendo a slogan ottusi del tipo “farà sempre più caldo”, occorrerebbe prima di tutto ragionare del nostro clima e di come esso si comporta, e questo ad iniziare dalle scuole.

E smettiamola per favore di dire che “il clima è impazzito”. È questo infatti un luogo comune falso e che purtroppo frulla nelle teste dei nostri concittadini da oltre 2000 anni, come ci dimostra il fatto che di esso ebbe a suo tempo a lamentarsi il grande agronomo romano Lucio Moderato Columella (Cadice, 4-70 d.C.) nell’introduzione al suo De re rustica: “Io odo spesso gli uomini principali di Roma lagnarsi, chi della sterilità dei campi, chi dell’intemperie dell’aria, nociva alle biade da lungo tempo in qua… Quanto a me, Publio Silvino, tengo tutte queste ragioni per lontanissime dalla verità”.

Il clima va conosciuto, perché se lo conosci non ti uccide.

Fonte : http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-clima-se-lo-conosci-non-ti-uccide-18741.htm

Da El Nino a El Nino … nessun riscaldamento globale

La Terra ha sperimentato recentemente due super eventi El Nino : nel 1997/1998 e nel 2015/2016. Dopo tutto questo ci si aspettava che il 2016 doveva essere l’anno più caldo da quando si registrano le temperature satellitari dal 1979. Tuttavia, l’incremento è stato di soli 0,02 °C nel corso del 1998. Questo non è statisticamente significativo secondo il dottor Roy Spencer, analizzando i dati del sistema satellitare UAH . (Il margine di errore è di 0,1 ° C, molto maggiore della differenza tra gli anni El Nino.) Il grafico sopra mostra i risultati UAH. Un’analisi satellitare separata dal Remote Sensing Systems (RSS) è giunta alla stessa conclusione.

I satelliti misurano la temperatura della troposfera inferiore, la nostra porzione di atmosfera. Queste misure forniscono un quadro più realistico della temperatura globale di quanto non facciano misure di superficie. Essenzialmente, la temperatura globale ora è la stessa come era circa 18 anni fa.

Il precedente El Nino ha avuto un forte crollo, seguito da un forte raffreddamento con l’evento della La Nina. La Nina tra il 2016/2017 sembra aver avuto inizio a metà del dicembre 2016, ed è quindi logico aspettarsi un raffreddamento durante la prima metà del 2017, con l’attuale El Nino che dovrebbe essere debole.

I media possono ancora annunciare il 2016 come l’anno più caldo di sempre. Per qualche prospettiva su che vediamo una prospettiva più a lungo.

Una cosa che i media non possono menzionare è che le nostre emissioni di anidride carbonica sembrano aver avuto alcun effetto sulla temperatura globale. Questo è stato recentemente notato da l’australiana Jo Nova nel suo articolo “A partire dal 2000 gli esseri umani hanno emesso il 30% della totale CO2, ma non c’è nulla da mostrare per questo.” C’è stata una pausa di 18 anni nel riscaldamento globale.

Se la CO2 si suppone che sia la causa principale del riscaldamento globale, perché la grande emissione di CO2 non ha avuto un grande effetto ? Secondo il Dipartimento per l’energia “, dal 1751 circa 337 miliardi di tonnellate di carbonio sono stati rilasciati nell’atmosfera dal consumo di combustibili fossili e la produzione di cemento. La metà di queste emissioni sono verificate dal 1970, e il 30% di queste si sono verificate durante l’evento El Nino record del 1997/1998 . Non vi è alcuna indicazione che tutta questa CO2  sta producendo un riscaldamento globale.

Sia l’america del nord che l’europa stanno vivendo un freddo record. L’Oceano Atlantico del Nord si  sta rapidamente raffreddando a partire dalla metà degli anni 2000. ( Fonte ) Inoltre, l’attività solare è ora ad un punto basso e molti scienziati ritengono che il prossimo ciclo sarà ancora debole. I periodi di cicli solari deboli sono associati a periodi di raffreddamento globale.

Sembra che qualsiasi presunto effetto di riscaldamento globale dovuto alla CO2 potrà essere sopraffatto dalle variazioni naturali del clima.

 

Fonte : https://wryheat.wordpress.com/2017/01/17/el-nino-to-el-nino-no-net-global-warming/